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Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli -
Pontificia Università Urbaniana
Convegno Internazionale
40° anniversario del Decreto
Conciliare Ad Gentes
La missione oggi e le
sfide del futuro
Il tentativo di sintetizzare in una
breve relazione la situazione attuale della missione e
le sfide del futuro, soprattutto per chi sa molto bene
di non essere specialista in materia, è già una sfida
certo non tanto grande come quella del futuro della
missione, ma che partecipa in qualche modo della sua
stessa difficoltà. Infatti, chi potrebbe pretendere di
identificare quale saranno le sfide che nel futuro dovrà
affrontare la Chiesa, in questo come in tanti altri
aspetti della sua vita, se vuole essere fedele agli
insegnamenti e ai comandi di Cristo? Poiché la
situazione de facto e le sfide concrete saranno oggetto
di studio nella seconda giornata del convegno, mi
incentrerò sui temi teologici di fondo che in questi
ultimi anni e ancora in questo momento hanno avuto
incidenza sulla sensibilità missionaria nella Chiesa e
ne avranno ancora probabilmente nel prossimo futuro. In
concreto il problema della mediazione unica di Cristo e
della missione della Chiesa in ordine alla salvezza del
mondo. Il legame di questi grandi temi centrali con la
situazione attuale della missione ad gentes
si scopre subito a partire del fatto che l’enciclica
Redemptoris Missio si è occupata a lungo di
questi problemi. In realtà la fede in Cristo e il suo
annunzio vanno sempre e necessariamente insieme.
La natura missionaria
della Chiesa e il dovere dell’evangelizzazione
Che
l’evangelizzazione sia un dovere per la Chiesa e per i
cristiani si scopre facilmente a partire dal precetto
esplicito del Signore: «Andate in tutto il mondo e
predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15) e:
«Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni,
battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello
Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che
vi ho comandato» (Mt 28,19-20; cf. anche At 1,8). Non
dovrebbero dunque essere dei dubbi sul dovere di
evangelizzare che incombe la Chiesa. Di fronte a queste
esplicite parole del Signore la Chiesa e i cristiani
devono collocarsi in atteggiamento di ascolto e di
obbedienza. Non sarebbe lecito diminuire la portata di
queste parole con riflessioni umane tendenti a
affievolire il loro significato e l’urgenza del mandato
del Risorto. Il Papa Giovanni Paolo II nella sua
enciclica Redemptoris Missio del 1990, cioè, 25
anni dopo la promulgazione del decreto conciliare Ad
Gentes costatava che «la missione di Cristo
redentore, affidata alla Chiesa, è ancora ben
lontana dal suo compimento. Al termine del secondo
millennio dalla sua venuta uno sguardo d’insieme
all’umanità dimostra che tale missione è ancora agli
inizi e che dobbiamo impegnarci con tutte le forze al
suo servizio» (RM 1). I nostri tempi di facile
comunicazione e di globalizzazione, con i vantaggi e i
rischi ad essi inerenti ci fanno più consapevoli di
questi fatti costatati da Giovanni Paolo II. Il fatto
che una grande maggioranza dei nostri contemporanei non
conosce Gesù Cristo come quello che egli in verità è, il
Figlio di Dio fattosi uomo per noi e per la nostra
salvezza, dovrebbe creare in noi cristiani una qualche
inquietudine. Segnalava Giovanni Paolo II nell’enciclica
già menzionata che il numero di coloro che ignorano
Cristo si era quasi raddoppiato dalla fine del concilio
Vaticano II all’anno 1990.
Oggi questo numero è ulteriormente aumentato, malgrado
gli slanci positivi per l’evangelizzazione sorti dopo il
concilio Vaticano II. Ma è lo stesso Giovanni Paolo II a
indicare, nell’enciclica menzionata, che, oltre ai
frutti positivi del Concilio nell’ambito missionario,
«non si può nascondere una tendenza negativa […]: la
missione specifica ad gentes sembra in
fase di rallentamento non certo in linea con le
indicazioni del concilio e del magistero successivo.
Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo
slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani,
ed è un fatto, questo, che deve preoccupare tutti i
credenti in Cristo. Nella storia della Chiesa, infatti,
la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità,
come la sua diminuzione è segno di una crisi di fede»
(RM 2). Quest’ultima osservazione merita senz’altro un
commento. L’annunzio del Vangelo è parte integrante e
essenziale della vita della Chiesa, non è una aggiunta
che non abbia a che fare con la sua stessa natura. Non
si tratta di una semplice attività che si possa
sviluppare o meno a seconda delle circostanze. Lo stesso
Vaticano II nel decreto Ad Gentes sull’attività
missionaria della Chiesa afferma: «La Chiesa durante il
suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura
missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e
dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il
piano di Dio Padre deriva la propria origine» (AG 2).
L’affermazione del
decreto Ad Gentes, che riprende e
sintetizza l’insegnamento della costituzione dogmatica
Lumen Gentium,
è di grande portata teologica: la natura missionaria
della Chiesa scaturisce dalle missioni divine del Figlio
e dello Spirito al mondo da parte dal Padre, missioni
che d’altra parte sono il riflesso delle processioni
eterne delle persone del Figlio e dello Spirito Santo;
essi che hanno la loro origine nel Padre sorgente senza
sorgente e principio unico della divinità.
È a causa della radicazione della Chiesa nelle missioni
del Figlio e dello Spirito e dunque nella Trinità, a
causa del fatto che Dio ci chiama a partecipare nella
sua stessa vita tramite queste missioni, che la Chiesa
non può non essere missionaria senza tradire se stessa.
Se la Chiesa non si sente e non si sa inviata da Cristo
con la forza dello Spirito non può nemmeno riconoscere
Gesù l’inviato del Padre (cf. Gv 20,21). La Chiesa è
dunque inviata alle genti da Cristo che è stato a sua
volta inviato dal Padre è, dopo la sua morte,
risurrezione e ascensione al cielo, ha effuso lo Spirito
Santo in virtù del quale gli apostoli hanno reso
testimonianza di Gesù, da Gerusalemme fino agli estremi
confini della terra. Il decreto Ad Gentes
indica proprio nel suo inizio che la Chiesa è stata
inviata alle genti divinitus per essere
sacramento universale di salvezza, e a causa delle
esigenze più profonde della sua cattolicità e
nell’obbedienza al mandato del suo Fondatore si sforza
di annunziare il Vangelo a tutti gli uomini.
Il significato del avverbio divinitus sembra
essere stato oggetto di discussione. Mentre spesso si
traduce semplicemente come “per mandato divino” o “da
Dio”, altri pensano che una tale traduzione non fa
giustizia al senso profondo della parola, che
significherebbe piuttosto “dall’intimo di Dio”.
Certamente il mandato divino è un elemento esenziale, e
senza di esso no si spiega la missione, ma il senso
profondo da questo mandato non si scopre se non si tiene
conto, come chiaramente indica il testo del decreto
Ad Gentes, del fatto che esso scaturisce
dalla vita stessa di Dio e che ne è un riflesso
nell’economia della salvezza. Infatti gli uomini siamo
chiamati per la benevolenza misericordiosa del Padre a
partecipare alla sua vita e alla sua gloria. In quanto
la Chiesa è realmente “Chiesa della Trinità”,
la missione è un aspetto essenziale della sua stessa
natura. Un indebolimento del senso della missione ad
gentes deve essere considerato come un sintomo di
un indebolimento della stessa vita ecclesiale. La
missione, ricordava Giovanni Paolo II, «rinnova la
Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà
nuovo entusiasmo e nuove motivazioni. La fede si
rafforza donandola!».
Cristo, mediatore unico,
svela l’uomo a se stesso
Ma la Chiesa non è
un fine in se stessa, e la missione non consiste
nell’annunzio della Chiesa ma in quello di Cristo
rivelatore del Padre, luce delle genti. Il problema
eclesiologico diventa così un problema cristologico, o
meglio si tratta di due aspetti intimamente legati della
stessa questione, poiché Cristo e la sua Chiesa vanno
sempre necessariamente uniti. Ma il primato di Cristo va
sempre salvato. Infatti segnalava anche Giovanni Paolo
II: «Nessun credente in Cristo, nessuna istituzione
nella Chiesa può sottrarsi a questo dovere supremo:
annunziare Cristo a tutti i popoli».
Questo è il più grande servizio che la Chiesa può
rendere all’umanità e a ciascun uomo, perché non di rado
nel nostro mondo si è perso il senso delle realtà ultime
e definitive e dell’esistenza. Ma questo senso non si
trova fuori di Cristo. Riprendendo alcune affermazioni
fondamentali della costituzione pastorale Gaudium
et Spes, l’enciclica Redemptoris
missio ricorda che soltanto Cristo rivela pienamente
l’uomo a se stesso, e che questi deve avvicinarsi a
Cristo se vuol comprendere se stesso.
Infatti, come lo stesso Concilio ci ha insegnato, egli
è l’uomo perfetto
e manifesta all’uomo la sua vocazione nella rivelazione
del mistero del Padre e del suo amore. Gesù manifesta la
verità dell’uomo in quanto gli fa conoscere l’amore di
Dio Padre, che vuole che tutti gli uomini diventino suoi
figli in Gesù il Figlio unigenito. L’uomo conosce dunque
se stesso e la sua vocazione conoscendo Gesù, rivelatore
del Padre e del suo amore. In Cristo l’uomo può capire
se stesso come amato da Dio. Gesù Cristo, in virtù della
sua filiazione divina e della sua perfetta umanità, può
allo stesso tempo rivelare Dio e dirci chi siamo noi.
Egli non è solo perfettamente uomo, ma l’uomo perfetto,
in virtù della sua divinità e non malgrado essa. L’uomo
è stato pensato da Dio fin dell’inizio per la sua
conformazione con Cristo (cf. Rom 8,29; 1 Cor 15,45-49,
fra tanti altri passi). Solo in Cristo appunto l’uomo
perfetto, paradigmatico, il modello secondo il quale
tutti siamo stati creati, l’uomo può raggiungere la
pienezza. La rivelazione cristiana non conosce un’altra
possibilità di salvezza per gli uomini e un altro
contenuto di essa se non la risurrezione con Cristo e la
partecipazione alla sua vita divina nella pienezza dello
Spirito Santo. Queste essenziali considerazioni
cristologiche e antropologiche devono essere tenute
presenti se si vuol riflettere sui presupposti teologici
che ci fanno capire le sfide della missione oggi.
Infatti, solo
nella fede in Gesù Cristo Dio e uomo, rivelatore del
Padre, come unico salvatore di tutti trova origine la
missione universale. Soltanto a partire da questa
convinzione gli apostoli hanno predicato il nome di
Cristo in tutti i confini della terra. Li guidava una
convinzione fondamentale: «Questo Gesù è la pietra
che scartata da voi, costruttori, è diventata
testata d’angolo (Sal 117,22). In nessun altro c’è
salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini
sotto il celo nel quale sia stabilito che possiamo
essere salvati» (At 4,11-12). Ed è proprio questo punto
centrale che da diversi angoli è diventato oggetto di
contestazione. Se questa affermazione centrale della
fede è oggetto di discussione cade il senso della
missione; ma allo stesso tempo cadono anche con essa
tante altre verità centrali della fede cristiana.
La prima sfida che
la missione e in concreto la teologia della missione
deve affrontare è in questo momento senza dubbio il
problema del pluralismo religioso. Che ci sia nel mondo
una pluralità di religioni è senz’altro un fatto
evidente. Da questo fatto, che certamente non scappa
alla provvidenza universale di Dio, si è voluto però
dedurre che questa pluralità risponde a un disegno
positivo nel piano salvifico di Dio. Si colloca
frequentemente all’inizio di queste posizioni
l’insegnamento del teologo protestante tedesco E.
Troeltsch, per il quale il cristianesimo dovrebbe
rinunciare a rivendicare una sua assolutezza, perché
nessuna religione storica potrebbe avanzare una simile
pretesa. Il cristianesimo è la religione più adatta allo
spirito e la cultura dell’Europa, è la più grande
rivelazione della religiosità personalistica, però si
colloca accanto alle altre religioni storiche in quanto
tutte camminano verso una meta che non può essere
conosciuta; là troverebbero tutte le religioni la loro
unità ultima.
In linea con queste idee si colloca anche la
contestazione dell’idea stessa dell’incarnazione.
Questa, lungi dall’essere un evento unico, si sarebbe
realizzata in molti modi e gradi in differenti persone,
nelle grandi guide spirituali del mondo, in quelli che
sono pieni dello Spirito, che possiamo chiamare santi.
Così l’incarnazione, in questo senso lato e non
specifico, si può ripetere in innumerevoli casi.
Si indica d’altronde che nessuna figura storica sarebbe
capace di esprimere tutte le ricchezze e l’infinita
perfezione dell’essere divino. Gesù sarebbe in questo
senso una delle figure di mediazione apparse nella
storia, non gli si potrebbe però attribuire un carattere
assoluto. Secondo i rappresentanti di questa linea di
pensiero può diventare difficile, a partire dalla
esperienza del dialogo interreligioso e dalla conoscenza
delle ricchezze spirituali dei diversi popoli e delle
diverse religioni, affermare ancora la superiorità del
cristianesimo. Piuttosto questi incontri fanno pensare
che nelle grandi religioni c’è una mescolanza di bene e
di male, tutte avrebbero un simile valore salvifico come
risposta al mistero trascendente. Più specificamente,
dal punto di vista della teologia cristiana si tenta di
giustificare questi insegnamenti a partire dalla
cristologia e dalla dottrina su Dio. D’una parte si
insiste nella incomprensibilità di Dio, che impedisce
che una sola figura di mediazione possa farlo conoscere
in pienezza. D’altra parte si parla del teocentrismo di
Gesù, che vive in costante riferimento al Padre e nella
totale apertura alla sua volontà. Dal fatto
dell’incomprensibilità di Dio e del riferimento di Gesù
al Padre si deduce che la fede cristiana
nell’incarnazione non esclude che il Logos presente in
Gesù si trovi anche in altri uomini. Anche in una
pluralità di mediazioni ci sarebbe sempre l’unico amore
di Dio, l’unico “mediatore”. L’insistenza
nell’incomprensibilità di Dio non significa negare la
possibilità e la realtà della sua rivelazione, bensì al
contrario: Dio si è rivelato in tutta la storia e non
soltanto in un frammento di essa, secondo le capacità
degli uomini che dovevano accogliere questa rivelazione.
Poiché queste capacità sono diverse, la rivelazione è
accaduta in differenti forme. Così questa rivelazione è
stata all’origine delle diverse esperienze religiose;
per poterle spiegare gli uomini hanno adoperato i
concetti che hanno avuto a disposizione in ogni momento
e in ogni contesto. Tutte queste esperienze e le
corrispondenti spiegazioni a cui hanno dato luogo sono
valide, perché nella loro radice c’è sempre la
rivelazione di sé stesso che Dio ha fatto all’umanità.
Perciò l’unico Logos ha potuto dar luogo a molteplici
manifestazioni salvifiche. Una di esse sarebbe Gesù
Cristo, che è decisivo per i cristiani; ma questo non
esclude che altri gruppi religiosi siano destinatari di
altre manifestazioni dell’amore di Dio e altre
mediazioni di salvezza.
Come facilmente si vede è soprattutto l’unicità e l’irrepetibilità
dell‘incarnazione che si trova in discussione, e, anche
la stessa divinità di Cristo, poiché la presenza del
Logos nelle diverse figure di mediazione sembrerebbe
simile a quella che ha avuto luogo nei profeti.
Altri autori, in un
modo molto più sfumato, cercano di render conto del
valore salvifico delle diverse religioni e
dell’universalità della salvezza facendo ricorso alla
distinzione fra l’evento storico particolare di Cristo,
necessariamente limitato, e l’azione universale del
Logos divino “in quanto tale”, cioè, senza un rapporto
diretto all’incarnazione. Quest’ultima è un evento unico
e irrepetibile, in Gesù c’è la più grande e più piena
manifestazione di Dio, ma la particolarità storica di
Gesù Cristo impone certe limitazioni alla portata e alla
significazione della venuta al mondo del Figlio di Dio
fattosi uomo. Non si può trattare dunque di un evento
assoluto, poiché nessun evento storico singolare lo può
essere. Dio è l’Assoluto ma non una religione. Se il
Logos ha preso la forma umana in un modo irrepetibile
nell’incarnazione, bisogna anche affermare che tutta la
creazione è piena del Logos divino. Per questa ragione
l’economia del Verbo incarnato può essere considerata
come il “sacramento” di una economia più ampia, quella
del Verbo eterno de Dio, che coinciderebbe con la storia
religiosa dell’umanità; il cristianesimo non esclude
altri modi di presenza di Dio nella storia, perché
altrimenti si confonderebbe la particolarità storica di
Gesù con la pienezza del Dio invisibile.
In altre occasioni, in relazione anche con queste ultime
posizioni, si pensa ad una economia dello Spirito Santo
più vasta di quella di Gesù Cristo. Si pensa infatti che
l’umanità del Figlio, anche se glorificata nella
risurrezione, sarebbe un limite alla attuazione
universale dello Spirito Santo, il cui dono all’umanità
non dipenderebbe solo dal mistero pasquale. Ci sarebbe
anche un dono dello Spirito da parte del Verbo “in
quanto tale”, senza relazione diretta al Gesù risorto.
Ma nel Nuovo Testamento la azione dello Spirito Santo
non si può capire senza la sua fondamentale relazione a
Cristo: è il protagonista principale della missione che
annuncia Cristo (cf. At 1,8; 2,32; 4,31; 10,19, etc.);
dà vita e unità al corpo di Cristo nella varietà dei
carismi (cf. 1 Cor 12,4-13), ci fa figli di Dio in
Cristo (Gcf. Gal 4,6; Rom 8,14-16), ci introduce nella
pienezza della verità che è Cristo stesso (cf. Gv
15,25;16,13, etc.). E anche dobbiamo fare breve menzione
delle posizioni che vorrebbero sostituire al
cristocentrismo un “regnocentrismo”, a sua volta
“teocentrico” poiché non tutti conoscono e possono
comprendere Cristo, «mentre popoli, culture e religioni
diverse si possono ritrovare nell’unica realtà divina,
quale che sia il suo nome. Per lo stesso motivo esse
privilegiano il mistero della creazione, che si riflette
nella diversità di culture e credenze, ma tacciono sul
mistero della redenzione. Inoltre, il Regno […] finisce
con l’emarginare o sottovalutare la Chiesa […]. Ora, non
è questo il Regno di Dio quale conosciamo dalla
rivelazione: esso non può essere disgiunto né da Cristo
né dalla Chiesa […] Cristo non soltanto ha annunziato il
Regno, ma in lui il Regno stesso si è fatto presente e
si è compiuto».
Non c’è bisogno di
insistere molto sui problemi che suscitano queste
posizioni dal punto di vista della teologia cattolica.
La volontà salvifica universale di Dio si trova legata
nel Nuovo Testamento all’unica mediazione di Gesù Cristo
(cf. 1 Tm 2,5-7), il Verbo incarnato nel seno di Maria
Vergine, che preesisteva fin dall’inizio presso il Padre
(cf. Gv 1,1-2.14). Soltanto egli ci fa conoscere Dio (cf.
Gv 1,18; Mt 11,27; Lc 10,22); nessuno può arrivare al
Padre se non è per mezzo di lui (cf. Gv 14,6). Egli è
l’unico salvatore, per mezzo del quale il Padre ha
riconciliato a sé tutte le cose (cf. Col 1,19-20; 2 Cor
5,18-19), egli toglie il peccato del mondo (cf Gv 1,29).
Il Nuovo Testamento e l’insegnamento costante della
Chiesa hanno legato indissolubilmente la dimensione
rivelatrice e la dimensione salvifica del mistero di
Cristo. Allo stesso tempo che ci fa conoscere Dio, egli
porta la salvezza per tutti gli uomini. Il Figlio di Dio
si è fatto uomo, condividendo con tutti noi la
condizione umana, «provato in ogni cosa, come noi,
escluso il peccato» (Eb 4,15), e questo fatto unico e
nella storia ha delle conseguenze per tutta l’umanità.
Non c’è infatti un altro salvatore, è la sua rivelazione
non può essere completata da nessun’altra.
La sua azione salvifica abbraccia tutti i popoli e tutti
i tempi, nessuno è escluso da essa, a tutti gli uomini
sono aperte le porte della salvezza in Cristo una volta
che egli ha condiviso la nostra condizione umana ed è
morto e risorto per noi.
Pensare ad una azione salvifica del Figlio di Dio
portata a termine senza la sua umanità è dimenticare il
vero senso dell’incarnazione.
Il Figlio di Dio, da quando ha assunto per noi uomini e
per la nostra salvezza la natura umana non esiste senza
di essa, in essa e nato ed è morto, in essa è risorto e
la ha elevata alla condizione divina; il Figlio morto e
risorto nella sua umanità vive adesso nella gloria del
Padre seduto alla sua destra. Indica la dichiarazione Dominus
Iesus: «Con l’incarnazione, tutte le azioni
salvifiche del Verbo di Dio si fanno sempre in unità con
la natura umana che egli ha assunto per la salvezza di
tutti gli uomini. L’unico soggetto che opera nelle due
nature, umana e divina, è l’unica persona del Verbo.
Pertanto non è compatibile con la dottrina della Chiesa
la teoria che attribuisce un’attività salvifica al
Logos come tale nella sua divinità, che si eserciterebbe
“oltre” e “al di là” dell’umanità di Cristo, anche dopo
l’incarnazione».
L’insistenza sull’unica mediazione salvifica di Cristo
non significa escludere nessuno dalla volontà universale
di salvezza di Dio, chiaramente attestata nel Nuovo
Testamento. Il concilio Vaticano II, seguendo un’antica
tradizione, ci ha ricordato che «con l’incarnazione il
Figlio di Dio si è unito in un certo modo con ogni uomo».
In virtù di questa unione misteriosa ma profondamente
reale non si può considerare che l’umanità di Cristo sia
un ostacolo perché a tutti arrivi la salvezza, anzi, è
l’unica via stabilita da Dio. Il Nuovo Testamento non ne
conosce un'altra: «Io sono la via, la verità e la vita»
(Gv 14,6). Giovanni Paolo II ha scritto: «Gli uomini […]
non possono entrare in comunione con Dio se non per
mezzo di Cristo, sotto l’azione dello Spirito. Questa
sua mediazione unica e universale, lungi dall’essere di
ostacolo al cammino verso Dio, è la via stabilita da Dio
stesso, e di ciò Cristo ha piena coscienza. Se non sono
escluse mediazioni partecipate di vario tipo e ordine,
esse tuttavia attingono significato e valore
unicamente da quella di Cristo e non possono essere
intese come parallele e complementari».
L’unicità e l’universalità della mediazione di Cristo
non è dunque per niente escludente. Anzi, abbraccia e
include tutti gli uomini, e questa inclusione
costituisce il presupposto delle affermazioni della
Chiesa sulla salvezza e la redenzione poiché in questo
mistero Cristo si è unito a ogni uomo.
L’esclusione di vie alternative o complementari non
significa eliminare la possibilità di mediazioni
partecipate o subordinate, che non soltanto non
intaccano la mediazione unica di Cristo ma sono da essa
suscitate.
Dove il carattere
unico e universale della mediazione di Cristo è
misconosciuto, se non si accetta che in lui la
rivelazione divina è definitivamente compiuta, manca la
base essenziale per capire il senso della missione ad
gentes. Se le altre religioni sono cammini
ugualmente validi per la conoscenza di Dio e per
arrivare a lui, che senso ha l’annunzio di Cristo a
tutti gli uomini? Se la salvezza può arrivare al di
fuori della mediazione di Cristo perché altre
“incarnazioni” sono possibili, oppure se il Verbo divino
e lo Spirito Santo possono agire “al di là”
dell’incarnazione e del mistero pasquale, perché
continuare a proclamare e ad annunziare a tutti gli
uomini lo scandalo della croce (Gal 5,11; cf. 1 Cor
1,17-25)?
Ma la fede della
Chiesa continua proclamare inequivocamente la pienezza
della rivelazione salvifica in Gesù Cristo, anzi,
espressamente si ricollega a questa rivelazione la
missionarietà della Chiesa: «In questa Parola definitiva
della sua rivelazione, Dio si è fatto conoscere nel modo
più pieno: egli ha detto all’umanità chi è. E
questa autorivelazione definitiva di Dio è il motivo
fondamentale per cui la Chiesa è per sua natura
missionaria».
In Cristo è Dio stesso che ci parla e viene all’incontro
dell’uomo. «Tocchiamo qui il punto
essenziale per cui il cristianesimo si differenzia dalle
altre religioni, nelle quali s’è espressa sin
dall’inizio la ricerca di Dio da parte dell’uomo.
Nel cristianesimo l’avvio è dato
dall’incarnazione del Verbo. Qui non è soltanto l’uomo
a cercare Dio, ma è Dio che viene in persona a parlare
di sé all’uomo».
La venuta nel mondo del Figlio fatto uomo, morto e
risorto, presente alla sua Chiesa e al mondo intero
nella forza dello Spirito è la novità radicale del
cristianesimo, il che non significa misconoscere gli
elementi di verità e di grazia presenti nelle altre
religioni. Anzi, secondo il concilio Vaticano II, questa
ricerca di Dio nelle religioni si colloca all’interno
del disegno universale di salvezza.
Ma la Chiesa non può ritenere per sé stessa la
verità dell’amore di Dio manifestato in Gesù Cristo; non
può non far conoscere a tutti gli uomini la Buona
Novella della salvezza perché questa è destinata a tutti
gli uomini senza distinzione di razza, di cultura e
neanche di religione. I presupposti della missione sono
dunque radicati nel mistero di Cristo; e trovano il loro
ultimo fondamento nel mistero del Dio uno e trino che
l’economia salvifica ci rivela.
La Chiesa e la salvezza
Ma, evidentemente,
anche accettati questi presupposti cristologici, possono
sorgere altri problemi teologici. Diverse volte abbiamo
menzionato la portata universale della volontà salvifica
di Dio e della mediazione di Cristo. Esse possono
raggiungere ogni uomo, anche al di fuori dei confini
visibili della Chiesa. Questo fatto è chiaramente
riconosciuto dal recente magistero della Chiesa: «Cristo
è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è
effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo
ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità
di venire associato, nel modo che Dio conosce, al
mistero pasquale».
Siamo ormai lontani da una interpretazione restrittiva
dell’assioma extra
Ecclesiam nulla salus.
Può sorgere allora la domanda sul senso che possa avere
ancora oggi la missione ad gentes. Lo
stesso Giovanni Paolo II si faceva eco di questa
difficoltà che sorge in alcuni: «È ancora attuale la
missione tra in non cristiani? Non è forse sostituita
dal dialogo inter-religioso? Non è un suo obiettivo
sufficiente la promozione umana? Il rispetto della
coscienza e della libertà non esclude ogni proposta di
conversione? Non ci si può salvare in qualsiasi
religione? Perché quindi la missione?» (RM 4).
In realtà l’impulso
missionario non può essere il frutto del calcolo, ma
nasce dall’azione dello Spirito, sorge solo dal
desiderio di comunicare agli altri le ricchezze di cui
siamo beneficiari. È l’impulso della carità che porta a
condividere non soltanto i beni materiali ma anche
quelli spirituali. L’annunzio di Cristo diventa una
necessità per chi vive in profondità la fede. L’impulso
missionario e la vita di fede della Chiesa vanno di pari
passo. Soltanto nella comunicazione si rinforza la fede.
Perciò il papa Giovanni Paolo II poteva dire che la sua
enciclica Redemptoris missio aveva anche
una finalità “interna”, il rinnovamento della fede e
della vita cristiana.
Chi conosce Gesù non può non comunicarlo, nella risposta
a una esigenza interiore che non si lascia afferrare in
termini di puro razionalismo. È la dinamica dell’amore
di Dio manifestato in Cristo che porta a la donazione
totale di sé, senza riserve, da parte di chi si sente
chiamato a rispondere all’amore di Cristo fino alla
fine, espressione e rivelazione dell’amore del Padre cha
ha dato il suo Figlio per la salvezza del mondo. È di
questa esigenza interna della fede che si sentiva mosso
san Paolo quando diceva: «Non è infatti per me un vanto
predicare il vangelo; è per me un dovere: guai a me se
non predicassi il vangelo» (1 Cor 1,16). Come Cristo ha
annunziato il Regno di Dio legato alla sua persona, la
Chiesa deve annunziare Gesù Cristo morto e risorto per
la salvezza di tutti. La Chiesa esiste per evangelizzare.
Allo stesso tempo che la Chiesa rinvigorisce la sua fede
nel rendere testimonianza, si arricchisce con il
contributo che danno alla sua vita le giovani Chiese e i
popoli che hanno conosciuto il vangelo soltanto di
recente.
Si allarga così l’orizzonte universale proprio del
messaggio di Gesù e se ne possono scoprire aspetti e
dimensioni forse non sempre esplicitati.
L’evangelizzazione e la missione non sono soltanto un
bene per coloro ai quali il vangelo è annunziato –subito
entreremo in questo argomento – ma sono anche un dovere
e un grande bene per tutta la Chiesa, poiché essa è il
soggetto primo della missione, e per i singoli
cristiani. Rimane attuale la domanda che si faceva già
Paolo VI nella sua esortazione Evangelii Nuntiandi:
anche se noi non evangelizziamo coloro che non conoscono
Cristo,essi possono essere salvati da Dio per altre vie.
Ma possiamo salvarci noi, se ci vergogniamo del Vangelo
(cf. Rom 1,16) e tralasciamo questo dovere di
annunziarlo?.
Questo dovere è d’altra parte una grazia (cf. Ef 3,8)
alla quale dobbiamo corrispondere e che non possiamo
lasciar perdere.
Il dovere
dell’annuncio non si riferisce soltanto all’obbligo
della Chiesa di essere fedele al mandato di Gesù Cristo,
ma anche alla situazione di tutti coloro che non
conoscono Cristo e non hanno ricevuto la definitiva
rivelazione di Dio, anche se lo cercano «come a tentoni»
(At 17,27). Quanto abbiamo detto sulla definitività
della rivelazione di Cristo e l’universalità della sua
mediazione trova anche qui applicazione. Pur nel
riconoscimento dei valori positivi che si trovano nelle
diverse religioni, il Concilio Vaticano II indicò anche
il bisogno di purificazione e di elevazione di quanto si
trova di buono nel cuore degli uomini: «Procura poi [la
Chiesa] che quanto di buono si trova seminato nel cuore
e nella mente degli uomini o nei riti e culture proprie
dei popoli, non solo non vada perduto, ma sia purificato
(sanetur), elevato (elevetur) e
perfezionato (consummetur) a gloria di Dio,
confusione del demonio e felicità dell’uomo».
È esattamente la terminologia che adopera anche il
decreto Ad Gentes: «[L’attività
missionaria] purifica dalle scorie del male ogni
elemento di verità e di grazia presente e riscontrabile
in mezzo ai pagani per una segreta presenza di Dio e lo
restituisce al suo autore, cioè a Cristo, che distrugge
il regno del demonio e arresa la multiforme malizia del
peccato. Perciò ogni elemento di bene presente e
riscontrabile nel cuore e nell’anima umana o negli usi o
civiltà particolari dei popoli, non solo non va perduto,
ma viene sanato, elevato e perfezionato (sanatur,elevatur
et consummatur) per la gloria di Dio, la confusione
del demonio e la felicità dell’uomo» (AG 9). Nel
riconoscimento esplicito dei valori che si trovano
nelle culture e religioni,
il Concilio segnala anche il bisogno di purificazione e
di perfezione che soltanto il vangelo può portare a chi
non conosce Cristo. L’attività missionaria è chiamata
proprio a portare la luce definitiva a quei popoli e
agli addetti delle religioni nelle quali si trovano dei
riflessi della luce che illumina ogni uomo, ma non
conoscono ancora in pienezza questa luce che è Cristo.
In modo simile ha proposto le stesse questioni il
magistero postconciliare, che ha continuato a parlare,
seguendo già ciò che si trova indicato nel Concilio,
della preparazione evangelica e dei semi del Verbo che
si possono trovare nelle religioni, che non possono
offrire la comunione con Dio che si può raggiungere
grazie alla Chiesa.
Su queste ricchezze spirituali che non possono mai
essere disgiunte da Cristo
ha insistito in particolar modo Giovanni Paolo II
nell’enciclica Redemptoris Missio: «La presenza e
l’attività dello Spirito non toccano solo gli individui,
ma la società e la storia, i popoli, le culture, le
religioni. Lo Spirito, infatti, sta a l’origine dei
nobili ideali e delle iniziative di bene dell’umanità in
cammino […]. È ancora lo Spirito che sparge i “semi del
Verbo”, presenti nei riti e nelle culture, e li prepara
a maturare in Cristo» (RM 29).
Ma allo stesso tempo si indica che c’è una azione
peculiare dello Spirito nella Chiesa,
anche se non separata dalla sua azione universale,
e anche che Dio si fa presente ai popoli «mediante le
loro ricchezze spirituali, di cui le religioni sono
precipua ed essenziale espressione, pur contenendo
“lacune, insufficienze ed errori”».
Il riconoscimento di questi valori e di questi elementi
che, in quanto opera di Cristo e del suo Spirito,
possono essere un aiuto valido per i membri di queste
religioni, non può portare a considerarle vie di
salvezza alternative alla Chiesa. Questa ha una
relazione singolare e unica con il Regno di Dio, che è
in sostanza il Regno di Cristo presente fra gli uomini,
e dunque «sarebbe contrario alla fede cattolica
considerare la Chiesa come una via di salvezza
accanto a quelle costituite dalle altre religioni, le
quali sarebbero complementari alla Chiesa, anzi,
sostanzialmente equivalenti ad essa, pur se convergenti
con questa verso il Regno di Dio escatologico».
No si possono
dunque equiparare le religioni, come se tutte avessero
lo stesso valore in ordine alla salvezza dei rispettivi
addetti. Anche se il recente magistero ha parlato della
presenza dei semi del Verbo nelle diverse culture e
religioni, è chiaro che soltanto conoscendo Cristo si
arriva alla conoscenza del Logos nella sua totalità.
Questa è riservata ai cristiani. Giustino martire ha
combinato armonicamente il suo insegnamento sulla
presenza universale dei semi del Verbo d’una parte e
dell’identificazione del Logos totale è soltanto Cristo:
«Noi abbiamo ricevuto l’insegnamento che Cristo è il
primogenito di Dio, e abbiamo indicato anteriormente che
egli è il Verbo, del quale tutto il genere umano ha
partecipato».
E in un altro testo l’identificazione del Verbo con
Cristo si fa ancora più esplicita: «Non c’è da
meravigliarsi se [i demoni] smascherati cercano con più
impegno di rendere odiosi coloro che vivono non più
secondo una parte del Verbo seminale, ma secondo la
conoscenza e la contemplazione del Verbo totale che è
Cristo».
C’è grande differenza fra la presenza parziale del Verbo
e la sua presenza totale in Cristo, col quale
personalmente si identifica. La pienezza dei mezzi
salvifici presenti nella Chiesa cattolica non si può
trovare altrove. Non si può dunque pensare ad una
equivalenza delle religioni in ordine alla salvezza. Se
questa è possibile per gli uomini che si trovano nelle
diverse religioni, non possiamo affermare che le
religioni siano come tali cammini di salvezza. Malgrado
le loro insufficienze e imperfezioni, le religioni, a
causa dei semi del Verbo e dei raggi della verità in
esse presenti, possono aiutare gli uomini nel loro
cammino verso Dio, ma non si può pensare che esercitino
una funzione equiparabile a quella della Chiesa per la
salvezza dei cristiani e anche di tutti gli uomini. La
salvezza è legata all’apparizione storica di Gesù, e
dunque per nessuno può essere indifferente l’adesione
personale a Cristo nella fede. Soltanto nella Chiesa,
che si trova in continuità storica con Gesù, si può
vivere in pienezza il suo mistero. Da qui scaturisce la
necessita dell’annunzio di Cristo da parte dalla Chiesa.
«Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati e
arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tim 2,4):
vuole la salvezza di tutti attraverso la conoscenza
della verità. Coloro che obbediscono alla mozione dello
Spirito di verità sono già sul cammino della salvezza;
ma la Chiesa, alla quale questa verità è stata affidata,
deve andare incontro al loro desiderio offrendola loro.
Proprio perché crede al disegno universale di salvezza,
la Chiesa deve essere missionaria».
La volontà salvifica universale di Dio e il dovere
dell’evangelizzazione non sono due verità opposte bensì
complementari.
La missione e il dialogo
interreligioso
Proprio per questo
la missione ad gentes non può
semplicemente essere sostituita dal dialogo
interreligioso, che è senza dubbio anch’esso una
necessità e una esigenza dei nostri tempi. Secondo
Giovanni Paolo II esso fa parte della missione
evangelizzatrice della Chiesa, ha dei legami speciali
con la missione ad gentes e costituisce
un’espressione di essa in quando è mezzo che tende a una
conoscenza e arricchimento reciproco.
Il dialogo nasce dal rispetto e dal riconoscimento per
quanto ha operato lo Spirito che soffia dove vuole (cf.
Gv 3,8). Con il dialogo «la Chiesa intende scoprire i
“germi del Verbo”, i “raggi della verità che illumina
tutti gli uomini”, germi e raggi che si trovano nelle
persone en nelle tradizioni religiose dell’umanità. Il
dialogo si fonda sulla speranza e la carità e porterà
frutti nello Spirito. Le altre religioni costituiscono
una sfida positiva per la Chiesa: la stimolano, infatti,
sia a scoprire e a riconoscere i segni della presenza
del Cristo e dell’azione dello Spirito, sia ad
approfondire la propria identità e a testimoniare
l’integrità della rivelazione, di cui è depositaria per
il bene di tutti».
Il dialogo dunque non si sostituisce alla missione né
all’annunzio e nemmeno dispensa dall’evangelizzazione;
anzi si orienta verso l’annunzio nel quale il processo
dinamico della missione evangelizzatrice della Chiesa
raggiunge il suo culmine e la sua pienezza.
Il dialogo sincero, l’ascolto dell’altro, la scoperta
dei segni della presenza di Dio in quelli che non
condividono la nostra fede, possono aiutare i cristiani
a vivere più profondamente il cristianesimo. Il dialogo
può essere anche un esercizio di pazienza, in
circostanze nelle quali, per diverse ragioni, l’annunzio
più esplicito di Cristo non sia possibile. Il vero
dialogo non può essere la rinuncia alle proprie
convinzioni né alla propria fede, nasce dalla
disposizione ad imparare dagli altri e accoglie la sfida
positiva che sono le altri religioni per il
cristianesimo; esse ci possono obbligare infatti a una
più grande conseguenza e alla fedeltà ai propri
principi, così che i modi di vita dei cristiani siano
sempre più coerenti con la fede professata. Dialogo e
annunzio si trovano così in una feconda tensione che
sarà proficua per la vita della Chiesa e può essere
molto positiva per l’armonia e la pace fra le diverse
culture e popoli della terra. Il dialogo presuppone
certamente il rispetto e la stima per gli altri e le
tradizioni religiose che rappresentano.
Altrimenti manca un presupposto indispensabile per il
dialogo stesso. Si deve riconoscere all’altro anche la
pari dignità personale, ma questo non significa
misconoscere l’esigenza della verità e l’incomparabile
dignità della persona di Cristo e l’irrepetibilità del
suo unico ruolo salvifico. La Commissione Teologica
Internazionale si esprimeva in questi termini: «La
verità della fede non è a nostra disposizione. Di fronte
a una strategia di dialogo che chieda una riduzione del
dogma cristologico per escludere questa pretesa di
superiorità del cristianesimo, la nostra opzione […] è
per una applicazione radicale della fede cristologica
alla forma di annunzi che le è propria. Ogni forma di
evangelizzazione che non corrisponda al messaggio, alla
vita, alla morte e alla risurrezione di Gesù Cristo,
compromette questo messaggio e, in definitiva, Gesù
Cristo stesso. La verità come verità è sempre
“superiore”; ma la verità di Gesù Cristo, la chiarezza
della sua esigenza, è sempre servizio all’uomo; è la
verità di chi dà la vita per gli uomini per farli
entrare definitivamente nell’amore di Dio».
Il rispetto per l’interlocutore chiede che la fede non
sia messa fra parentesi nel dialogo. Soltanto così
questo può entrare nella missione evangelizzatrice della
Chiesa.
Questi presupposti
teologici fondamentali costituiscono a mio avviso le
basi per un adeguata comprensione della missione ad
gentes: la sua radicazione trinitaria e
cristologica, la pienezza della rivelazione di Cristo,
il Figlio di Dio incarnato, e l’universalità della sua
mediazione di Cristo, il legame intrinseco fra la
missione e la vita della Chiesa, la relazione fra
l’annuncio e il dialogo interreligioso, anch’esso parte
integrante della missione evangelizzatrice della Chiesa,
ma che non costituisce un’alternativa all’annuncio di
Cristo unico salvatore. È la fedeltà a Cristo stesso che
impone il dovere di farlo conoscere a tutti i popoli.
Tutti cercano la sua buona novella, anche senza saperlo,
perché non c’è altra vocazione dell’uomo se non la
partecipazione alla vita divina che l’incarnazione ha
fatto possibile.
Alcuni aspetti
particolari
Molte sono
evidentemente le sfide dell’evangelizzazione nel mondo
presente : segnalerei l’importanza e l’urgenza di alcuni
aspetti: l’evangelizzazione della cultura, insinuata già
in AG 22, e della quale ha parlato più esplicitamente il
papa Paolo VI nella sua esortazione apostolica
Evangelii Nuntiandi: quando ha parlato del bisogno
di evangelizzare le culture (una felice formulazione)
dall’interno e non dall’esterno, in modo che siano
penetrate dal Vangelo dalla loro radice. Il rottura fra
la cultura e il vangelo è una delle peggiori disgrazie
del nostro tempo.
Giovani Paolo II ha insistito anche frequentemente su
questo stesso argomento; parlando dell’inculturazione
segnala che «significa l’intima trasformazione degli
autentici valori culturali mediante l’integrazione nel
cristianesimo e il radicamento del cristianesimo nelle
varie culture». E aggiunge «Per l’inculturazione la
Chiesa incarna il vangelo nelle diverse culture, e,
nello stesso tempo, introduce i popoli con le loro
culture nella sua stessa comunità: trasmette a esse i
propri valori, assumendo ciò che di buono c’è in esse e
rinnovandole dall’interno» (RM 52). Alcuni anni prima
aveva già indicato che «la sintesi fra la cultura e la
fede non è soltanto un’esigenza della cultura, ma anche
della fede […]. Una fede che non si fa cultura è una
fede non pienamente accolta, non totalmente pensata, non
fedelmente vissuta».
Ma del problema dell’inculturazione si tratta in un
altro momento nel presente convegno.
Un altro problema
attuale della missione riguarda il rapporto fra
l’evangelizzazione e la promozione umana. Anche qui ci
accontentiamo di alcune brevi indicazioni. Infatti, la
Chiesa ha il dovere di annunciare la liberazione umana
di milioni di uomini, indicava già Paolo VI nella
Evangelii Nuntiandi, molti dei quali sono
suoi figli; e ugualmente obbligata a aiutare perché
questa liberazione incominci, dare testimonianza e fare
sì che sia totale. Tutto questo non è estraneo al
vangelo.
Evidentemente non si può identificare l’evangelizzazione
con la promozione umana. M allo stesso tempo si indica
che ci sono dei legami stretti fra le due realtà: legami
di indole antropologica, perché l’uomo che deve essere
evangelizzato non è un essere astratto ma vive in
concrete condizioni economiche e sociali; di indole
teologica, perché il disegno della creazione non si può
separare da quello della redenzione che vuole superare
le condizioni concrete di ingiustizia; di indole,
finalmente, evangelica e di carità, poiché il mandato
nuovo dell’amore non si può proclamare indipendentemente
della promozione della giustizia e della pace e la vera
promozione dell’uomo.
Non si possono ignorare le gravi questioni della
giustizia della liberazione senza ignorare la dottrina
evangelica circa il prossimo che soffre e si trova in
necessità, ma la finalità dell’evangelizzazione è
propriamente religiosa, e perderebbe la sua
significazione se si allontanasse dalla base religiosa
su cui si fonda.
E non di modo molto diverso si è espresso in diverse
occasioni Giovanni Paolo II. Basteranno di nuovo alcuni
pochi accenni: «La Chiesa, che è animata dalla fede
escatologica, considera questa sollecitudine per l’uomo,
per la sua umanità, per il futuro degli uomini sulla
terra e, quindi, anche per l’orientamento di tutto lo
sviluppo ed il progresso come un elemento essenziale
della sua missione, indissolubilmente congiunto con
essa» (RH 15). L’impegno sociale è parte della missione
evangelizzatrice della Chiesa, è parte essenziale del
messaggio cristiano.
La promozione umana e una conseguenza logica
dell’evangelizzazione, e opporla al progetto di Dio
sull’umanità significa una grave distorsione.
Evidentemente si tratta di un’altra sfida importante
alla missione evangelizzatrice della Chiesa in un mondo
dove non si può prevedere che i conflitti originati da
situazioni di ingiustizia avranno un termine a breve
scadenza.
Non si può
finalmente dimenticare che la missione ad
gentes, non si potrà separare dal processo di
nuova evangelizzazione, che riguarda soprattutto le
regioni e i paesi di vecchia tradizione cristiana nei
quali la fede non si vive con l’intensità di un tempo.
Nuova evangelizzazione e missione ad gentes
dovranno andare di pari passo nella missione globale di
evangelizzazione della Chiesa in questo inizio del terzo
millennio. La riflessioni sui nuovi metodi, l’impulso di
un nuovo ardore evangelizzatore, la ricerca di nuove
espressioni sempre più adatte
dovranno essere preoccupazioni che abbraccino i due
diversi aspetti che in tante occasioni saranno
distinguibili più che separabili.
Conclusione
Gesù è venuto per
fare di tutti un solo corpo, abbattendo il muro di
separazione che c’era fra giudei e gentili per fare da
essi un solo popolo (cf. Ef 2,13-16). Egli è morto per
riunire i figli di Dio che erano dispersi (cf. Gv
11,52). Il concilio Vaticano II ha ribadito in diverse
occasioni questa unità degli uomini, fondata nella
creazione a immagine e somiglianza di Dio e nella
comunione di destino in Cristo: «Tutti i popoli
costituiscono una sola comunità. Essi hanno una sola
origine, poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere
umano su tutta la faccia della terra; hanno anche un
solo fine ultimo, Dio, la cui provvidenza, le cui
testimonianze di bontà e il disegno di salvezza si
estendono a tutti» (NA 1).
Questa unità è chiamata a raggiungere il suo culmine
nella ricapitolazione universale in Cristo: «Il Verbo di
Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, si è
fatto egli stesso carne, per operare lui, l’uomo
perfetto, la salvezza di tutti e la ricapitolazione
universale […]. Vivificati e radunati nel suo Spirito,
come pellegrini andiamo incontro alla finale perfezione
della storia umana, che corrisponde in pieno al disegno
del suo amore: “Ricapitolare tutte le cose in Cristo,
quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1,10)» (GS
45). Questa è l’unica meta della storia umana, alla
quale si può arrivare solo tramite colui che unisce
tutti nel suo corpo. Se una è la meta di tutti, una è
soltanto in definitiva la via che ad essa ci porta.
Nessuno va al Padre se non per mezzo di Gesù Cristo (cf.
Gv 14,6). La missione si colloca all’interno di questo
disegno di Dio di radunare tutta la famiglia umana e
ricapitolare tutto in Cristo. Il decreto Ad
Gentes infatti indica che la Chiesa sente in maniera
più urgente la propria vocazione «perché tutte le
creature siano salvate e rinnovate, affinché tutto sia
restaurato in Cristo e gli uomini costituiscano in lui
una sola famiglia ed un solo popolo di Dio» (AG 1).
Alla fine dei tempi Cristo «consegnerà il regno a Dio
Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni
potestà e potenza… E quando tutto gli sarà stato
sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a
Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia
tutto in tutti» (1 Cor 15,24.28). Gesú e il suo Spirito
ci portano verso il Padre che li ha inviati. Tutta la
storia umana troverà così la sua pienezza nella vita di
Dio uno e trino.
Luis F. Ladaria,
S.I.
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