L'Urbaniana University Press

Presentazione del libro
IL VANGELO DEL GIUBILEO
 La chiesa sui sentieri del Terzo Millennio
di Crescenzio Sepe

mercoledì, 29 ottobre 2003
  Pontificia Università Urbaniana


Prof. ANDREA RICCARDI
Ordinario di Storia Contemporanea
Università degli Studi Roma Tre

            Debbo dire che ritornare sul Giubileo era necessario, perché in questa nostra società che tutto consuma lo abbiamo troppo dimenticato, anzi ce lo siamo buttati dietro le spalle come fosse stato un evento-spettacolo. Magari diverso da altri eventi. Ma il Giubileo non è stato un evento-spettacolo. Si è trattato di un’esperienza di fede di milioni di donne e uomini credenti attorno al Vangelo. Per questo il libro del card. Crescenzio Sepe parla di Vangelo del Giubileo e lo connette a La Chiesa sui sentieri del Terzo Millennio. E’ una connessione che viene dalla profonda dinamica dell’evento stesso: questo Giubileo non è stato un fatto in se stesso, autocelebrativo di 2000 anni di cristianesimo, ma una porta di ingresso nel XXI secolo.

Il prof. Mario Agnes, carissimo amico oltre che testimone di un lungo cammino cristiano, passato per tantissimi anni nella vita cattolica di base tra il Nord e il Sud dell’Italia, testimone di un cattolicesimo di popolo che ha conosciuto nelle sue pieghe da Monopoli a Milano, per tutta Italia, scrive nella sua prefazione: “nell’opera è latente una sfida: come dar seguito, anzi continuità, al Grande Giubileo, come consentirgli di parlare ancora alle coscienze che in qualche modo sono state ‘toccate’ dalla grazia giubilare”. Ed ha fatto bene Urbaniana University Press a ripubblicare la lettura del Vangelo che Crescenzio Sepe, allora nel cuore dell’evento giubilare, faceva per “L’Osservatore Romano”: un Vangelo letto dentro il Giubileo. Il libro di mons. Sepe è un invito a leggere il Vangelo: questo è il suo senso più profondo. Infatti molto spesso ci nutriamo di altro –credendo che si tratti di cibi ben più solidi- che del Vangelo. Ed è un invito da chi ha avuto la massima responsabilità organizzativa del Giubileo: di chi è stato, per così dire, nella “cucina del Giubileo”, mentre noi eravamo a pranzo. Ma è l’invito di un organizzatore che ricorda come la parola del Vangelo sia la chiave e come non c’è organizzazione senza cuore.

Rileggevo, proprio in questi giorni il Giornale dell’Anima, e vi ho trovato una profonda lezione sapienziale: quella di un uomo, chierico, prete, nunzio, patriarca, papa, che non ha mai rinunciato a confrontarsi con la pagina del Vangelo. E così, sul letto di morte, alla fine della sua vita, può dire quell’apoftegma meraviglioso, rimasto epocale: “non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio”.

La prima affermazione che vorrei fare sul libro del card. Sepe è che è un invito alla lettura del Vangelo lungo la nostra vita e nelle nostre giornate: ci invoglia a leggere il Vangelo. Mario Agnes si chiedeva come continuare gli effetti del Giubileo e io direi come raccogliere l’eredità del Giubileo. La prima risposta è porre il Vangelo al centro della nostra vita quotidiana. Del resto Giovanni Paolo II ha varcato la porta del Giubileo con il libro del Vangelo in mano.

            Il Giubileo nel nostro tempo è una sfida. Mi ricordo che, negli anni Settanta, Paolo VI esitò se indire l’Anno Santo del 1975. Molti lo sconsigliavano. Alcuni pensavano che fosse una manifestazione esteriore, vecchia, targata di trionfalismo. Non si ricorda oggi che tempo di crisi fosse e come sembrava che ci fosse sul cristianesimo una pesante condanna all’estinzione o all’irrilevanza nella vita degli uomini e del mondo. Ma papa Montini decise in maniera positiva e si ebbe un’imponente manifestazione di fede. Quella di una fede di popolo, perché il Giubileo è sempre un avvenimento di fede di popolo. Giovanni Paolo II, trepido intellettuale europeo a suo agio in discussioni universitarie, ha saputo essere invece l’interprete di questo cristianesimo di popolo che, come un fiume in piena, si è riversato nel Giubileo del 2000. Il Card. Sepe ha un’espressione molto bella: “Nessun uomo è chiuso in se stesso. Non siamo isole. Ognuno vive un rapporto cogli altri dipende dagli altri dal punto di vista materiale, ma anche da quello culturale, etico e religioso.” E’ l’eredità di un grande evento di comunione quale è il Giubileo. Lo è stato nel 1975 e lo è stato ancora di più nel 2000.

Uno studioso laico francese, Alphonse Dupront, osservò da vicino quel Giubileo del 1975 e lo giudicò un’incredibile manifestazione di vitalità di un cattolicesimo che, allora, era considerato agonizzante dagli osservatori per la vittoria della modernità in Occidente, per la crisi del ’68, per la secolarizzazione. In realtà quel Giubileo del 1975 fu il segno (colto dal papa e da pochi altri) della ripresa del cristianesimo: la crisi, che allora sembrava opprimente, stava passando o meglio c’era segni di una vera vitalità religiosa. Lo si vedeva tra le folle composte e attente che parteciparono a quell’Anno Santo. Allora era avvenuto un fatto: la testimonianza pubblica della fede, quella corale, che sconfigge la riduzione della fede a privato, al mondo della paura, dell’ambigua riservatezza. “Chi vive la fede –scrive Sepe- non può sentirsi esiliato dal mondo”

Questo è frutto della paura che è un problema antico e contemporaneo dell’essere cristiani. La paura non sempre si esprime come un sentimento irrazionale. E’ spesso la constatazione del muro dell’impossibilità. Chi opera cose nuove, chi organizza, chi prospetta spesso si sente dire che non è possibile, che non si è mai fatto, che si sbaglia e che è impossibile. La sentenza di impossibilità... Si capisce: abbiamo alle spalle un secolo che è stato carico di grandi delusioni: guerre, olocausti, crisi delle ideologie, delusione della politica, fine delle utopie. Nel testo del card. Sepe si sente la storia anche se non pesa come erudizione: egli conosce la disillusione dell’uomo e della donna del nostro tempo. Scrive di “crisi di fiducia” di fronte al “fallimento di sistemi filosofici... sgretolamento delle ideologie... non c’è da meravigliarsi che la ragione si sia stancamente ripiegata su posizioni agnostiche, scettiche o relativistiche”.

La paura non può dominare la vita della Chiesa e spingerla alla periferia della storia. Anche il card. Sepe scrive questo: “La Chiesa –siamo alla penultima meditazione del libro- non sta alla periferia della società, né si barrica all’interno di ambienti protetti. Non si deve trasformare la società in un minuscolo ambito conosciuto, dove tirare avanti senza rischi. Né i cristiani intendono trasformare il mondo in una sacrestia”. Durante il Giubileo, per dinamica propria, la gioia della vita cristiana si riversa per le strade, non per trasformare il mondo in una grande sacrestia. Esprime una vitalità di fede, che non vuole essere dominata dalla paura. Il Giubileo del 1975 fu una vittoria sulla paura. Sempre lo è il Giubileo: “Giovanni Paolo II esorta l’umanità –scrive il cardinale durante il 2000- a varcare senza paura nel segno della speranza la soglia del terzo millennio”. La paura rischia di diventare la consigliera triste e avara della vita di tanti cristiani: il suo messaggio è nascondere la fede. Il suo messaggio è non essere contenti della fede: la fede non basta.

Ma il Giubileo invita, per dinamica sua propria, ad essere contenti della fede. Ha scritto Giovanni Paolo II nella Tertio Millennio Adveniente: “Il termine Giubileo parla di gioia, non soltanto di gioia interiore, ma di un giubilo che si manifesta all’esterno, poichè la venuta di Dio è un evento anche esteriore”

Il Giubileo è liberazione dalla paura. Giovanni Paolo II, fin dall’inizio del suo pontificato in quel “non abbiate paura”, ha individuato una malattia del cristianesimo, quella della paura: paura di fronte ai poteri di questo mondo, di fronte ai poteri dei media, al giudizio della mentalità corrente, ma anche paura di perdere la propria vita. Un grande della Chiesa d’Occidente, Sant’Agostino, scriveva qualcosa che mi ha molto colpito: “E’ certo che la Parola di Dio non ha paura di nessuno. Infatti, sia che abbiamo paura, sia che siamo liberi, noi siamo obbligati ad annunciare Colui che non ha paura di nessuno”.

Per questo ho voluto dare come titolo ad una raccolta di mie meditazioni spirituali: Dio non ha paura. Il cristiano del Giubileo e del dopoGiubileo trova in un popolo la via per vincere la paura.

Dalla paura alla gioia: non è questo l’itinerario del Giubileo? Ma è questo anche l’itinerario della Pasqua cristiana: dalla paura e dalla tristezza dei discepoli all’esplosione di gioia (”Certo gioirono”) nell’incontro con il Risorto. Il Card. Sepe individua nella gioia una particolare forza cristiana. Lo fa in un mondo, come il nostro, che è triste. E’ triste per le grandi povertà. Ma è pure triste il mondo ricco: forse ancora più triste. Sepe afferma con un’espressione molto felice: “La gioia è il miglior alleato nella battaglia spirituale: il male si vince solo con il bene, con l’amore per Dio e per i fratelli”. Il Giubileo è esplosione di gioia! Lo abbiamo visto noi romani nelle strade della nostra città: un popolo contento di credere che veniva da ogni parte del mondo. Lo abbiamo visto nelle GMG, il più grosso evento del 2000. Abbiamo visto come essere cristiani non sia un fatto individuale o spirituale solamente, ma sia un evento di popolo. Con molta saggezza il card. Sepe scrive proprio a commento del Vangelo della seconda domenica di Pasqua:“Nessun uomo è chiuso in se stesso. Non siamo isole. Ognuno vive in rapporto con gli altri e dipende dagli altri, non solo dal punto di vista materiale ma  anche da quello culturale, etico, religioso”.

In questo libro si declina in vario modo un’intuizione: gioia nella conversione, gioia nel vedere che Dio non disdegna l’umana pochezza, la gioia della fiducia, la gioia dell’amicizia con Dio. Il card. Sepe, in queste sue pagine, fa sentire le diverse note della sinfonia cristiana della gioia. Lo fa con la semplicità di chi ha gustato, tra tutti e come tutti, l’evento del Giubileo. Si tratta di una convinzione che non abita solo il nostro autore che, tra l’altro, -lo dico per chi lo conosce bene- è capace di un entusiasmo trascinante; ma è una convinzione connessa alla realtà stessa del Giubileo e all’esperienza che ne abbiamo fatto nel 2000 e nel 1975.

E torna in mente il fatto che Paolo VI (un papa che era chiamato, ingiustamente, amletico e accusato di una certa pensosità se non tristezza) fece, nell’imminenza del Giubileo, proprio un’esortazione apostolica sulla gioia. Si tratta della Gaudete in Domino, in cui si interroga  su quale sia il futuro. Da dove viene la gioia per i giovani? Da dove viene il futuro per tutti noi?

“Ci sembra infatti che la presente crisi del mondo, caratterizzata per molti giovani da una grande confusione, denunci da una parte l’aspetto senile – del tutto anacronistico – di una civiltà commerciale, edonistica, materialistica che tenta ancora di spacciarsi come portatrice d’avvenire.”

Se fosse così –se il futuro fosse quello di una società commerciale ed economicistica- almeno i due terzi sarebbero esclusi dalla gioia, perché poveri e condannati alla povertà. E poi non lo sarebbero anche i ricchi prigionieri della ricchezza stessa?

Per questo la Chiesa rappresenta –scrive Sepe- una “prospettiva nuova, l’ambito fatto su misura da Dio perché l’uomo impari a superare ogni egoismo, ogni chiusura, donando se stesso con gioia”. Il Giubileo è stato il segno di un nuovo avvento, come scrive Sepe:  “Il Grande Giubileo postula un nuovo avvento di Cristo nella nostra esistenza, per orientarla a percorsi di santità; un nuovo avvento di Cristo nella Chiesa che, nei suoi membri, deve conoscere una rinnovata trasparenza del suo splendore, un nuovo avvento nel mondo che deve lasciarsi interpellare da una nuova evangelizzazione.”

E qui veniamo ad un problema fondamentale, che è anche la conclusione del nostro discorso. Quale l’eredità del Giubileo? Come far sì che l’evento giubilare non passi? L’ho detto è il Vangelo che resta nelle mani del cristiano. Perché se il Vangelo non sarà tra le mani del cristiano, non sarà sulla sua bocca, non si comunicherà...

La grande eredità del Giubileo nella Chiesa è la missione. Ed è non solo l’eredità del Grande Giubileo, ma anche quella del Concilio Vaticano II e dello stesso pontificato di Giovanni Paolo II. Lo stesso itinerario del card. Sepe, da segretario generale del Comitato Centrale del Giubileo a prefetto dell’evangelizzazione dei popoli, ci dice il legame stretto tra l’eredità del Giubileo e la missione nella Chiesa.

Scrive il card. Sepe:  “Andiamo incontro al Signore che viene nella vita e quotidianità, con l’impegno nel lavoro, la coerenza delle scelte, il senso della missione, insito negli stessi sacramenti dell’iniziazione cristiana”. E ne discutiamo proprio qui, all’Università Urbaniana e non possiamo non farlo se non nella prospettiva della missione.

In un volume, dal titolo Geopolitique du Christianisme, pubblicato recentemente in Francia si legge: Pentecostalismo o neoprotestantesimo, avvenire planetario del cristianesimo” e sono riportati alcuni dati statistici in cui i pentecostali e le Chiese indipendenti sono oggi il 25% dei cristiani mentre i cattolici il 50 %, e si afferma che nel giro di una generazione si prevede che i cattolici rappresenteranno il 33%, mentre pentecostali e Chiese indipendenti raggiungeranno il 44%, ed altri non cattolici il 23%.

Il fenomeno neoprotestante e pentecostale, un movimento che propone un Vangelo senza Chiesa, ha avuto una diffusione impressionante nel Novecento,  passando da zero a 500 milioni di fedeli in tante parti del mondo, in Nord America, in Asia, in Sud America, in Africa.

Questo pone un problema non competitivo, ma di qualità della missione della Chiesa. Perché quando noi comunichiamo il Vangelo, assieme al Vangelo comunichiamo una grande maternità, che è la maternità della Chiesa, quella Chiesa che splendeva nel Giubileo. Una Chiesa che non è una comunità fondamentalista di puri che si contrappone agli altri, ma è una grande comunità di popoli, di giusti e peccatori, che non dimentica l’amore per i poveri, il dialogo con quelli che sono diversi, la profezia della pace. Una Chiesa madre che respira e dilata i suoi polmoni a tutto il mondo, la Chiesa del Giubileo, che ha un messaggio di speranza - e lo abbiamo visto anche nell’anno passato quanti si sono rivolti al Santo Padre che ha rappresentato per tanti un grande segno di speranza -  e allora la grande sfida della missione.

Siamo sfidati in profondità sul tema della missione, sulla realtà della missione. Naturalmente il Prefetto della Congregazione dell’evangelizzazione dei popoli ha una responsabilità tutta sua peculiare, ma nel suo testo ci ricorda che ogni cristiano è testimone del Vangelo. La missione della Chiesa è missione del Vangelo, ed è missione di umanità e in questo mondo confuso noi scopriamo la bellezza e la grandezza della missione del Vangelo. Il card. Sepe scrive:  “In un mondo come l’attuale che si disgrega nel delirio individualistico, nei confronti etnici, nei rigurgiti di esacerbato nazionalismo e tende a livellare le diversità in un anonimo appiattimento, il problema centrale è raggiungere l’unità nella diversità, ma in una diversità che non neghi ma che incarni nelle sue peculiarità una verità universale e una legge non tribale”.

Ecco proprio dopo il Giubileo di fronte alle responsabilità della missione, e pensiamo in particolare alle Chiese missionarie, ai territori affidati alla Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, si vede la grande missione della Chiesa. Una missione di verità universale, e non di una verità ridotta sulla misura del tribale, come tante esperienze religiose del nostro tempo.

E allora quale l’eredità del Giubileo? Una eredità che è la missione, che è una temibile responsabilità di noi tutti e per noi tutti, di chi si prepara in questa università, di chi ha delle responsabilità, di chi ne ha di meno, è quella in fondo della costruzione dei cristiani di domani in questo nostro mondo. Ma sotto il peso delle sue responsabilità di allora il Cardinal Sepe fa percepire la passione per la missione, per la comunicazione del Vangelo -non l’angoscia davanti alle difficoltà -  ma soprattutto la gioia di comunicare il Vangelo, la gioia di essere chiamati a questo impegno e il senso del dono. Il dono, che è anche questo libro, il dono sotto cui è presentato il Vangelo, un dono che vorrei che fosse espresso anche dalle mie parole, almeno da un sentimento, l’amicizia.

E voi troverete in queste pagine varie volte l’espressione amicizia e il Cardinale scrive a pagina 123: “Il cristiano non può pensare che l’onesto compimento del dovere lo esoneri dalle vere amicizie”. E vorrei dire che in questo libro si sente che il Vangelo è stato letto con amicizia e queste mie parole, questo mio modesto commento al volume, che raccomando alla lettura di tutti, vuole esprimere proprio l’amicizia. Sono convinto anch’io, come il Cardinale, che non basta compiere il proprio dovere ma occorre vivere vere amicizie, perché quelle vere amicizie sono la realizzazione della carità fra di noi. Grazie.