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Florenskij:
L’icona e la bellezza
di Gaspare
Mura
“La verità
manifestata é amore. L’amore realizzato é bellezza (...) Il mio
stesso amore è azione di Dio in me, e mia in Dio (...). La mia
vita spirituale, la mia vita nello Spirito il mio divenire
‘simile a Dio’ è bellezza, quella della creatura originaria di
cui è detto: ‘E Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco,
era molto buono’(Gn 1,31)”
.
Così scriveva Pavel Florenskij nella sua opera principale, La
colonna e il fondamento della verità, pubblicata a Mosca
nel 1914, annunciando quasi un programma spirituale che si
compirà nella “bellezza” anche negli anni oscuri
dell’annientamento psicologico e fisico del lager, nel fango di
un’esistenza capace di trasfigurare in bellezza l’indescrivibile
degradazione di quella “notte” dell’uomo, e di fare della
propria umiliazione un’offerta di gloria eucaristica, fino al
martirio. Perché la bellezza di cui parla Florenskij non è altro
che l’espressione gloriosa dell’ amore teandrico di Cristo
quando è appropriato e realizzato dal credente, è la “doxa” che
si rivela a Giovanni nel momento supremo della “kenosis” del
Verbo, è quindi la bellezza come icona ed epifania della
santità. Solo quando l’amore raggiunge il culmine del sacrificio
di sé nella gratuità esso diviene “bellezza”, nel senso
teologico e mistico che Florenskij attribuiva a questo termine.
Si può dire allora che per Florenskij la bellezza indica il
senso ultimo di tutte le azioni di Dio, della creazione, della
rivelazione, dell’incarnazione, della redenzione, della
glorificazione, e che non essere capaci di “vedere” la bellezza
significa anche avere gli occhi e il cuore chiusi al mistero di
Dio, non essere capaci di santità. Perché solo il “santo” sa
vedere la bellezza, giacché il santo fa vivere in sé lo stesso
amore con cui Dio ama il mondo e l’uomo. Anche per Flolrenskij
“solo l’amore é credibile”, e tale amore fatto “bellezza” e
“gloria” nell’ora della prova e dell’annientamento, diviene
“icona” di Dio, icona di santità.
Il pensatore
Non è certamente
agevole sintetizzare le componenti della ricca e poliedrica
personalità di questo grande genio e santo della Chiesa
ortodossa russa , scienziato, teologo, sacerdote, marito e
padre di cinque figli, ingiustamente dimenticato per un
cinquantennio, e che alla luce delle opere che cominciano ad
essere pubblicate, appare come uno dei maggiori pensatori del xx
secolo. Vero é che molti scrittori russi ne avevano già
riconosciuta la grandezza: P. Evdokimov ne riconosce la
“genialità”, mentre per S. Bulgakov e N. Losskij Florenskij è il
“Leonardo da Vinci della Russia”, la cui opera filosofica e
teologica può solo essere accostata, per importanza, a quella di
Agostino.
Pavel Florenskij
nasce il 9 gennaio 1882 a Evlach , in Azerbaigian. Si laurea nel
1904 all’Università di Mosca in Matematica e fisica con il
prof. Nikolaj V. Bugaev (1837‑1903), uno dei più eminenti
matematici del tempo. In un'opera del 1898: La matematica e
la visione filosofico‑scientifica del mondo, Florenskij
applica i principi della matematica pura, elaborati da Bugaev,
in funzione di una critica del determinismo matematico, ed in
ordine ad una concezione della natura discontinua,
filosofico-simbolica dei numeri, sulla quale inizia a costruire
la sua visione unitaria del cosmo. Costituirà una costante di
Florenskij l’elaborazione di una visione del mondo integrale,
che parte dai numeri come “forma” del reale, per giungere ad
integrarvi la filosofia, la teologia, e la stessa mistica.
Nel 1910,
l’anno in cui Florenskij sposa Anna M. Giacintova e viene
ordinato sacerdote della Chiesa ortodossa, viene anche nominato
docente straordinario di Filosofia presso l’Accademia teologica
di Mosca. Egli vi terrà, tra le altre, una serie di lezioni
dedicate alla nozione di Infinito nella logica simbolica e
matematica, dando fin d’allora alla sua filosofia la qualifica
di “realismo ontologico”, fondato, egli scrive nella sua
autobiografia, sulla «fede nella realtà trans‑oggettiva
dell'essere: l'essere si apre direttamente alla conoscenza»,
in antitesi all’ illuminismo, al soggettivismo e allo
psicologismo. Quanto il “realismo ontologico” di Florenskij sia
affine alla nozione rosminiana dell’essere é argomento ancora
tutto da approfondire e da studiare. Perché “realismo
ontologico” significa per Florenskij anche “idealismo concreto”,
capace di passare dall’ideale al reale, dal trascendentale alla
concretezza dell’essere esistente, e capace quindi di
interpretare ogni fenomeno come “simbolo” della realtà, fino
alle sue supreme dimensioni. E non é un caso, allora, che le
lezioni di filosofia tenute nel 1912-1913, ed ora pubblicate con
il titolo: Il significato
dell’idealismo,
vengano integralmente dedicate al platonismo, il sistema
filosofico che per Floreskij più di ogni altro non solo sa
integrare il numero con l’Idea, ovvero con il paradigma del
reale, ma sa comporre l’antinomia tra l’uno e il molteplice,
fornendo così un orizzonte di comprensione della realtà al quale
solo il mistero trinitario può offrire una risposta
sorprendente, elevandolo alle dimensioni della più alta
contemplazione. La recente interpretazione di Platone offerta
dalla Scuola di Tubinga, la quale ha svelato come l’approdo
ultimo del pensiero platonico non siano le Idee, puri paradigmi
del reale, ma i principi supremi dell’Uno-Bene e della Diade,
che governano lo stesso mondo delle Idee, conferma
significativamente l’interpretazione platonica di Florenskij, di
cui ho notizia che restano tuttora numerosi scritti inediti.
Perché secondo questa interpretazione, essendo l’Uno platonico
il Bene, esso possiede già in sé un qualche dinamismo, una
qualche molteplicità, che è insieme principio di unità e di
molteplicità sia del mondo delle Idee sia del mondo sensibile. E
come per Platone si può dire che le “dottrine non scritte”
sull’Uno e il Bene costituiscano il vero orizzonte di
comprensione del significato ultimo delle dottrine presenti nei
dialoghi, così anche per Florenskij si potrebbe affermare che
l’intuizione contemplativa e mistica del mistero trinitario
rappresenti il contesto ultimo in cui debba essere collocato il
suo pensiero scientifiuco, filosofico e teologico.
E’ a Platone che Florenskij deve anche il
costante interesse per la matematica e per la filosofia del
numero, che lo accompagnerà costantemente fin dagli anni
giovanili, stimolato in ciò anche dal pensiero matematico di
Georg Cantor (1845-1918), che lo induce ad approfondire il
rapporto tra finito ed infinito, tra unità e molteplicità, e
attraverso la “teoria degli insiemi” gli permette di elaborare
la sua “teoria del numero trans-finito”, inteso come simbolo
della relazione insieme logica ed ontologica tra il finito e
l’infinito, tra il relativo e l’assoluto, tra il mondo
dell’immanenza e quello della trascendenza. Lo scritto
giovanile: Sui simboli dell’ infinito. Studio sulle idee di
G. Cantor, testimonia come l’intenzionalità profonda di
Florenskij fosse quella di leggere tutta la realtà come
“simbolo” dell’Infinito, della trascendenza, di Dio. «Noi
portiamo dentro il transfinito, al di là del finito; noi ‑
kosmos ‑ non siamo qualcosa di finito, direttamente in
contraddizione con il Divino, noi siamo trans‑finiti, il centro
tra il tutto e il niente»
.
E nel contemporaneo dialogo di forma platonica Empiria ed
empirismo, pubblicato ora ne Il cuore cherubico
,
e che contrappone l’empirista al filosofo cristiano, Florenskij
mostra come la vera “empiria” sia solo quella cristiana, perché
capace di elevarsi dal fenomenico alla sua dimensione noumenale,
e di scorgere nell’empirico la manifestazione e la traccia del
divino. La vera empiria, quella cristiana, per Florenskij è
realissima proprio perché rende trasparente un altro mondo,
quello divino, e trasforma tutto il reale e il corporeo in
simbolo, “cioè nell'unità organicamente viva di ciò che è
rappresentato, di ciò che simbolizza e di ciò che è
simbolizzato”
.
Anche su questo soggetto sarebbe utile un confronto con l’opera
del Rosmini: Del divino nella natura.
Ne Il significato dell’idealismo, Florenskij manifesta la
sua visione della filosofia come bellezza, perché frutto di
un’intelligenza d’amore, e dell’unione della propria esistenza
con la ”metafisica concreta”, in cui, egli scrive “tutto è
significato incarnato e visibilità intelligibile”
.
Nel saggio
autobiografico intitolato: Ai miei figli. Ricordi dei giorni
passati
,
scritto tra il 1916 e il 1925, Florenskij ricorda come fin dai
primi anni di vita in Georgia fosse stato afferrato da una
percezione mistica della realtà, che gli faceva scorgere in ogni
fenomeno della natura ed in ogni evento intorno a lui il
“mistero” che lo circondava, ovvero come tutte le cose
possedessero una dimensione misteriosa che ne costituiva il vero
essere al di là della loro apparenza, come se tutta la natura
fosse animata da una Vita e una Natura eterna e ne custodisse il
mistero. «A questo proposito - scriverà alla moglie dal gulag-
voglio dire a te e ai bambini che tutte le idee scientifiche che
mi stanno a cuore sono sempre state suscitate in me dalla
percezione del mistero. Tutto ciò che non ispira questo
sentimento, non rientra affatto nell’ ambito del mio pensiero,
mentre ciò che lo ispira vive nel mio pensiero e prima o poi
diventa oggetto di ricerca scientifica»
. Mistero percepito soprattutto in alcune realtà: la madre, ad
esempio, in cui Florenskij riconosce un “essere particolare”:
“Sapevo che mia madre mi amava molto; nello stesso tempo lei
suscitava in me il sentimento di una misteriosa grandiosità”.
E poi la musica, il canto, i racconti delle fiabe, ma
soprattutto il “mare”. L’immensità della superficie marina
appariva al giovane Florenskij custode di qualcosa di
misterioso, sentimento che non lo abbandonerà nemmeno di fronte
al mare gelido che circondava le isole del gulag. “Nella sua
profondità [del mare] si nascondono innumerevoli vite, piante ed
esseri strani e nello stesso tempo magnifici, ognuno dei quali è
interiormente legato a me, interiormente si identifica con la
mia vita personale, mandandole il flusso del suo proprio essere
e riconoscendola identica a quella degli altri, facendomi
sentire membro del regno dell'infinità ‑ illuminata da una
fluorescente luce ‑ misteriosa vita”.
La stessa risacca appariva a Florenskij come una immensa
orchestra, composta da innumerevoli strumenti che suonavano un
“unico e misterioso ritmo”, il ritmo che proviene dall’
“infinita Eternità”, un “suono ritmico dell’Infinito” che usciva
dalle “viscere materne dell’Essere”: “Sulla riva del mare
sentivo di essere faccia a faccia con la materna, solitaria,
misteriosa e infinita Eternità, dalla quale tutto scorre e tutto
ritorna. Essa mi chiamava e io ero con lei”.
Tutti gli esseri della natura appaiono allo sguardo
contemplativo del giovane Florenskij intrecciati in una
“misteriosa parentela”, simile non al Deus sive natura di
Spinoza, ma alla fratellanza universale delle creature cantata
dal cantico di Francesco, perché manifestazione della bontà del
Creatore, datore dell’essere. E’ ancora Platone e non Spinoza ad
offrire il supporto filosofico di questa concezione che vede
come ogni essere non è solo un singolo èn, ma è insieme
èn (uno) e pollà (molti), perché è immagine
dell’Uno sovraessenziale, da cui riceve l’essere e la vita, ed è
quindi intimamente relazionato a tutti gli esseri che hanno
origine dall’Uno: esso è quindi potenzialmente un pàn
(tutto). “Dall’ èn (uno) che noi vediamo qui ed ora si
tendono innumerevoli fili verso l’ altro, verso il pan
(tutto), verso l’esistenza universale, verso la pienezza
dell’essere. Queste vie sono le vie della vita stessa: sono
nervi, arterie che si dipartono dal fenomeno isolato e solitario
dell’ èn (uno), fino a farne un organismo vivo, una
creatura viva. Sembra che l’ èn (uno) sia qualcosa di
chiuso in se stesso, di piatto. Ma questa è solo apparenza.
Esaminatelo attentamente, vedrete che non è affatto chiuso in se
stesso e non è nemmeno piatto. Anzi, esso è circondato da una
ghirlanda i cui rami si intrecciano con i rami di altre
esistenze e spande intorno a sé un fragrante profumo. Ha una
profondità che si estende con lunghe radici fino a penetrare
negli altri mondi, e dai quali riceve la vita. La sua tonalità
sonora non è quella del secco ed isolato diapason, ma è una viva
armonia che si incarna in un insieme di toni melodici, alti,
svariati... L' èn (uno) è infinitamente più grande e più
ricco di contenuto di quanto non sia razionale”.
Florenskij
confessa che dopo un periodo di crisi giovanile, in cui perdette
questa percezione del mistero, sarà l’incontro con la Chiesa
ortodossa russa, tramite la testimonianza vivente dello starec
Isidor Gruzinskij,
alla cui figura spirituale dedicherà Il
sale della terra. Vita dello starec Isidoro,
che lo radicherà per sempre nella fede in Gesù Cristo,
messaggero del “Dio Noto”, riflesso di quella eterna Luce cui
Platone aspirava ma non poteva raggiungere, perché, come è
scritto ne La colonna e il fondamento della Verità, è la
luce della “unità triipostatica”: “soltanto la Trinità è èn
kaì pollá” , scrive Florenskij, e per questo l’unità
triipostatica è il fondamento eterno della parentela universale
“in senso proprio e definitivo”
. Ne La colonna e il fondamento della Verità viene
approfondita in maniera magistrale la visione della Trinità come
origine e fine di ogni esistenza, come Eterna Patria di ogni
essere, come fondamento della universale fratellanza con ogni
creatura, e fonte illuminativa della verità della conoscenza,
che sa cogliere la vera essenza delle cose create, e vero
fondamento ontolgico di ogni essere.
Tuttavia ancor
prima della definitiva scelta ecclesiale, il giovane Florenskij
scriveva alla madre che il suo progetto di vita e di impegno
intellettuale, contro la ormai dilagante cultura anticristiana,
sarebbe stato quello di “far confluire l'intero insegnamento
della Chiesa in una visione filosofico‑scientifica e artistica
del mondo”, secondo l’insegnamento dei Padri e della grande
tradizione ecclesiale, perché l’esperienza di una ecclesialità
autentica gli ha rivelato “il nucleo santo della vita”: “La
nostra Chiesa ‑ scrive Florenskij ‑ o è una completa assurdità
oppure deve nascere da un germe santo. Io l’ ho trovato e ora lo
farò crescere, lo porterò fino ai santi misteri, e non lo darò
in pasto ai socialisti di tutti i colori e sfumature”
.
E’ per questa
intuizione teologica e mistica che Florenskij, negli anni
antecedenti alla rivoluzione, parteciperà attivamente al
movimento simbolista nell’arte, al quale vuole offrire una
fondazione anche filosofica e teologica, e che vuole collegare
alla grande tradizione russa dell’”icona”, che non é
l’espressione della personalità soggettiva dell’artista, secondo
la concezione estetica del mondo occidentale, ma è intesa come
un simbolo che reca già in sè la realtà di cui é simbolo, ovvero
quel mondo soprannaturale a cui l’artista, spogliandosi della
propria soggettività, deve potersi elevare contemplativamente
per poter esprimere artisticamente. Le opere che ci ha lasciato
Andrej Rubilov sono un’eloquente espressione di questa estetica
teologica dell’icona. E attraverso il simbolo Florenskij vuole
esprimere la sua visione unitaria della realtà. Il 21 febbraio
1937, ormai relegato nel gulag, qualche mese prima della morte,
Florenskij scrive al figlio : “Che cosa ho fatto io per tutta la
vita? Ho contemplato il mondo come un insieme (celoe),
come un quadro e una realtà compatta, ma in ogni istante o, più
precisamente, in ogni fase della mia vita, da un determinato
angolo di osservazione. Ho esaminato i rapporti universali in un
certo spaccato del mondo, seguendo una determinata direzione, in
un determinato piano e ho cercato di comprendere la struttura
del mondo a partire da quella sua caratteristica di cui mi
occupavo in quella fase. I piani di questo spaccato mutano,
tuttavia un piano non annulla l’ altro, ma lo arricchisce
cambiando; è qui la ragione della continua dialettica del
pensiero assieme al costante orientamento di guardare il mondo
come un unico insieme”
.
Ed è sempre alla luce di questa intuizione della superiore
Unità- Triipostatica, che Florenskij non solo valorizza le
religioni naturali, come espressione della spontanea ricerca del
divino nella natura, ma ritiene che le stesse religioni storiche
debbano trovare una unità superiore: “Anche i fossati più
profondi tra le religioni- egli scrive- non possono creare fra
di loro divisioni tali da rompere definitivamente la loro
radicale unità [...]. Ogni confessione e ogni religione poggiano
in qualche misura sull'autentica realtà spirituale e quindi non
sono completamente prive della luce della Verità. Per quanto
possano essere grandi e profonde le differenze religiose e
confessionali, esse comunque sono relative... Avere una fede
qualsiasi è meglio che non averne nessuna, poiché la fede dà un
autentico contatto con il mondo spirituale (...). Il mondo
religioso è frantumato soprattutto perché le religioni non si
conoscono reciprocamente. Anche il mondo cristiano è frantumato
per lo stesso motivo, perché le varie confessioni non si
conoscono reciprocamente. Tutte occupate in una polemica che
esaurisce, non hanno la forza di vivere per se stesse (...). Se
anche una minima parte dell’ energia che si disperde nell’
ostilità verso gli altri, fosse usata per amare se stessi,
l’umanità potrebbe riposarsi e prosperare”.
Sempre negli
anni che precedono la rivoluzione (1911-1917), Florenskij dirige
l’importante rivista di teologia Messaggero teologico,
attraverso la quale cerca di rinnovare il pensiero religioso
russo, mediante un programma che prevede una nuova grande
sintesi tra filosofia e teologia, tra pensiero speculativo e
pensiero teologico. Egli elabora allora il progetto di una
filosofia della religione intesa non come “critica” della
religione, in senso spinoziano, e nemmeno come riduzione della
religione ad etica, in senso kantiano, ma come “ermeneutica
della rivelazione”, capace di fare del dogma trinitario il
centro e il fulcro della metafisica e della teologia, prendendo
tuttavia le distanze sia dalla filosofia della rivelazione di
F.W.J. Schelling (1775‑1854), ritenuta immanentista a motivo
dell’assorbimento della rivelazione nella filosofia, sia dalla
sofiologia di V.S. Solov'ëv (1853‑1900), anch’essa equivoca
nella qualificazione della sophia, ed ispirandosi piuttosto
all’ortodossia dell'archimandrita Serapion Maskin. Florenskij
tenta di porre le basi di un’ “ontologia trinitaria” e di un
“pensare trinitario”, in uno sforzo che culminerà ne: La
colonna e il fondamento della verità (1914), che ha come
sottotitolo: Saggio di teodicea ortodossa in dodici lettere,
e che costituisce una summa della teologia ortodossa ed una
delle più importanti opere teologiche del xx secolo.
E’ da questa
intuizione teologica ed ecclesiale che nasce in Florenskij anche
la concezione della cultura e la sua vocazione alla cultura.
Perché cultura, per Florenskij, non è erudizione, astrattismo,
gusto di mode effimere, ma nella sua essenza profonda, come nel
suo etimo, è “cultus”, espressione integrale di una vita di
fede: “la fede definisce il culto, scrive Florenskij, e il
culto la comprensione del mondo (miroponimanie), dalla
quale poi deriva la cultura”
.
Per la vera cultura non c’è spazio per l’astrattezza, il
soggettivismo, il separatismo, perché tutto si tiene in una
visione contemplativa dell’unità del reale, sulla cui
unitotalità splende la gloria di Dio. Persino le inevitabili
antinomie del proprio vissuto, della storia dell’uomo e del
reale, vengono assunte in una sua più profonda comprensione e
ricomprese alla luce di una intuizione mistica della Verità.
Questa concezione di una cultura ‘omoiusiaca’ accompagnerà
Florenskij dall’opera giovanile sul significato dell’idealismo
fino alle lettere dal gulag. Ed è partendo da questo stretto
legame tra cultura cristiana e ‘cultus’ che Florenskij conduce
un’incessante battaglia contro la separazione di cultura e fede
propria di molte espressioni della modernità. La ‘ratio
separata’ della cultura moderna appare a Florenskij in antitesi
con la cultura cristiana, perché essa, distaccandosi dalle
“fonti della vita eterna”, ha disseccato le fonti ontologiche e
mistiche della cultura cristiana. L’opera incompiuta
Filosofia del culto testimonia come Florenskij fino alla
fine sia rimasto fedele al progetto di una nuova sintesi tra
filosofia, teologia e liturgia, in cui quest’ultima, che per la
tradizione ortodossa è sintesi di parola-ascolto e
visione-contemplazione, gioca anche culturalmente il ruolo
simbolico di congiungimento di tutto il cosmo con Dio.
Florenskij nutre il sogno di contribuire a creare una nuova
sintesi unitaria scientifico-filosofica-teologica-artistica del
reale, sulla base della grande tradizione della Chiesa e dei
Padri, nella quale traspaia l’immutabile bellezza di Dio come
gratuità e grazia.
Non è un caso, a mio avviso, che Giovanni Paolo
II, nella sua enciclica Fides et ratio, ai § 74-75,
abbia inserito Florenskij tra i grandi rappresentanti della
cultura cristiana contemporanea, punto imprescindibile di
riferimento per un efficace rinnovamento del rapporto tra la
cultura e la fede, la filosofia e la teologia, l’esperienza
cristiana e le sue espressioni e realizzazioni culturali e
storiche. “La concezione del mondo da lui elaborata - scrive
Wojtyla, - si delinea per contrappunto a partire da alcuni temi
tenuti saldamente insieme da una peculiare dialettica, anche se
non si presta a un compendio sistematico. La sua struttura ha
carattere organico, non logico, e le singole formulazioni non
possono essere separate dal materiale concreto”. Fedele ai
criteri metodologici del Medioevo russo, individuabili nell’
organicità, oggettività, concretezza, Florenskij annette grande
importanza, per questo rinnovamento della filosofia, anche alla
scienza ed alla matematica “come rapporto funzionale inteso,
tuttavia, nell’accezione della teoria delle funzioni e dell’aritmologia”
.
Nelle lettere Ai miei figli. Memorie di giorni
passati, Florenskij scrive che sua costante preoccupazione è
stata pensare “al rapporto tra fenomeno e noumeno, al
rinvenimento del noumeno nei fenomeni, alla sua manifestazione,
alla sua incarnazione. Sto parlando del simbolo. E per tuttala
vita ho riflettuto su un solo problema, il problema del SIMBOLO”;
pensare cioè come, alla luce del grande mistero
dell’Incarnazione, e del Cristo Pantokrator, attraverso i
fenomeni divenga possibile leggere il noumeno, la verità eterna
che in essi è racchiusa, in una visione che abbraccia tutte le
realtà del cosmo e che unisce la scienza alla filosofia alla
teologia alla contemplazione. “Respingevo con tutto me stesso la
scissione kantiana di noumeni e fenomeni...al contrario, in
questo senso sono sempre stato un platonico, un onomatodosso: il
fenomeno era per me un fenomeno del mondo spirituale, e il mondo
spirituale oltre il proprio manifestarsi era da me
concepito come non-manifestato, come esistente in sé e per sé e
non per me”.
Vi è qui tutta la filosofia di Florenskij: il suo platonismo, la
sua avversione insieme al kantismo ed al positivismo, la sua
concezione del simbolo come unità ‘spirituale-materiale’, “nella
sua immediatezza, nella sua concretezza, con la sua carne e la
sua anima”.
Da cui deriva, per Florenskij, un’analoga avversione al
positivismo, incapace di vedere l’ ‘altro volto’ della realtà, e
la ‘metafisica astratta’ incapace di collegare la dimensione
trascendente con la realtà concreta: “ Il positivismo, scrive
Florenskij, mi disgustava, ma non meno mi disgustava la
metafisica astratta. Io volevo vedere l’anima, ma volevo
vederla incarnata. Qualcuno vorrà chiamarlo materialismo.
Non si tratta, però, di materialismo, ma della necessità del
concreto o simbolismo”.
Quel simbolismo, cardine della “metafisica concreta”,
costituisce il centro del suo capolavoro, La colonna e il
fondamento della verità, opera che celebra non la
ragione astratta, ma la ragione capace di instaurare una vitale
partecipazione con l’essere, perché “se la ragione non partecipa
dell’essere, neanche l’essere partecipa della ragione”.
Occorre perciò un nuovo esercizio della ragione, un “principio
nuovo” della ragione, che le permetta di pensare insieme
l’immanenza e la trascendenza, le verità filosofiche e quelle
teologiche, di pensare insieme l’unità e la molteplicità, e
persino le antinomie racchiuse nel mistero, perché “la verità è
antinomia e non può non essere tale”, e la ragione spinta agli
estremi limiti non può non incontrarsi con quella che già Cusano
chiamava coincidentia oppositorum.
“C’è da
augurare, scrive Woytjla in FR 74, che questa grande tradizione
filosofico-teologica trovi oggi e nel futuro i suoi continuatori
e i suoi cultori, per il bene della Chiesa e dell’umanità”.
Il mistico
La dimensione
mistica e contemplativa ha costituito il senso ultimo della vita
e dell’opera del padre Pavel. E qui va fatta una precisazione:
non si è trattato di una “teoria della mistica”, ma di una
“esperienza mistica” che ha permesso a Florenskij di
sperimentare il mistero del Dio Uno e Trino “dal di dentro”, e
di contemplarlo poi in tutta la realtà, dando senso a tutta la
sua ricerca, anche scientifica. Per questo non troviamo in
Florenskij esperienze mistiche straordinarie, ma piuttosto
quella che uno studioso ha definito la ‘mistica del quotidiano’,
quella che dovrebbe costituire la dimensione esistenziale di
ogni cristiano, ovvero la capacità di vedere e sperimentare la
presenza di Dio in ogni circostanza della vita, sia personale
che pubblica. In questo senso allora la mistica e la
spiritualità di Florenskij sono di straordinaria attualità.
Perché se è vero, come ha scritto il teologo Rahner e come
indicano i maggiori carismi ecclesiali del XX secolo, che “al
presente nessuno può vivere, come in passato, in un paradiso
spirituale al riparo dal mondo; né si può più far fronte a
questo mondo concreto se non si è appunto radicalmente
cristiani. In questa ottica, si può senz'altro affermare che
l’esperienza di Dio propriamente detta, la più intima e
soprannaturale nella profondità della nostra esistenza, è
qualcosa che si potrebbe davvero definire ‘mistico’”,
allora Florenskij, la sua vita e la sua opera, è l’icona vivente
di questo nuovo paradigma di santità, che è quello di vivere
fino in fondo l’esperienza di Dio nel mondo, e in tutte le
circostanze dell’esistenza concreta. Non è il caso qui di fare
un confronto con le grandi spiritualità laicali del XX secolo,
come quella di san Josemarìa Escrivà , il quale scriveva, in una
celebre omelia dal titolo: Amare il mondo appassionatamente
: “O sappiamo trovare il Signore nella nostra vita
ordinaria, o non lo troveremo mai. ...la nostra epoca ha bisogno
di restituire alla materia e alle situazioni che sembrano più
comuni il loro nobile senso originario, metterle al servizio di
Dio, spiritualizzarle, facendone mezzo e occasione del nostro
incontro continuo con Gesù Cristo...E’ consentito pertanto
parlare di un materialismo cristiano, che si oppone audacemente
ai materialismi chiusi allo spirito...Vi è una sola vita, fatta
di carne e di spirito, ed è questa che dev’essere, nell’anima e
nel corpo, santa e piena di Dio: questo Dio invisibile lo
troviamo nelle cose più visibili e materiali...E’ in mezzo alle
cose più materiali che ci dobbiamo santificare, servendo Dio e
tutti gli uomini... Perché una vita santa nel mezzo della realtà
temporale... non è forse oggi la manifestazione più commovente
delle magnalia Dei ...?”.
La santità di Florenskij nasce da questa ispirazione come dono
dello Spirito alla Chiesa contemporanea: la via della santità
non passa solo attraverso i conventi, ma anche per le strade del
mondo, nella santificazione del quotidiano, nelle occupazioni
profane vissute come vocazione, servizio, dono di sé. Florenskij
è cosciente che lo Spirito rinnova sempre la faccia della terra
ed anche le vie della spiritualità e della santità: “Man mano
che si avvicina la fine della storia, appaiono sulle cupole
della santa Chiesa nuovi raggi rosei, finora quasi sconosciuti,
del venturo giorno senza tramonto. Già Simone il Nuovo Teologo
parla in maniera in qualche modo diversa e con un tono nuovo
rispetto agli antichi asceti. (...) San Serafino da Sarov e i
grandi starec di Optina, Leone, Leonida e Macario e soprattutto
Ambrogio, raccolgono in sé, come fuoco di lente, la santità
popolare. Sono santi ormai per metà non più monaci nel senso
stretto della parola”.
Del resto, la sua stessa figura di sacerdote e padre, lo poneva
al confine tra una vocazione propriamente religiosa ed una
vocazione che oggi diremmo laicale. Sarebbe un errore, tuttavia,
voler scindere queste due dimensioni della vita cristiana in
Florenskij. Perché Florenskij, proprio meditando sulla
tradizione monastica orientale, scopre che il monachesimo ha
avuto figure e forme diverse nei secoli e, soprattutto, che il
monachesimo orientale ha custodito in sé una dimensione che oggi
qualificheremmo come “laicale”, la cui essenza consisteva
semplicemente nel portare a perfezione la vita cristiana
unicamente in quanto membri della Chiesa.
Da cosa è data
allora l’unità spirituale tra la dimensione religiosa e quella
laicale in Florenskij? Possiamo rispondere: dalla particolare
profondità e luminosità dello “sguardo”, capace insieme di
vedere in tutta la sua concretezza la realtà, ma anche di
coglierne la sua dimensione “noumenale” e divina. L’asceta, il
santo, il mistico non è per Florenskij solo colui che si ritira
dal mondo, ma piuttosto colui che entra “realmente nelle viscere
della Trinità divina”, e sa viverla nel mondo. La mistica di
Florenskij è una mistica trinitaria, e il santo può partecipare
dell’atto eterno di Dio amore perché è guidato dal Dio Figlio
incarnato, alla cui conformazione realizza una sorta di
“transustanziazione” della propria persona. “Dio è essere
assoluto perché è atto sostanziale di amore, atto-sostanza. Dio,
o la Verità, non solo ha amore, ma anzitutti ‘è amore’, ‘ ho
Theos agàpe estìn (1 Gv, 4,8), cuiè l’amore costituisce
l’essenza di Dio, la sua propria natura, non è solo una sua
relazione provvidenziale. In altre parole, ‘Dio è amore’ ( o,
più precisamente, l’Amore’) e non soltanto ‘Uno che ama’, sia
pure ‘perfettamente’”.
L’amore del santo deve vivere dello stesso amore che è Dio, che
non è solo gloria, ma anche kenosis, dono di sé,
svuotamento, amore “che si sacrifica in un reciproco
autosvuotamento, in un autoimpoverimento e autoumiliazione delle
Ipostasi”.
Non entriamo qui nella profondità ed anche nell’originalità
della teologia trinitaria di Florenskij. E’ importante
sottolineare piuttosto il ‘ritmo trinitario’ dell’ascetica,
della spiritualità e della mistica di Florenskij, che egli
riteneva dover appartenere ad ogni vero cristiano, che fosse
possibile vivere in ogni circostanza e condizione di vita, e che
doveva costituire la forma nuova della santità.
E’ l’essenziale
dimensione trinitaria che fa della ‘reciprocità, una delle
dimensioni fondamentali della mistica di Florenskij. “L’ amore
dell’ amante trasporta il proprio io nell’amato, nel Tu, e dà
all’ amato Tu la forza di conoscere in Dio l’ io amante e di
amarlo in Dio. L’amato diventa amante, si eleva al di sopra
della legge d’ identità e in Dio identifica se stesso con
l’oggetto del proprio amore, trasferisce il proprio io nell’Io
del primo mediante il terzo, e così via. Questo seguito di
autodonazioni‑svuotamenti‑abbassamenti reciproci degli amanti
solo al raziocinio appare in una successione indefinita. In
realtà, quando si eleva al di sopra della sua natura, l’ io esce
dalla limitatezza spazio‑temporale ed entra nell’ Eternità, dove
tutto il processo dei reciproci rapporti degli amanti è un atto
unico nel quale si sintetizza la serie indefinita dei singoli
momenti dell’amore. Quest’ atto uno, eterno e infinito è l’
uni‑sostanzialità di quelli che si amano in Dio, dove l’ Io è la
stessa cosa con l’ altro io e allo stesso tempo ne è distinto”.
Sarà importante approfondire il senso teologico di questa
mistica trinitaria di Florenskij . Qui è solo opportuno
ricordare come tale ‘mistica trinitaria’ non sia altro che la
realtà vissuta del comando nuovo: “amatevi scambievolmente come
io vi ho amato” (Gv. 13,34), che rappresenta per Florenskij il
senso ultimo e definitivo di ogni esistenza cristiana. Facendo
viva esperienza della vita trinitaria, il santo diviene allora
capace di vedere ogni cosa sub specie aeternitatis, e di
scoprire le ‘radici celesti’ di ogni persona, in quanto
partecipe della omousia trinitaria. Ma vivere nel Figlio e
dell’amore del Figlio, significa anche rivivere l’amore eroico e
kenotico del Figlio, di cui Florenskij darà testimonianza negli
ultimi giorni della sua vita.
Florenskij cita
a questo proposito Niceta Stethatos, che scrive: “Chi è arrivato
alla vera perfezione della preghiera e dell’amore non fa
differenza tra le cose e tra il giusto o il peccatore, ma li ama
ugualmente e non giudica, come Dio manda il sole e la pioggia
sui giusti e sui peccatori”, e commenta: “Benedicendo l’universo
l’asceta vede sempre e dappertutto i segni e le vestigia di Dio;
per lui ogni creatura è una scala lungo la quale gli angeli di
Dio discendono sulla terra e tutto quaggiù è un riflesso del
cielo. Per lui tutta la natura è un ‘libro’, come ha detto di se
stesso il beato Antonio il Grande “.
Lo sguardo di chi è “puro di cuore” vede Dio in tutte le
creature, anche nei peccatori: “Quanto più in alto l’asceta
cristiano sale verso la patria suprema, tanto più il suo occhio
interiore s’illumina; quanto più penetra nel suo cuore lo
Spirito Santo, tanto più distintamente vede il nucleo interiore,
assolutamente valido, della creatura e più calda si accende nel
suo cuore la compassione per questa figlia errante di Dio.
Quando sui santi e sui loro sommi eroismi di preghiera
discendeva lo Spirito, essi risplendevano di un amore accecante
e radioso verso la creatura”.
E’ stato
giustamente osservato che i luoghi privilegiati della mistica
trinitaria di Florenskij siano stati l’amicizia e il culto.
“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i
propri amici” (Gv 15,13); Florenskij annette una straordinaria
importanza a queste parole, che riflettono per lui la stessa
“mistica trinitaria” di Cristo:
“Morire per gli
amici è soltanto il grado ultimo (e non il più difficile) nella
scala dell’amicizia. Ma prima di morire per gli amici, bisogna
essere loro amico”.
In altri termini, per Florenskij, un amore disincarnato, che
non sia anche ‘amicizia’, nel senso che già gli autori classici
attribuivano a questo termine, non è un vero amore perché non
partecipa dell’amore con cui Cristo ci ha amato chiamandoci
‘amici’. “Oh, quale felicità per chiunque è in grado di vedere
il Cherubino nell’ altro! O, gioia eterna!”
. Nell’amicizia si fa allora esperienza dell’incontro con Cristo
che si rivela in mezzo ai “due” (Mt. 18,20), e li unisce, con
sé, al Padre: “ (...) la riunione di due o tre nel Nome di
Cristo, la con‑fluenza di persone nella misteriosa atmosfera
spirituale vigente attorno al Cristo, la partecipazione alla sua
grazia fortificante li trasforma in una nuova sostanza
spirituale, fa dei due una particella del Corpo di Cristo,
un’incarnazione viva della Chiesa (il Nome di Cristo è la Chiesa
mistica), li ‘inecclesia’. Si comprende - continua Florenskij-
che in questo modo è anche Cristo ‘in mezzo a loro’, come
l’anima è ‘in mezzo’ a ciascun membro del corpo che vivifica”.
La stessa Chiesa viene allora intesa da Florenskij come “catena
d’amore che si estende a principiare dalla Trinità assoluta”,
come luogo di una vera e reale esperienza di Dio. “Non voglio le
‘profondità’, non voglio letteratura, non voglio le ‘opere’,
anche se potessi fare cose geniali. (...) Toccare con mano Dio ‑
penso, se questo è possibile, allora lo è solo attraverso l’
animo di un altro, un Amico ‑ tutto riempie di una
coscienza di solidità (...)”.
Il “culto”,
secondo la grande tradizione ortodossa, costituisce per
Florenskij il secondo luogo privilegiato dell’esperienza di Dio.
Nel culto liturgico avviene il mirabile incontro dell’immanente
con il trascendente, delle cose di questo mondo e di quelle
dell’ ‘altro’ mondo, del relativo e dell’assoluto, e l’uomo
viene elevato nel seno stesso della Trinità. “Il Simbolo della
fede, - scrive in Culto, religione e cultura, - si è
sviluppato dalla formula trinitaria battesimale, misteriosa ed
efficace: ‘Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo’, che sta alla base di tutte le azioni sacre, di tutto il
Servizio divino”.
Esso, recitato (nella liturgia bizantina) dopo la proclamazione
del diacono: ‘Amiamoci gli uni gli altri per confessare in unità
di pensiero la nostra fede’, “è la manifestazione viva, la
rivelazione vivente dell’unità nell’amore; così come la luce
proviene dal sole, così anche l’unità ecclesiale ‑cioè 1’unisostanzialità
e indivisibilità nel misterioso amore di Cristo, l’unicorporeità
e l’ unanimità nel Corpo di Cristo ‑ brilla grazie alla
confessione della Trinità Unisostanziale e Indivisibile: e
questa confessione è il Simbolo della fede. Ma confessarlo ha
senso solo se ciò viene fatto dal di dentro del mistero dell’
unione ecclesiale e non fuori del Servizio divino e, ancora di
più, non fuori della Chiesa”.
La mistica di Florenskij, come ogni autentica esperienza mistica
cristiana, è una mistica essenzialmente ecclesiale, che avviene
nella Chiesa, per la Chiesa e con la Chiesa.
Tutti i mali
della Chiesa e del mondo derivano allora, per Florenskij,
dall’aver dimenticato di vivere il culto: “Il primo posto o
sfacelo ecclesiale spetta alla disattenzione, alla mancanza di
riflessi sul culto, mentre il compito principale della teologia
contemporanea dovrebbe essere proprio la comprensione del culto.
E’ come se gli elementi della realtà fossero distrutti dal
turbine che si è abbattuto su di essa, piegati da una forza
incomprensibile, smembrati e ricomposti per essere poi riuniti
in nuovi geroglifici ancora indecifrabili, mai visti prima, del
mondo misterioso. Solo innalzandoci verso l’alto potremo
contemplare il loro quadro nella sua interezza. Una forza
trascendente racchiusa in essi li ha strutturati secondo leggi
che non provenivano dalla loro essenza, sebbene la
sottintendessero; questa forza è quel filo che collega il
celeste e il terreno ”
. Nella assiduità al culto padre Pavel ha vissuto fino in fondo
il suo sacerdozio ed ha manifestato la sua anima sacerdotale.
Dal giorno dell’ordinazione, egli scrive, “nella mia anima, nel
mio cuore, in tutto il mio corpo è penetrata un’inesprimibile,
impercettibile e per me stesso incomprensibile pace.
Esternamente sono lo stesso di prima: mi incollerisco, mi
irrito, sono scontento. Ma nel profondo dell’anima è come se
fosse stata raggiunta, compiuta, finita la costruzione del nido
pronto per la cova degli uccelli. Sento di essere tornato ai
miei antenati (...). Si è rovesciata tutta la mia psicologia”.
Florenskij vede nell’unità vissuta nella Chiesa l’essenziale
della vita cristiana e sacerdotale .
La santità
diviene allora per Florenskij sinonimo di bellezza, perché
santità significa essenzialmente trasformazione di sé,
trasfigurazione e deificazione mediante la grazia santificante:
“L’ascetica crea non l’uomo ‘buono’ ma l'uomo bello e il tratto
distintivo dei santi non è affatto la ‘bontà’, che può essere
presente anche in persone carnali e molto peccatrici, bensì la
bellezza spirituale, la bellezza accecante della persona
luminosa e luciferente, assolutamente inaccessibile all’uomo
grossolano e carnale. ‘Nulla è più bello di Cristo’, l'unico
senza peccato”.
L’ascetica diviene allora un’arte: “Non si tratta di una
metafora ‑ egli scrive ‑ perché se ogni arte è trasformazione di
questo o quel materiale e infusione in esso di una forma nuova,
di origine superiore, il lavoro spirituale non è altro che una
trasformazione di tutto l’essere umano”.
Quest’arte produce la bellezza come icona della santità,
riflesso dello stesso volto di Dio.
La mistica di
Florenskij è una mistica del confine tra l’umano e il divino,
una mistica ‘teandrica’, perché l’uomo è situato tra i due
mondi, il terreno e il celeste, e deve saper riassumerli in sé
entrambi senza rinunciare a nessuno di essi. Il vero mistico,
per Florenskij, non è l’uomo della fuga, che rifiuta il mondo
per raggiungere la contemplazione, ma è piuttosto l’uomo che
“non desidera pulita la sua stanzuccia per essere lei stessa
lodata, ma implora piangendo la visita a questa stanzuccia,
anche se affrettatamente riordinata, di Colui che può con una
parola sola cacciare tutti i demoni dalla dimora. Ed ecco, così
orientando la vita interiore, la visione si manifesta, non
allorché ci sforziamo con le nostre forze di superare la statura
a noi assegnata e di varcare soglie a noi inaccessibili, ma
quando misteriosamente e incomprensibilmente la nostra anima è
giunta sul piano dell’altro mondo, invisibile, sollevata fin
lassù dalle forze celesti stesse; come il ‘segno dell’alleanza’,
l’ arcobaleno si mostra dopo che si è sparsa la benefica
pioggia, la manifestazione celeste, l’immagine dall’alto, è data
per annunciare e ribadire il dono invisibile concesso nella
coscienza diurna, in tutta la vita, come messaggio e rivelazione
dell’eternità. Questa visione è più oggettiva delle oggettività
terrestri, più sostanziale e reale di esse; è il punto
d’appoggio dell'opera terrestre, il cristallino attorno al quale
e secondo le cui leggi di cristallizzazione, sul cui modello, si
verrà cristallizzando l’esperienza terrena, che diventa tutta,
nella sua stessa struttura, un simbolo del mondo spirituale ”.
La mistica di
Florenskij può allora essere definita una ‘mistica del cuore’,
l’organo che secondo la tradizione orientale è il centro della
persona umana e l’organo con cui l’uomo comunica con Dio, con
gli altri e con il mondo: “attraverso i proprio corpo l’uomo è
legato a tutta la carne del mondo e questo nesso è così stretto,
che i destini dell’ uomo e delle creature sono inscindibili”.
Per questo Florenskij volle vivere tutta la sua vita nei pressi
della laura di San Sergio, perché considerava la mistica del
cuore di questo grande Padre come capace di comprendere come
ogni esistenza umana, ogni concretezza, ogni realtà, non fosse
di impedimento, ma una via di santità e parte necessaria di un
progetto d’amore che solo un ‘cuore puro’ può vedere.
Il martire
Se santo, come
insegna la Chiesa, è colui che esercita le virtù in modo eroico,
e in particolare la carità, non è difficile scorgere in Padre
Pavel i tratti di un’autentica santità.
La vocazione al
martirio si manifesta già allo scoppio della rivoluzione
d’ottobre del 1917. Florenskij non sceglie la via dell’ esilio,
come molti nobili e intellettuali russi, ma quella della
resistenza, nella forma di una solidarietà concreta con gli
umiliati e gli offesi, con i perseguitati e le vittime del
regime. Al fine di alleviarne le sofferenze, e di avere modo di
offrire aiuti concreti ai bisognosi ed alla sua stessa famiglia,
e forse sperando in un occhio di riguardo da parte del potere
politico, decide di mettere le sue competenze scientifiche a
servizio del regime. Realizza allora numerose invenzioni
scientifiche riguardanti le proprietà dei materiali elettrici ed
isolanti, cura alcuni volumi della Enciclopedia tecnica,
e in qualità di ingegnere elettrotecnico è consulente
scientifico dell’ Amministrazione centrale per
l’elettrificazione della Russia e dell’ Istituto Elettrotecnico
di Stato, e redige numerose opere scientifiche. Tra di esse
merita una menzione l’opera Gli immaginari in geometria,
nella quale, fedele alla sua concezione organica del reale,
propone di rivalutare, in base alla teoria della relatività ed
alle geometrie non euclidee, la concezione dello spazio presente
nella Divina commedia di Dante Alighieri. Al Politburo,
che decide di censurare l’opera, a motivo dei suoi riferimenti
religiosi, e nell’illusione di poter influire con il proprio
prestigio nella politica del regime, Florenskij scrive nel 1922:
“Elaborando una visione monistica del mondo, ed una concezione
che richiede un rapporto concreto e pratico nei confronti della
vita, ero e sono ostile all’idealismo astratto come alla
metafisica astratta. Come ho sempre pensato, una concezione del
mondo deve avere delle salde radici, concretamente vitali, e
deve culminare in una incarnazione viva per mezzo della tecnica,
dell’arte ecc. In particolare io rappresento una geometria non
euclidea con l’obiettivo di una applicazione tecnica
nell’elettrotecnica”
.
Ma nonostante l’
opera fornita gratuitamente al regime ed il prestigio acquisito,
Florenskij, fedele alla sua testimonianza cristiana in qualità
di sacerdote, viene arrestato una prima volta nel 1928 come
soggetto socialmente pericoloso, considerato ‘un oscurantista,
una minaccia per il potere sovietico’, e condannato a tre anni
di confino a Niznij Novgorod, dove tuttavia resta solo pochi
mesi. Tornato a Mosca, questo ‘monaco oscurantista’, come viene
definito, prosegue nell’attività scientifica, si presenta ai
congressi in abito sacerdotale e desta ulteriori preoccupazioni
nel potere. Nel 1933 viene arrestato una seconda volta e
condannato a 10 anni al primo gulag sovietico in Siberia, nelle
isole Solovki. Le commoventi lettere dal gulag alla famiglia
sono ora raccolte nel bel volume dal titolo significativo:
Non dimenticatemi. In esse traspare non solo la durezza
delle condizioni di vita di un detenuto nel gulag, il suo
annientamento fisico, la sua prostrazione psicologica e morale,
simile a quanto ci descriverà Solzenistin ne La giornata di
Ivan Ilyc, o Primo Levi in Se questo è un uomo. Ma in
esse c’è qualcosa di più e di più sorprendente, tale da imporre
anche a noi nuovi interrogativi sul senso della sofferenza
estrema, della condanna ingiusta, della morte per annientamento.
Forse, al di là di tutti i suoi numerosi scritti scientifici,
filosofici, teologici, mistici, il più importante e imperituro
messaggio di Florenskij è l’elevatezza eroica della sua
testimonianza cristiana nel gulag staliniano.
Le condizioni di
vita sono terribili : il vento, egli scrive, ha una forza “che
non potete neppure immaginare”; non si può passare da un
edificio all’altro senza tenersi legati alle corde, diversamente
il vento “ti faceva cadere e ti trascinava”; la temperatura
scende a 30 gradi sotto zero, anche di giorno, anche se poi
Florenskij nota positivamente: “corrispondono ai 10 gradi di
Mosca!”; il cibo è scarso, la carne , poca, viene servita
raramente; “a volte, scrive Florenskij, preparano piatti di
carne, tuttavia la quantità di carne non è sufficiente perché
coloro a cui piace possano sentirsene sazi...io la tolgo dal
piatto e la do a qualcuno degli amici, poi mangio con disgusto
il resto”, che in genere sono patate e cavoli; il lavoro
estenuante, dalle 6 del mattino alle 6 della sera, si svolge in
condizioni estreme: “il freddo disperato nella fabbrica morta, -
egli scrive alla moglie- le pareti spoglie e il vento che ulula,
infiltrandosi tra i vetri rotti delle finestre, non dispongono
ad occuparsi di niente di utile, infatti vedi bene che dalla mia
scrittura dalle dita congelate non si riesce nemmeno a scrivere
una lettera....siamo già al mese di giugno, ma sembra piuttosto
di essere di novembre”. Il 13 ottobre del 1934 scrive alla
moglie: “Sono sano, ma certamente molto dimagrito e indebolito.
Kern' è una città disgustosa: tutta piena di fango, grigia,
spenta e triste. Sperare in un’attività scientifica qui è
assolutamente impossibile; non solo per qualcosa di serio, ma di
qualsiasi tipo. Ho continuamente l’immagine di tutti voi davanti
a me, nonostante un forte indebolimento della memoria e
l’intontimento generale”.
Solovki è un
antico monastero che i sovietici trasformano in un lager, in cui
l’uomo, invece di ritrovare in sé l’immagine di Dio, come
annuncia fin dagli inizi la spiritualità monastica, viene
degradato e spersonalizzato ad essere ‘meno che uomo’. Anche il
paesaggio appare spersonalizzante: “Questa casualità del
paesaggio, quando te ne rendi conto, ti abbatte, come se ti
trovassi in una camera sporca. Anche la gente è così: tutti i
contatti con gli uomini sono casuali, superficiali e non dovuti
a qualche motivo interiore profondo”.
Il paesaggio è solo l’espressione esteriore di una solitudine
interiore: “Vivo in uno stato di continuo torpore spirituale: è
l’unico modo per sopravvivere ... . La realtà sembra un sogno e
spesso mi ritrovo a pensare che, se mi sveglio, la visione si
dileguerà. Lo stesso inverno qui non è un inverno vero e
proprio, ma una poltiglia continua, così come l’estate non è una
vera estate, ma pure una poltiglia, un po’ più calda di quella
invernale”.
Nel 1936 scrive alla nuora: “La mia coscienza rifiuta
quest’isola ... Il monastero è molto bello, ma in queste
condizioni non fa piacere. L’ unica cosa che guardo ancora è il
tramonto: i colori qui sono incredibilmente vari e delicati ...
Guardo anche l’aurora boreale, è uno spettacolo bello ed
edificante. Un tempo pensavo che assistere all’aurora boreale
dovesse essere il coronamento dei desideri umani; ma quando si è
compiuto, quest’interesse bruciante si era già spento. Tutto è
così nella vita: il compimento dei desideri avviene troppo tardi
e in modo troppo deformato”.
E qualche mese prima di morire (4 giugno 1937), scrive alla
moglie: “Non vivo, ma piuttosto trascino la mia esistenza ...
Tutto ormai è finito (tutto e tutti) .... La vita si è fermata
.... Ecco che sono già le sei del mattino. Sul ruscello scende
la neve e un vento folle fa vorticare la tempesta di neve. Nei
locali vuoti sbattono le finestre coi vetri rotti, i1 vento
s’insinua ulula dappertutto. Si sente il grido allarmato dei
gabbiani. E io sento con tutto il mio essere la nullità
dell’uomo, delle sue opere, dei suoi affanni”.
E alla madre: “Qui non si sente il suono interiore della
natura, la parola interiore della gente. Tutto scivola, come in
un teatro di ombre e i rumori giungono dall’esterno, come un
qualcosa di inutile e fastidioso o come chiasso ... Non c’è la
musica delle cose e della vita”.
Florenskij
conosce l’ora della prova e della notte interiore, che per un
tratto sembra offuscare al suo sguardo contemplativo la visione
della presenza di Dio nella natura, nell’uomo, nella storia.
“Nell’anima ho poca luce.., tutto concorre a formare uno stato
d’animo tenebroso” , scrive il 20 aprile 1937.
Ma Florenskij trasfigura la “notte” con il conseguimento di una
più elevata dimensione spirituale, che egli chiama “l’arte della
gratuità”, del puro dono disinteressato di sé a Dio e agli
altri, quella gratuità che è sinonimo di grazia e di bellezza.
Molti grandi mistici come S. Giovanni della Croce o S. Teresa d’Avila,
hanno definito questo stadio della vita spirituale come quello
dell’ ‘amor puro’, in cui si ama Dio e il prossimo senza
interesse e per puro amore, e lo hanno qualificato come il più
alto livello dell’amore di Dio. Padre Pavel sembra averlo
raggiunto nell’agonia del gulag: “Quale il mio destino”? egli si
interroga: “Forse in questo si nasconde un significato profondo
(...) l’arte della gratuità. (...) Evidentemente, di me è
scritto che io debba essere sempre un pioniere e niente di più.
E anche questo bisogna accettarlo” (11 maggio 1937).Per
questo il padre Pavel - e questo è veramente stupefacente -
nonostante tutto e al di là di tutto, non sembra arrendersi
spiritualmente, ma addirittura riesce a vedere la bellezza
nella degradazione: le foglie, l’inverno, il freddo, la fame, il
vento, la fatica diventano gratuità, offerta, bellezza. Persino
gli eventi storici di quei giorni finiscono per assumere un
significato provvidenziale. Scrive alla moglie: “(Qui) la vita
personale è uggiosa, ma il pensiero della grandezza degli
avvenimenti storici che stanno svolgendosi nel mondo mi sta
mettendo su di morale. I posteri c’invidieranno che non sia
toccata a loro la sorte di essere testimoni della
trasfigurazione rapida (dal punto di vista della storia) del
quadro del mondo. Noi infatti siamo nati in una rapida della
storia, in un punto di svolta dell’andamento degli avvenimenti
storici. In qualsiasi campo della vita avviene una
ristrutturazione dalle stesse radici, ma siamo troppo vicini a
questo quadro grandioso per abbracciarlo e comprenderlo nel suo
insieme”.
Ritengo personalmente che una nota significativa della grandezza
e dell’originalità di Florenskij, e che è ancora tutta da
studiare, sia stata questa capacità di leggere il proprio
destino personale alla luce degli eventi storici, e di
interpretare questi ultimi, nonostante sembrino disastrosi, alla
luce di una superiore Provvidenza, che è presente nella storia,
nonostante tutto. Florenskij, attraverso il dono della gratuità,
raggiunge una dimensione dello spirito che sa vedere il disegno
positivo della Provvidenza in tutte le circostanze della vita,
sia personale che collettiva: “Niente si perde, né del bene né
del male, e prima o poi si manifesta apertamente anche ciò che
per un certo tempo, a volte anche lungo, rimane invisibile”.
E pur sofferente per quella che definisce un’ ‘odiosa stupidità
umana’, vede già il giorno in cui i suoi persecutori “si
metteranno a raccogliere i cocci di ciò che hanno distrutto”:
“Tutto passa, ma tutto rimane.- scrive alla madre.- Questa è la
mia sensazione più profonda: che niente si perde completamente,
niente svanisce, ma si conserva in qualche modo e da qualche
parte. Ciò che ha valore rimane, anche se noi cessiamo di
percepirlo. Così pure le grandi imprese, anche se tutti le
avessero dimenticate, in qualche maniera rimangono e danno i
loro frutti. Perciò, se anche ci dispiace per il passato,
abbiamo però la viva sensazione della sua eternità. Al passato
non abbiamo detto addio per sempre, ma solo per breve tempo”.
La gratuità del
dono di sé rende di nuovo a Florenskij lo sguardo limpido per
vedere Dio in tutto e in tutti, nella natura e negli eventi
storici. Nel Natale che precede la sua morte, contemplando il
cielo, è preso di nuovo dalla commozione che un tempo gli
suscitavano gli spettacoli della natura, segno di un altro Cielo
ritrovato oltre la prova: “Ieri sera il cielo è diventato
limpido dopo la tempesta che aveva infuriato per alcuni giorni,
ed è cominciato il gelo. Oggi all’alba c'erano dei colori vivi e
molto belli. Il sole a mezzogiorno (comunque immediatamente al
di sopra dell'orizzonte) splendeva forte per la prima volta
dopo molto tempo, e più tardi, nel cielo totalmente sgombro di
nubi, splendeva la luna piena”.
Le stesse giornate uggiose sembrano meno tetre, e l’incanto
provato di fronte allo spettacolo dell’aurora boreale sembra
simbolizzare la nuova aurora che sorge nel suo animo: “La
giornata di oggi è stata diversa dalle altre. Il cielo era
sereno, gelava. Verso sera è sorta l’ aurora boreale. Verso le
sette, nella parte settentrionale del cielo è nato un segmento
di luce azzurrina, simile alla luce della luna piena ascendenza
più viva e netta. Questo segmento si levava all'orizzonte,
mentre la luce diventava sempre più vivida dalla parte est e
nord‑est del firmamento. Da esso lentamente si sono separati
degli archi centrici, dello stesso colore azzurrognolo, che si
spandevano nel senso della latitudine attraverso il firmamento”;
e la citazione continua: “cioè, per essere più precisi,
sembrava che il segmento stesso fosse composto di archi
concentrici e a poco a poco si dissolvesse in essi. Uno degli
archi attraversava lo zenit; un altro si trovava addirittura più
a sud. Intanto il segmento di luce è diventato scuro, nettamente
delineato, più scuro del tono del cielo, ma circondato da un
arco di luce. Dalla parte del segmento, quest’arco era delineato
nettamente, ma dalla parte esterna si fondeva col cielo ....
Tutte le fosforescenze hanno cominciato a muoversi in modo
particolarmente rapido e le nuvole si sono allungate ancor più,
assumendo la forma di cortine di luce che si davano in modo
bizzarro e si drappeggiavano con pieghe grosse e libere”.
Commenta acutamente Maria Giovanna Valenziano: “lo penso che
Pavel A. Florenskij abbia voluto consegnarci, nella
contemplazione dell’aurora boreale, il nucleo della sua
concezione filosofico‑teologica del mondo. Tale concezione
poggia su due punti saldi: l’Incarnazione, la cui categoria
principale è quel del dono; e l’unità sostanziale di tutta la
realtà a fondamento del creato, la cui categoria principale è
quella dell’armonia”.
La sua volontà
di trasfigurare tutto in bellezza è perciò frutto di una
contemplazione continua di quel mondo eterno in cui è fissa la
sua anima, e che per lui è più luminoso di ogni oscurità, è più
reale di ogni degradata ed effimera realtà. E’ questo
insegnamento e questo spirito che Florenskij vuole inculcare
alla moglie e ai figli. Tanto che giunge a scrivere: “Il segreto
dell’attività creativa sta nel conservare la giovinezza. Il
segreto della genialità, nel conservare l’infanzia, la
disposizione d’animo dell’infanzia per tutta la vita”. Questo
spirito dell’infanzia permette a Florenskij persino di vedere il
positivo nella tragedia di quei giorni. Poco prima di morire
scrive alla moglie: “L’obiettivo della vita non è quello di
vivere senza ansie, ma quello di vivere decorosamente e non
essere una nullità e la zavorra del proprio paese. Se nasci in
un periodo burrascoso della vita storica del tuo paese e anche
di tutto il mondo, se sono in gioco problemi mondiali, ciò,
certamente, è difficile, richiede sforzi e sofferenze: ma
proprio allora devi dimostrare che sei un uomo e manifestare la
tua dignità”.
A differenza di
altri detenuti dei gulag e dei lager che ci hanno lasciato
testimonianza, Florenskij non si abbatte, ma riesce persino a
proseguire la sua attività scientifica facendo ricerche sul gelo
perpetuo, sull’estrazione dello iodio e dell’agar‑agar dalle
alghe marine, e pur costretto a lavorare ‘senza libri’ e persino
‘senza occhiali’, come egli scrive, riesce ugualmente a
brevettare numerose scoperte scientifiche, e in particolare
quella del liquido anticongelante. Non c’è più interesse
personale in queste ricerche, ma unicamente una motivazione di
carità, ovvero il desiderio di migliorare lo stato di salute
degli operai che venivano fatti lavorare all’estrazione dello
iodio e che si ammalavano.
Nonostante
questi servizi resi al potere, il ‘monaco oscurantista’ appare
sempre di più una presenza ingombrante e ne viene decisa quindi
l’eliminazione fisica. Per oltre cinquant’anni nulla si sapeva
delle circostanze della sua morte. Ma i documenti custoditi dal
KGB e consegnati recentemente alla famiglia hanno potuto
finalmente gettare piena luce su quegli eventi. Si è scoperto
allora che, al fine di screditarne l’immagine presso i suoi
seguaci, venne ordita nei suoi confronti un’accusa infamante di
tradimento, alla quale prima Florenskij resistette e infine,
saputo che la sua accettazione avrebbe consentito la liberazione
di alcuni suoi compagni, decise di addossarsela , di prendere
come Cristo su di sé il peccato di molti, e di sacrificarsi
volontariamente.
Natalino
Valentini, nella sua Introduzione a Non dimenticatemi,
chiarisce tutti i retroscena di questa condanna, sulla base dei
documenti d’archivio rimasti segreti fino al 1991. In questi
Atti del KGB è scritto testualmente: “Durante il confronto
organizzato da Radzivilovskij ho convinto il professor
Florenskij a seguire il mio esempio e a confessare
sinceramente, poiché con la sua ostinazione impediva la nostra
liberazione. Florenskij capì i miei motivi e passò a sua volta
ad autoaccusarsi”.
L’autoaccusa era in realtà un pretesto per la condanna
definitiva di Florenskij e di altri intellettuali russi .
Nell’ ultima
lettera di Pavel A. Florenskij alla moglie, il 18 giugno 1937,
torna la contemplazione del mare come simbolo di una eternità
senza ombre e senza pianto: “Il mare è azzurro, d’acciaio. Nel
golfo vicino scintillano infiniti guizzi di luce e io ho capito
perché essi risultino come morti nelle fotografie e nei quadri:
ogni guizzo non è un punto, ma una freccia di luce che esce dal
mare. Queste linee di luce che sorgono e spariscono in un attimo
si intrecciano tra loro in tutte le direzioni possibili e
formano una rete viva”.
Tutto è Luce è Vita, anche nello squallore dell’esistenza, nel
tormento e nell’angoscia.
Come Padre Kolbe
ad Auschwitz e come Salvo D’Acquisto a Palidoro, Florenskij si
offre allora volontariamente agli accusatori, che lo
fucileranno l’8 dicembre del 1937, il giorno in cui la Chiesa
latina celebra la festività dell’Immacolata, gettandone il corpo
in una fossa comune. Qualche mese prima di essere ucciso, ormai
consapevole della fine, scrive alla moglie: “Il destino della
grandezza è la sofferenza, quella causata dal mondo esterno e la
sofferenza interiore. Così è stato, così è e così sarà [...]. E’
chiaro che il mondo è fatto in modo che non gli si possa donare
nulla se non pagandolo con sofferenza e persecuzione. E tanto
più disinteressato è il dono, tanto più crudeli saranno le
persecuzioni e atroci le sofferenze. Tale è la legge della vita,
il suo assioma fondamentale .... Per il proprio dono, la
grandezza, bisogna pagare con il sangue”.
La grandezza alla quale allude qui Florenskij non è quella dello
scienziato, del filosofo, del teologo, ma è la grandezza della
santità, che raggiunge il suo compimento solo nella pienezza
dell’amore e del dono di sé fino al sacrificio supremo, nella
dimensione della gratuità: “Nessuno ha amore più grande di chi
dona la sua vita per i suoi amici” (Gv. 15,13); Florenskij si
conforma al Maestro fino alla fine.
Che questo fosse
consapevolmente il suo programma di vita lo si intuisce anche
dal suo testamento spirituale, scritto poco prima di morire: “
1. Vi prego, miei cari, quando mi seppellirete, di fare la
comunione in quello stesso giorno o, se questo proprio non
dovesse essere possibile, nei giorni immediatamente successivi.
E in generale vi prego di comunicarvi spesso dopo la mia morte.
2. Non
rattristatevi e non soffrite per me, se potete. Se sarete lieti
e forti, con ciò mi darete la pace. Io sarò sempre con voi in
spirito e, se il Signore me lo concederà, verrò spesso da voi e
vi guarderò. Voi però confidate sempre nel Signore e nella sua
Purissima Madre, e non rattristatevi.
3. La cosa più
importante che vi chiedo è di ricordarvi del Signore, e di
vivere al suo cospetto. Con ciò è detto tutto ciò che voglio
dirvi, il resto non sono che dettagli o cose secondarie, ma
questo non dimenticatelo mai”.
Quando il grande
teologo Bulgacov ebbe conoscenza della morte dell’amico, ebbe a
scrivere di lui: “Di tutti i contemporanei che ho avuto la
ventura di conoscere nel corso della mia lunga vita, egli è il
più grande. E tanto più grande il delitto di chi ha levato la
mano su di lui, di chi lo ha condannato ad una pena peggiore
della morte, a un lungo e tormentoso esilio, a una lenta agonia
.... Padre Pavel per me non era solo un fenomeno di genialità,
ma anche un’opera d’ arte .... L’attuale opera di padre Pavel
non sono più i libri da lui scritti, le sue idee e parole, ma
egli stesso, la sua vita”
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