Debbo dire che ritornare sul Giubileo era
necessario, perché in questa nostra società
che tutto consuma lo abbiamo troppo dimenticato,
anzi ce lo siamo buttati dietro le spalle come
fosse stato un evento-spettacolo. Magari diverso
da altri eventi. Ma il Giubileo non è stato un
evento-spettacolo. Si è trattato di
un’esperienza di fede di milioni di donne e
uomini credenti attorno al Vangelo. Per questo
il libro del card. Crescenzio Sepe parla di Vangelo
del Giubileo e lo connette a La Chiesa
sui sentieri del Terzo Millennio. E’ una
connessione che viene dalla profonda dinamica
dell’evento stesso: questo Giubileo non è
stato un fatto in se stesso, autocelebrativo di
2000 anni di cristianesimo, ma una porta di
ingresso nel XXI secolo.
Il prof. Mario
Agnes, carissimo amico oltre che testimone di un
lungo cammino cristiano, passato per tantissimi
anni nella vita cattolica di base tra il Nord e
il Sud dell’Italia, testimone di un
cattolicesimo di popolo che ha conosciuto nelle
sue pieghe da Monopoli a Milano, per tutta
Italia, scrive nella sua prefazione:
“nell’opera è latente una sfida: come dar
seguito, anzi continuità, al Grande Giubileo,
come consentirgli di parlare ancora alle
coscienze che in qualche modo sono state
‘toccate’ dalla grazia giubilare”. Ed ha
fatto bene Urbaniana University Press a
ripubblicare la lettura del Vangelo che
Crescenzio Sepe, allora nel cuore dell’evento
giubilare, faceva per “L’Osservatore
Romano”: un Vangelo letto dentro il Giubileo.
Il libro di mons. Sepe è un invito a leggere il
Vangelo: questo è il suo senso più profondo.
Infatti molto spesso ci nutriamo di altro
–credendo che si tratti di cibi ben più
solidi- che del Vangelo. Ed è un invito da chi
ha avuto la massima responsabilità
organizzativa del Giubileo: di chi è stato, per
così dire, nella “cucina del Giubileo”,
mentre noi eravamo a pranzo. Ma è l’invito di
un organizzatore che ricorda come la parola del
Vangelo sia la chiave e come non c’è
organizzazione senza cuore.
Rileggevo, proprio in questi giorni il Giornale dell’Anima, e vi ho
trovato una profonda lezione sapienziale: quella
di un uomo, chierico, prete, nunzio, patriarca,
papa, che non ha mai rinunciato a confrontarsi
con la pagina del Vangelo. E così, sul letto di
morte, alla fine della sua vita, può dire
quell’apoftegma meraviglioso, rimasto
epocale: “non è il Vangelo che cambia, siamo
noi che cominciamo a comprenderlo meglio”.
La prima affermazione che vorrei fare sul libro del card. Sepe è che
è un invito alla lettura del Vangelo lungo la
nostra vita e nelle nostre giornate: ci invoglia
a leggere il Vangelo. Mario Agnes si chiedeva
come continuare gli effetti del Giubileo e io
direi come raccogliere l’eredità del
Giubileo. La prima risposta è porre il
Vangelo al centro della nostra vita quotidiana.
Del resto Giovanni Paolo II ha varcato la porta
del Giubileo con il libro del Vangelo in mano.
Il
Giubileo nel nostro tempo è una sfida. Mi
ricordo che, negli anni Settanta, Paolo VI esitò
se indire l’Anno Santo del 1975. Molti lo
sconsigliavano. Alcuni pensavano che fosse una
manifestazione esteriore, vecchia, targata di
trionfalismo. Non si ricorda oggi che tempo di
crisi fosse e come sembrava che ci fosse sul
cristianesimo una pesante condanna
all’estinzione o all’irrilevanza nella vita
degli uomini e del mondo. Ma papa Montini decise
in maniera positiva e si ebbe un’imponente
manifestazione di fede. Quella di una fede di
popolo, perché il Giubileo è sempre un
avvenimento di fede di popolo. Giovanni Paolo II,
trepido intellettuale europeo a suo agio in
discussioni universitarie, ha saputo essere
invece l’interprete di questo cristianesimo di
popolo che, come un fiume in piena, si è
riversato nel Giubileo del 2000. Il Card. Sepe
ha un’espressione molto bella: “Nessun
uomo è chiuso in se stesso. Non siamo isole.
Ognuno vive un rapporto cogli altri dipende
dagli altri dal punto di vista materiale, ma
anche da quello culturale, etico e religioso.”
E’ l’eredità di un grande evento di
comunione quale è il Giubileo. Lo è stato nel
1975 e lo è stato ancora di più nel 2000.
Uno
studioso laico francese, Alphonse Dupront,
osservò da vicino quel Giubileo del 1975 e lo
giudicò un’incredibile manifestazione di
vitalità di un cattolicesimo che, allora, era
considerato agonizzante dagli osservatori per la
vittoria della modernità in Occidente, per la
crisi del ’68, per la secolarizzazione. In
realtà quel Giubileo del 1975 fu il segno
(colto dal papa e da pochi altri) della ripresa
del cristianesimo: la crisi, che allora sembrava
opprimente, stava passando o meglio c’era
segni di una vera vitalità religiosa. Lo si
vedeva tra le folle composte e attente che
parteciparono a quell’Anno Santo. Allora era
avvenuto un fatto: la testimonianza pubblica
della fede, quella corale, che sconfigge la
riduzione della fede a privato, al mondo della
paura, dell’ambigua riservatezza. “Chi
vive la fede –scrive Sepe- non può
sentirsi esiliato dal mondo”
Questo
è frutto della paura che è un problema antico
e contemporaneo dell’essere cristiani. La
paura non sempre si esprime come un sentimento
irrazionale. E’ spesso la constatazione del
muro dell’impossibilità. Chi opera cose
nuove, chi organizza, chi prospetta spesso si
sente dire che non è possibile, che non si è
mai fatto, che si sbaglia e che è impossibile.
La sentenza di impossibilità... Si capisce:
abbiamo alle spalle un secolo che è stato
carico di grandi delusioni: guerre, olocausti,
crisi delle ideologie, delusione della politica,
fine delle utopie. Nel testo del card. Sepe si
sente la storia anche se non pesa come
erudizione: egli conosce la disillusione
dell’uomo e della donna del nostro tempo.
Scrive di “crisi di fiducia” di fronte al
“fallimento di sistemi filosofici...
sgretolamento delle ideologie... non c’è da
meravigliarsi che la ragione si sia stancamente
ripiegata su posizioni agnostiche, scettiche o
relativistiche”.
La
paura non può dominare la vita della Chiesa e
spingerla alla periferia della storia. Anche il
card. Sepe scrive questo: “La Chiesa –siamo
alla penultima meditazione del libro- non sta
alla periferia della società, né si barrica
all’interno di ambienti protetti. Non si deve
trasformare la società in un minuscolo ambito
conosciuto, dove tirare avanti senza rischi. Né
i cristiani intendono trasformare il mondo in
una sacrestia”. Durante il Giubileo, per
dinamica propria, la gioia della vita cristiana
si riversa per le strade, non per trasformare il
mondo in una grande sacrestia. Esprime una
vitalità di fede, che non vuole essere dominata
dalla paura. Il Giubileo del 1975 fu una
vittoria sulla paura. Sempre lo è il Giubileo: “Giovanni
Paolo II esorta l’umanità –scrive il
cardinale durante il 2000- a varcare senza
paura nel segno della speranza la soglia del
terzo millennio”. La paura rischia di
diventare la consigliera triste e avara della
vita di tanti cristiani: il suo messaggio è
nascondere la fede. Il suo messaggio è non
essere contenti della fede: la fede non basta.
Ma
il Giubileo invita, per dinamica sua propria, ad
essere contenti della fede. Ha scritto Giovanni
Paolo II nella Tertio Millennio Adveniente: “Il
termine Giubileo parla di gioia, non soltanto di
gioia interiore, ma di un giubilo che si
manifesta all’esterno, poichè la venuta di
Dio è un evento anche esteriore”
Il
Giubileo è liberazione dalla paura. Giovanni
Paolo II, fin dall’inizio del suo pontificato
in quel “non abbiate paura”, ha individuato
una malattia del cristianesimo, quella della
paura: paura di fronte ai poteri di questo
mondo, di fronte ai poteri dei media, al
giudizio della mentalità corrente, ma anche
paura di perdere la propria vita. Un grande
della Chiesa d’Occidente, Sant’Agostino,
scriveva qualcosa che mi ha molto colpito:
“E’ certo che la Parola di Dio non ha paura
di nessuno. Infatti, sia che abbiamo paura, sia
che siamo liberi, noi siamo obbligati ad
annunciare Colui che non ha paura di nessuno”.
Per
questo ho voluto dare come titolo ad una
raccolta di mie meditazioni spirituali: Dio
non ha paura. Il cristiano del Giubileo e
del dopoGiubileo trova in un popolo la via per
vincere la paura.
Dalla
paura alla gioia: non è questo l’itinerario
del Giubileo? Ma è questo anche l’itinerario
della Pasqua cristiana: dalla paura e dalla
tristezza dei discepoli all’esplosione di
gioia (”Certo gioirono”) nell’incontro con
il Risorto. Il Card. Sepe individua nella gioia
una particolare forza cristiana. Lo fa in un
mondo, come il nostro, che è triste. E’
triste per le grandi povertà. Ma è pure triste
il mondo ricco: forse ancora più triste. Sepe
afferma con un’espressione molto felice: “La
gioia è il miglior alleato nella battaglia
spirituale: il male si vince solo con il bene,
con l’amore per Dio e per i fratelli”.
Il Giubileo è esplosione di gioia! Lo abbiamo
visto noi romani nelle strade della nostra città:
un popolo contento di credere che veniva da ogni
parte del mondo. Lo abbiamo visto nelle GMG, il
più grosso evento del 2000. Abbiamo visto come
essere cristiani non sia un fatto individuale o
spirituale solamente, ma sia un evento di
popolo. Con molta saggezza il card. Sepe scrive
proprio a commento del Vangelo della seconda
domenica di Pasqua:“Nessun uomo è chiuso
in se stesso. Non siamo isole. Ognuno vive in
rapporto con gli altri e dipende dagli altri,
non solo dal punto di vista materiale ma
anche da quello culturale, etico,
religioso”.
In
questo libro si declina in vario modo
un’intuizione: gioia nella conversione, gioia
nel vedere che Dio non disdegna l’umana
pochezza, la gioia della fiducia, la gioia
dell’amicizia con Dio. Il card. Sepe, in
queste sue pagine, fa sentire le diverse note
della sinfonia cristiana della gioia. Lo fa con
la semplicità di chi ha gustato, tra tutti e
come tutti, l’evento del Giubileo. Si tratta
di una convinzione che non abita solo il nostro
autore che, tra l’altro, -lo dico per chi lo
conosce bene- è capace di un entusiasmo
trascinante; ma è una convinzione connessa alla
realtà stessa del Giubileo e all’esperienza
che ne abbiamo fatto nel 2000 e nel 1975.
E
torna in mente il fatto che Paolo VI (un papa
che era chiamato, ingiustamente, amletico e
accusato di una certa pensosità se non
tristezza) fece, nell’imminenza del Giubileo,
proprio un’esortazione apostolica sulla gioia.
Si tratta della Gaudete in Domino, in cui
si interroga
su quale sia il futuro. Da dove viene la
gioia per i giovani? Da dove viene il futuro per
tutti noi?
“Ci
sembra infatti che la presente crisi del mondo,
caratterizzata per molti giovani da una grande
confusione, denunci da una parte l’aspetto
senile – del tutto anacronistico – di una
civiltà commerciale, edonistica, materialistica
che tenta ancora di spacciarsi come portatrice
d’avvenire.”
Se
fosse così –se il futuro fosse quello di una
società commerciale ed economicistica- almeno i
due terzi sarebbero esclusi dalla gioia, perché
poveri e condannati alla povertà. E poi non lo
sarebbero anche i ricchi prigionieri della
ricchezza stessa?
Per questo la Chiesa rappresenta –scrive Sepe- una “prospettiva
nuova, l’ambito fatto su misura da Dio perché
l’uomo impari a superare ogni egoismo, ogni
chiusura, donando se stesso con gioia”. Il
Giubileo è stato il segno di un nuovo avvento,
come scrive Sepe: “Il Grande Giubileo postula un nuovo avvento di Cristo
nella nostra esistenza, per orientarla a
percorsi di santità; un nuovo avvento di Cristo
nella Chiesa che, nei suoi membri, deve
conoscere una rinnovata trasparenza del suo
splendore, un nuovo avvento nel mondo che deve
lasciarsi interpellare da una nuova
evangelizzazione.”
E qui veniamo ad
un problema fondamentale, che è anche la
conclusione del nostro discorso. Quale
l’eredità del Giubileo? Come far sì che
l’evento giubilare non passi? L’ho detto è
il Vangelo che resta nelle mani del cristiano.
Perché se il Vangelo non sarà tra le mani del
cristiano, non sarà sulla sua bocca, non si
comunicherà...
La grande eredità del Giubileo nella Chiesa è la missione. Ed è non
solo l’eredità del Grande Giubileo, ma anche
quella del Concilio Vaticano II e dello stesso
pontificato di Giovanni Paolo II. Lo stesso
itinerario del card. Sepe, da segretario
generale del Comitato Centrale del Giubileo a
prefetto dell’evangelizzazione dei popoli, ci
dice il legame stretto tra l’eredità del
Giubileo e la missione nella Chiesa.
Scrive il card.
Sepe:
“Andiamo incontro al Signore che viene nella vita e
quotidianità, con l’impegno nel lavoro, la
coerenza delle scelte, il senso della missione,
insito negli stessi sacramenti
dell’iniziazione cristiana”. E ne
discutiamo proprio qui, all’Università
Urbaniana e non possiamo non farlo se non nella
prospettiva della missione.
In
un volume, dal titolo Geopolitique du
Christianisme, pubblicato recentemente in
Francia si legge: Pentecostalismo o
neoprotestantesimo, avvenire planetario del
cristianesimo” e sono riportati alcuni dati
statistici in cui i pentecostali e le Chiese
indipendenti sono oggi il 25% dei cristiani
mentre i cattolici il 50 %, e si afferma che nel
giro di una generazione si prevede che i
cattolici rappresenteranno il 33%, mentre
pentecostali e Chiese indipendenti
raggiungeranno il 44%, ed altri non cattolici il
23%.
Il fenomeno neoprotestante e pentecostale, un movimento che propone un
Vangelo senza Chiesa, ha avuto una diffusione
impressionante nel Novecento,
passando da zero a 500 milioni di fedeli
in tante parti del mondo, in Nord America, in
Asia, in Sud America, in Africa.
Questo
pone un problema non competitivo, ma di qualità
della missione della Chiesa. Perché quando noi
comunichiamo il Vangelo, assieme al Vangelo
comunichiamo una grande maternità, che è la
maternità della Chiesa, quella Chiesa che
splendeva nel Giubileo. Una Chiesa che non è
una comunità fondamentalista di puri che si
contrappone agli altri, ma è una grande comunità
di popoli, di giusti e peccatori, che non
dimentica l’amore per i poveri, il dialogo con
quelli che sono diversi, la profezia della pace.
Una Chiesa madre che respira e dilata i suoi
polmoni a tutto il mondo, la Chiesa del
Giubileo, che ha un messaggio di speranza - e lo
abbiamo visto anche nell’anno passato quanti
si sono rivolti al Santo Padre che ha
rappresentato per tanti un grande segno di
speranza -
e allora la grande sfida della missione.
Siamo sfidati in profondità sul tema della missione, sulla realtà
della missione. Naturalmente il Prefetto della
Congregazione dell’evangelizzazione dei popoli
ha una responsabilità tutta sua peculiare, ma
nel suo testo ci ricorda che ogni cristiano è
testimone del Vangelo. La missione della Chiesa
è missione del Vangelo, ed è missione di
umanità e in questo mondo confuso noi scopriamo
la bellezza e la grandezza della missione del
Vangelo. Il card. Sepe scrive:
“In
un mondo come l’attuale che si disgrega nel
delirio individualistico, nei confronti etnici,
nei rigurgiti di esacerbato nazionalismo e tende
a livellare le diversità in un anonimo
appiattimento, il problema centrale è
raggiungere l’unità nella diversità, ma in
una diversità che non neghi ma che incarni
nelle sue peculiarità una verità universale e
una legge non tribale”.
Ecco proprio dopo il Giubileo di fronte alle responsabilità della
missione, e pensiamo in particolare alle Chiese
missionarie, ai territori affidati alla
Congregazione per l’evangelizzazione dei
popoli, si vede la grande missione della Chiesa.
Una missione di verità universale, e non di una
verità ridotta sulla misura del tribale, come
tante esperienze religiose del nostro tempo.
E allora quale l’eredità del Giubileo? Una eredità che è la
missione, che è una temibile responsabilità di
noi tutti e per noi tutti, di chi si prepara in
questa università, di chi ha delle
responsabilità, di chi ne ha di meno, è quella
in fondo della costruzione dei cristiani di
domani in questo nostro mondo. Ma sotto il peso
delle sue responsabilità di allora il Cardinal
Sepe fa percepire la passione per la missione,
per la comunicazione del Vangelo -non
l’angoscia davanti alle difficoltà -
ma soprattutto la gioia di comunicare il
Vangelo, la gioia di essere chiamati a questo
impegno e il senso del dono. Il dono, che è
anche questo libro, il dono sotto cui è
presentato il Vangelo, un dono che vorrei che
fosse espresso anche dalle mie parole, almeno da
un sentimento, l’amicizia.
E
voi troverete in queste pagine varie volte
l’espressione amicizia e il Cardinale scrive a
pagina 123: “Il
cristiano non può pensare che l’onesto
compimento del dovere lo esoneri dalle vere
amicizie”. E vorrei dire che in questo
libro si sente che il Vangelo è stato letto con
amicizia e queste mie parole, questo mio modesto
commento al volume, che raccomando alla lettura
di tutti, vuole esprimere proprio l’amicizia.
Sono convinto anch’io, come il Cardinale, che
non basta compiere il proprio dovere ma occorre
vivere vere amicizie, perché quelle vere
amicizie sono la realizzazione della carità fra
di noi. Grazie.