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Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli -
Pontificia Università Urbaniana
Convegno Internazionale
40° anniversario del Decreto
Conciliare Ad Gentes
MISSIONE E INCULTURAZIONE
don Juvénal Ilunga
Muya
Il Cristianesimo, nel corso
dei secoli, si è diffuso in quasi tutte le parti del
mondo, anche se in alcuni casi solo come minoranza.
Un'attenzione particolare meritano gli Stati nei quali
l'Islam non è soltanto una religione di Stato, ma si .
comporta in modo
intollerante nei confronti di altre religioni. In Arabia
Saudita, ad esempio, si rischia la vita celebrando la
messa. Pure il Sudan merita un' attenzione tutta
speciale. Si sa che i cristiani in questi ultimi anni
vengono ferocemente perseguitati. Anche nella Turchia
che si dichiara laica ed ha centri culturali per l
'Islam in Europa, è quasi impossibile costruire Chiese
cattoliche. In un tempo di pluralismo religioso, queste
situazioni non possono che sollevare domande serie in
ogni credente che vuole pensare la propria
responsabilità nei confronti della missione affidata da
Cristo alla sua Chiesa.
Queste situazioni non
possono che sollevare nel teologo la domanda sulla
propria responsabilità missionaria o meglio sul
carattere missionario di ogni teologia e di ogni
comunità cristiana. La domanda fondamentale in tale
contesto diventa come motivare l'attività missionaria?
Tale domanda esige di distinguere bene il dialogo
interreligioso l, cioè lo scambio e la conversazione con
aderenti e rappresentanti di . altre tradizioni
religiose, dalla missione. Se il dialogo può costituire
lilla delle vie .
della missione, occorre dire che
di quest'ultima oggi esso è uno dei punti critici.
Perciò, in questa nostra sede, la missione verrà
contemplata dalla prospettiva dei problemi suscitati dal
dialogo, particolarmente la questione della conversione.
Premesso come dato acquisito
che il dialogo va intrapreso e condotto con tutte le
altre religioni, la sfida odierna è posta nel come
superare i problemi che emergono nel dialogo. Quindi, le
riflessioni che seguono, senza contestare o negare
l'importanza del dialogo, si concentreranno
prevalentemente sulla problematica del dialogo con le
religioni e le culture in relazione all'unica missione
della Chiesa.
il contesto odierno della
pluralità delle culture e delle religioni rende urgente
una riflessione sul significato e il senso dell'inculturazione.
La missione non può avvenire se non tramite una presa in
considerazione seria dell'alterità culturale dell'altro.
Nel nostro tentativo di delineare la relazione tra
missione ed inculturazione, siamo perciò guidati da due
domande fondamentali che si presentano a noi come sfide
contemporanee alla missione della Chiesa.
La prima scaturisce dal
fatto che per taluni autori, nel contesto odierno,
segnato dalla pluralità di religione e del dialogo
interreligioso, occorre evitare di parlare di
conversione. Allora come parlare di missione, se non si
può parlare di conversione? La seconda scaturisce dalla
constatazione, che in seguito alla mondializzazione
globalizzazione assistiamo sempre più all'emergere dei
fondamentalismi religiosi e culturali e quindi al
ripiegamento delle particolarità culturali su stesse. È
una tendenza che non risparmia neppure alcune
interpretazioni dell'inculturazione, dove si ha quasi
l'impressione che si tenda a consacrare la cultura della
propria tribù o la religione del proprio popolo come
fosse il Vangelo. Il fenomeno delle frontiere culturali
tende perciò a verificarsi pure nel processo di
evangelizzazione. Da qui la
nostra seconda domanda: come
capire l'inculturazione nel contesto di una Chiesa
ormai definita come famiglia
di Dio? È interessante per noi che sia proprio nel primo
numero di Ad gentes che i concetti di "una sola
famiglia" e "un solo popolo di Dio" vengono impiegati
insieme per qualificare la Chiesa nella sua dimensione
cattolica. Questa prospettiva ecclesiologica sarà per
noi decisiva nel tentare di rispondere a alle due
domande sopraelencate.
Il Concilio Vaticano II ha
dato un nuovo slancio alla comprensione della missione
della Chiesa, in un tempo segnato proprio dalla critica
e crisi della missione (AG, n.2; LG, n.48/. In tutti i
continenti, la missione si è trovata confortata
seriamente con i problemi legati all'incontro con le
religioni, le culture e le questioni sociali dell'uomo.
La comprensione della missione e lo sviluppo stesso
della missiologia sono state molte condizionate in
diversi contesti continentali dalle domande e dalle
sfide provenienti da questo incontro del Cristianesimo
con queste nuove realtà.
Dinanzi a queste sfide, la
missiologia ha dovuto pure cambiare metodo. Per
qualcuno, le sfide alla missione devono esser analizzate
con un approccio antropologico. Così ad esempio Louis
Luzbetak4 proponeva di considerare la dinamica della
missiologia come un processo che partirebbe dalle
situazioni missionarie attuali, contemporanee o meglio
dalle sfide e si concluderebbe con una teoria
missionaria. Le situazioni missionarie verrebbero
analizzate ed interpretate con l'aiuto dell'
etnoteologia, della storia delle etnie e della
psicologia delle etnie sulla base dell' antropologia,
della storia, della psicologia, della sociologia e delle
esperienze missionarie pratiche. La missiologia si
servirebbe quindi di tutte le discipline scientifiche
per mostrare ed aprire, nelle situazioni odierne, vie
per l'impegno missionario.
L'esempio appena accennato
mostra quanto siano diventati oggi pertinenti, per la
comprensione della missione, le questioni legate al
contesto religioso, culturale e sociale dei popoli. La
diversità di tali contesti ha fatto sì che la missione
stessa venisse contemplata sotto la categoria di
pluralità5; contemplata come una realtà diversificata,
plurali sta a seconda della diversità dei contesti e
delle chiese 10cali6. Ed in questo contesto si è posta
in modo radicale, la questione del rapporto tra missione
e conversione (I).
I. LA RESPONSABILITÀ
MISSIONARIA NEL CONTESTO DELLA PLURALITÀ RELIGIOSA
Termini della
problematica
Per alcuni autori
contemporanei7, il dialogo non serve a guadagnare i
partner del dialogo per la fede cristiana (e
vice-versa), ma serve pienamente ad uno scambio pubblico
delle convinzioni religiose e alla collaborazione
solidale per risolvere i problemi e le necessità
dell'umanità. Esso non esclude quindi la testimonianza
della propria fede, ma questa non è il suo scopo.
Invece, è questa testimonianza il fondamento della
missione. Il dialogo interreligioso non è identico alla
testimonianza missionaria, ma se fatto secondo lo
spirito del Vangelo, esso è il mezzo e lo stile della
testimonianza missionaria.
Queste due parole, dialogo
interreligioso e annuncio del Vangelo secondo la parola
dell' Apostolo: "Annuncia il Vangelo che piaccia o non
piaccia" (2 Tim 4, 2) sono attualmente molto connesse8.
Se è vero che il dialogo interreligioso non vuole dire
che la missione significa "fare dell'Hindu un buon Hindu,
del buddista un buon buddista, del musulmano 1m buon
musulmano" si conosce la reazione dell'allora prof.
Ratzinger a proposito, esso fa comunque della libertà di
coscienza e di religione il primo comandamento.
In questo contesto, la
parola che fa oggi problema sembra che sia quella di
"conversione" che suscita subito l'accusa di
"proselitismo". Cosa sta dietro? La risposta a questa
domanda ci esige di fare un piccolo excursus nella
teologia e storia delle missioni9.
a) Un piccolo accenno
storico
Fino a poco tempo fa, per
tutte le Chiese cristiane, la missione aveva per scopo
invitare gli uomini alla fede in Cristo ed in questo
senso alla conversione, poiché il paganesimo era tenebre
e lontananza da Dio. Luce e salvezza erano acquisite
solo tramite la fede esplicita in Gesù Cristo. Nella
prospettiva evangelica (protestante), questa conversione
avveniva solo mediante l'azione della Parola, perciò la
missione veniva capita proprio nel senso di "missione di
Dio", missio Dei attraverso il servizio del
predicatore umano considerato come 1m semplice
strumento. E sembrava del tutto evidente che la
conversione al Cristianesimo significasse ipso facto
l'adozione della cultura occidentale, con i suoi sistemi
di valori e rappresentazioni del mondo.
Da parte cattolica, era
anche evidente che la conversione avveniva tramite
l'evangelizzazione, ma la missione fu primariamente
intesa come "plantatio ecclesiae" nelle regioni
dove essa non era ancora arrivata. Per tutte e due le
tradizioni della teologia della missione era chiaro che
il compito missionario era indirizzato a tutti i singoli
uomini. L'esperienza missionaria portò comunque a
confrontarsi sempre di più con la questione della
possibilità o non della salvezza dei non cristiani, dei
non-evangelizzati. In questo contesto vennero alla luce
soluzioni quali: la dottrina del battesimo di desiderio,
l'implicito Votum Ecclesiae la discussione
attorno alla tesi Rahneriana dei "cristiani anonimi",
fino alla LG n.161O. Comunque rimaneva certo che la
Chiesa e la teologia non aveva niente da imparare dalle
religioni non cristiane. Esse erano guardate per dirlo
con Karl Barth o Bonhoeffer come, idolatria, frutto del
peccato. Una tale posizione è sostenuta anche oggi in
ambito protestante da Oswald Bayer11. La recezione della
tradizione e delle strutture ecclesiali occidentali
sembrava una cosa scontata.
b) La nuova situazione
suscitata dal dialogo interreligioso e dalla pluralità
delle culture
È questo concetto di
missione che entrò in crisi nel secolo ventesimo con la
fine dell'epoca coloniale e l'incontro sempre più
intenso con le altre religioni e culture. Certamente
Cristo viene sempre proclamato e chiese nuove fondate
dove questo è possibile. li concetto di missio Dei
mantiene la sua attualità come introduzione per la
propria autocomprensione presso coloro che vanno
evangelizzati ma non risolve i problemi pratici perché
presuppone in qualche modo che la missione sia già
razionalmente fondata e giustificata così pure le forme
tramandate. Accanto ad esso si sono formati altre forme
di missione : la libera offerta disinteressata, senza
pretesa di fare proselitismo, dei propri servizi presso
gli uomini in necessità o nella formazione. Qui non
occorre più sospendere le proprie convinzioni, anzi si
cerca di scoprire all'interno stesso del dialogo
interreligioso i punti comuni e l'essenza dell'uomo come
essendo determinato da Dio. In un tale approccio non è
più accettabile di porre a priori, sullo stesso piano
tutte le religioni senza avere fatto un esame accurato
delle dottrine e dei fatti con l'aiuto di criteri quali
la capacità a liberare, il legame alla trascendenza, ecc.12.
Tutto quanto ha portato già nella Chiesa ad una nuova
comprensione della missione.
Lo si può vedere ad esempio
nel documento "Dialogo e annuncio" del 1991 dove viene
affermato: "Vero dialogo interreligioso presuppone da
parte dei cristiani il desiderio di fare conoscere e
riconoscere meglio Gesù Cristo e di svegliare l'amore
per lui. L'annuncio di Gesù Cristo deve avvenire nello
spirito dialogico del Vangelo. I due processi rimangono
distinti l'uno dall'altro, però, lo mostra l'esperienza,
una stessa chiesa locale, una stessa persona, può
partecipare in vari modi ai diversi processi,,13. Il
motivo di una tale impostazione è chiaro. Ci si vuole
distanziare dalle colpe storiche incarnate dalle
conversioni forzate e dalla strumentalizzazione della
missione da parte delle potenze coloniali. Il dialogo
offre senz'altro una possibilità di una migliore
autocomprensione. Però rimane la questione: il dialogo
ha sostituito la missione o il dialogo è solo uno
strumento, un mezzo per la missione?
Se il dialogo ha sostituito
la missione occorre chiedersi, qual è allora, oltre lo
scambio delle convinzioni, lo scopo del dialogo?
Infatti, se il dialogo non ha uno scopo, una finalità,
esso rimane allora un dialogo vuoto. Se invece il
dialogo è solo un mezzo, ci si può chiedere se non si
tratta in tale prospettiva di una strumentalizzazione
del dialogo, che viene così posto per arrivare ad una
migliore comprensione della propria fede o ancora come
una tattica per scoprire i punti deboli delle
convinzioni dell'altro, per poi di là iniziare un
annuncio efficace. È qui che inizia la nuova domanda
sulla missione e il nuovo "plaidoyer" per la missione.
c)
La nuova domanda
La mia domanda è semplice ed
elementare: esiste un fondamento teologico della
missione, che non è soltanto corretto per tutti, ma
anche capace di motivare uomini e donne a dedicare
totalmente la loro vita per la causa delle missioni? Una
teoria teologica deve sempre esser capace di esser poi
tradotta nelle situazioni esistenziali concrete,
altrimenti essa rimane vuota aldilà di tutte le
argomentazioni che possono sembrare 10gicheI4.
Uno sguardo alle teorie
missiologiche degli ultimi decenni ci permette di
raccogliere con David Bosch, almento 13. motivi, tra i
quali : Missio Dei, Missione come Chiesa con gli altri,
ricerca di giustizia, Missione come annuncio,
liberazione, inculturazione, testimonianza di tutto il
popolo di DioI5, Missione come frutto del movimento
ecumenico, il quale viene interpretato come la
partecipazione sperata di tutte le Chiese all'agire
messianico-escatologico di Gesù16, Missione come invito
alla conversione al Vangelo in quanto ingresso nella
vera vita umana 17, Missione non come sforzo per
convertire l'altro, ma come la protesta inspirata
divinamente fondata teologicamente nella Trinità contro
la distruzione della vita da parte dell' uomo l 8,
Missione come "Liturgia dopo la Liturgia" (prospettiva
proveniente dalla concezione ortodossa delle chiese
orientali)I9, Missione come camminare insieme sulla Via
di Dio che conduce verso lo straniero con lo scopo di
una "convivenza", la quale viene intesa come comunità di
aiuto, di apprendimento e di festa20, Missione come via
di penitenza verso il riconoscimento della propria
autogiustificazione21, Missione come dialogo e
testimonianza22. La domanda rimane chi viene motivato da
queste tesi per la missione?
li dialogo interreligioso e
la missione non sono separabili. La responsabilità
missionaria della fede non è altro se non un dialogo
interreligioso in vista della verità del Vangelo. Tutto
il resto è una questione di stile e di sensibilità
missionaria illuminata dal Vangelo. A proposito della
conversione, occorre anzitutto evitare una confusione.
Non siamo noi a convertire. Chi converte un cuore è solo
Dio. li nostro compito può soltanto consistere nel
presentare l'invito alla fede nel nostro Dio contenuto
nel Vangelo di Gesù Cristo in modo chiaro, illmninante,
salvifico, liberante e quindi attrattivo23. Ma perché
dobbiamo fare questo?
Fondazione del compito
missionario nella compassione-prossimità di Dio
Anticamente, la forza che
spingeva ad andare in missione era la compassione. Gli
uomini nei territori non cristiani vivevano nelle
tenebre, lontano da Dio. Morire senza esser battezzato
significava correre il grande rischio della condanna
eterna, con solo poche eccezioni. Una tale concezione
appare oggi assurda. Però anticamente funzionava come
forza motrice per mobilizzare tutte le energie a fare
uscire il più grande numero possibile degli uomini da
questo pericolo, dalle tenebre.
La missione appartiene alla
natura stessa della fede nel Vangelo di Gesù e quindi
della sua Chiesa. Essa non è certamente una strategia di
conversione, ma mira alla conversione, a portare uomini
e donne a fare l'esperienza dell' amore di Dio in Gesù
il Cristo. Essa è diffusione, irradiazione dell'amore
del Dio di Gesù nel mondo. Perciò san Paolo può dire :
"Guai a me se io non annunciassi Cristo!". Oggi la
missione va intesa come lo sforzo per creare lo spazio
per Dio tramite un annuncio radicato in un amore e
rispetto profondo della persona umana e del Creato. Come
gli uomini possono fare questa esperienza della sua
prossimità se nessun lo proclama, dice San Paolo: "Come
possono..." (Rm lO, 14ss.), cioè se non c'è Missione?
Aldilà degli sbagli commessi nella storia delle
missioni, urge l'impegno missionario e, non dobbiamo
vergognarci del Vangelo (Rm l, 16), per andare in
ricerca di altre sapienze e mistiche. Questo ce lo dice
Paolo, l'apostolo che forse è quello più vicino al
problema del dialogo interreligioso. Da una parte tiene
le sue convinzioni religiose ebraiche per una nullità
nei confronti della conoscenza di Gesù Cristo (Fil 3,
8), d'altra parte soffre che i suoi fratelli nel popolo
di Israele non possono capire quello che viene loro
regalato nel Vangelo (Rm 9, 3 i4. Solo una
prospettiva che parte dalla fede ci permette di
percepire la pienezza che ci viene data in Cristo Gesù e
di recepire in modo produttivo e creativo le intuizioni
profonde del Vaticano II riguardo alla mISSiOne.
AD GENTES
E NUOVI ORIZZONTI DI
COMPRENSIONE DELLA MISSIONE: LA PLURALITÀ COME CA
TEGORIA INTERPRETA TIV A
li 7 dicembre 1965 veniva
pubblicato il Decreto sull'attività missionaria della
Chiesa, in intima connessione con la Costituzione
dogmatica sulla chiesa Lumen Gentium25. Se è vero
che in alcuni paesi occidentali, la missiologia entrò in
crisi, dagli anni settanta in poi essa conobbe però
fuori dall' ambiente europeo un vero sviluppo nel senso
di una nuova comprensione della relazione tra missione e
Chiesa delineata da Ad Gentes e della fondazione
teologica della missione tracciata nel documento.
Una comprensione della
missione nella prospettiva di Ad Gentes va
necessariamente collegata nella comprensione della
Chiesa del Concilio Vaticano IL Infatti, in relazione a
Lumen Gentium, Ad Gentes defuùsce la Chiesa come
"sacramento universale di salvezza" (AG, n.1). li suo
scopo è di collocare la missione nel cuore della Chiesa.
Essa stessa viene definita come missionaria; l'essere
missionaria è nella sua natura stessa come chiesa
pellegrinante (AG, n.2) e l'impegno missionario è il
compito fondamentale del popolo di Dio (LG, n.17; AG, n.35ss.).
Esso sta al centro dell'attività della Chiesa. Nella
Costituzione dogmatica sulla Chiesa, i nn.13-17 dedicati
alla missione, ne presentano la natura, il compito e il
metodo. Esiste un'appartenenza reciproca della missione
alla Chiesa e della Chiesa alla missione. È della natura
della chiesa l'essere missionaria, ma non esiste
missione che non sia ecclesiale, cioè che parta dall'
appartenenza alla chiesa e dal senso ecclesiale e che
miri a condurre verso la Chiesa come corpo di Cristo,
famiglia e popolo di Dio.
L'introduzione di Ad
Gentes dà il fondamento di questa concezione della
relazione essenziale che esiste tra Chiesa e missione.
il fondamento teologico viene collocato nelle missioni
trinitarie. Poiché le missioni del Figlio e dello
Spirito Santo si prolungano nella missione della Chiesa,
la Chiesa è per natura missionaria. La missione della
Chiesa si deve orientare a partire della missione del
Figlio nel mondo e del suo esempio, cioè la sua povertà,
la sua donazione e il suo amore. Come lo Spirito Santo
era visibile nella missione del Figlio, così esso è
presente nella missione della Chiesa in quanto
continuazione della missione del Figlio. La missione
specifica della Chiesa di portare la fede e la salvezza
in Cristo a tutti gli uomini viene fondato nel mandato
del Risorto agli Apostoli. Dagli Apostoli, tale missione
si estende ai vescovi, ai presbiteri e a tutto il popolo
di Dio: "Le iniziative speciali, con cui gli
annunciatori dell'Evangelo inviati dalla Chiesa, andando
nel mondo intero, svolgono il compito di predicare
l'Evangelo e di impiantare la Chiesa stessa in mezzo ai
popoli o ai gruppi che ancora non credono in Cristo,
comunemente sono chiamate missioni. . . il fine
proprio di questa attività missionaria è l'
evangelizzazione
e
l'impianto della
Chiesa nei popoli o gruppi nei quali ancora non ha messo
radici" (AG, n.6). Colpisce qui il tennine missione
posto al plurale.
La missione viene qui
contemplata in prospettiva geografica o giuridica. Le
missioni come attività specifiche ricordano ancora
l'andare fuori dal proprio continente verso altri
continenti. Il decreto però, apre un altro orizzonte
quando precisa che attraverso il territorio occorre
capire i popoli e il partire per le comunità: perciò la
missione viene capita anche dal punto di vista
sociologico ed antropologico. È l'unico mandato di
Cristo e della sua Chiesa che delimita e dà
configurazione alla pluralità delle imprese missionarie.
La missione si indirizza sempre a uomini e donne che
sono lontani da Cristo e questo non dipende da uno
spazio specifico. Perciò non la plantatio ecclesiae
è l'ultimo scopo della missione. La Chiesa è solo
uno strumento sulla strada verso la fede in Cristo. La
missione va concepita come una attività soprannaturale
che mira a portare nel mondo il disegno salvifico di
Dio. È Dio stesso mediante il suo Spirito che ne è il
Protagonista ed ogni conversione è una decisione
personale, che avviene nel rispetto della libertà di
coscienza e della persona. .
Però è un evento che avviene
sempre con la collaborazione umana. Perciò, la missione
è un dovere per ogni singolo membro della Chiesa e tutte
le comunità cristiane devono avere questa dimensione
missionaria: "La grazia del rinnovamento non può
crescere nelle comunità, se ciascuna di esse non allarga
gli spazi della carità sino ai confini della terra,
avendo per quelli che sono lontani la stessa
sollecitudine che ha per coloro che sono suoi propri
membri" (AG, n.37). Con le sue affermazioni sulle Chiese
locali26,il Concilio avrebbe posto il fondamento per uno
sviluppo di una visione ecc1esiologica diversa e una
nuova comprensione della missione, nella quale verrebbe
fuori la nuova autocoscienza delle giovani chiese del
loro carattere missionario e della loro possibilità di
capire diversamente la missione e quindi dare vita ad
una pluralità di visione della missione. Non è tanto la
pluralità a fare problema. La pluralità è un dato di
fatto. È il pluralismo a costituire la nuova sfida. Se
la diversità deve essere tale che non c'è più
comunicazione, modo di comprendersi e quindi non c'è più
comunione, non si può ricondurre una tale diversità al
Concilio Vaticano II.
Le varie Esortazioni
apostoliche postsinodali Ecclesia in Africa (1995),
Ecclesia in America (1999), Ecclesia in Asia
(2000), Ecclesia in Oceania (2001), Ecclesia in
Europa (2003) ci possono permettere di vedere come
questa visione della missione di AG venga poi recepita
in vari modi nei diversi contesti continentali, senza
però perdere la matrice comune. Esse hanno in qualche
modo formulato le grandi sfide della missione oggi. Da
una parte viene sottolineato in tutti i continenti la
validità permanente del mandato missionario; d'altra
parte si evidenzia la pluralità delle sfide e delle
risposte. Certamente questo mostra che il punto di
partenza della missiologia deve esser sempre
contestuale, cioè nelle diverse situazioni nelle quali
avviene l'unica missione della Chiesa.
Non tutto però si esaurisce
nel particolare, anzi si potrebbe dire che tutto tende
di nuovo verso l'universale. Il contesto non è fine a se
stesso, è nell'universale che trova tutto il suo senso e
la sua realizzazione, perciò, trattandosi della Chiesa
locale, la RMi, in continuità con quanto espresso già
nella EN n.62, afferma: "La missione Ad Gentes ha
questo obiettivo: fondare comunità cristiane, sviluppare
Chiese fino alla loro completa maturazione. È, questa,
una mèta centrale e qualificante dell'attività
missionaria, al punto che questa non si può dire
esplicata finché non riesca ad edificare una nuova
chiesa particolare, normalmente funzionante
nell'ambiente locale. Di ciò parla ampiamente il Decreto
Ad Gente??, e dopo il Concilio si è sviluppata
una linea teologica per sottolineare che tutto il
mistero della chiesa è contenuto in ciascuna chiesa
particolare, purché questa non si isoli, ma rimanga in
comunione con la chiesa universale e si faccia, a sua
volta missionaria" (RMi, n.48). Perciò possiamo dire che
esiste oggi la chiesa nei sei continenti e nello stesso
tempo diciamo esiste missione nei sei continenti28. A
tale proposito, è significativo che il 24 febbraio 1969
con l'Istruzione Relationes veniva tolto lo "ius
commissionis" per tutte le diocesi.
I territori missionari non
sono più affidati ad un determinato ordine religioso, ma
si tratta ora di chiese locali autonome -sotto la guida
del vescovo- e nelle quali lavorano gli ordini
religiosi. Ogni chiesa locale diventava perciò
responsabile dell' annuncio del Vangelo e della
testimonianza da rendere a Cristo nel proprio contesto.
Questo ha portato nelle varie chiese locali non solo
alla fondazione di società missionarie locali (come per
esempio i missionari di San Paolo in Nigeria o Apostles
of Jesus in Uganga / Kenya e in tutti i continenti, si
può dire lo stesso dell'India, Corea, Filippine, Vietnam
o America latina), ma anche agli inizi di vere teologie
missionarie nei contesti ecclesiali locali. Ad Gentes
ha posto così le fondamenta per una trasformazione
dell' immagine che si aveva tanto delle chiese
missionarie quanto della missiologia stessa. La missione
parte dappertutto, verso ovunque. Essa è diventata una
realtà trasversale.
Che la pluralità sia
diventata categoria fondamentale nella comprensione
della missione è dovuta a tre fattori fondamentali:
socio-politico, ecclesiale e teologico. Dal punto di
vista socio-politico, ciò è dovuto al fatto che con il
processo della decolonizzazione, le giovane chiese si
sono sempre più sentite interpellate a diventare veri
soggetti della promozione della vita politica ed
ecclesiale dei loro popoli. Dal punto di vista
ecclesiale, si assiste sempre più allo spostamento della
maggioranza dei cristiani dal Nord verso Sud.
Questo sviluppo, cioè
pertinenza della pluralità per la comprensione della
missione e della missiologia, sta in relazione con la
recezione del Concilio, specialmente, di Ad Gentes,
al livello locale. Nella traduzione delle idee e
affermazioni del Concilio nelle culture dei popoli ci si
accorgeva sempre dell' emergenza di una pluralità di
interpretazioni e di prassi ecclesiali. Così emergevano
sempre più come pertinenti nei vari incontri (basti
pensare per l'America Latina a Medellin (1968) e poi
Puebla (Mexico, 1979), poi Santo Domingo (1992), per
l'Africa ai vari incontri dei Vescovi nello SCEAM,
particolarmente a Kampala nel 1969 e per l'Asia a
livello del FABC, particolarmente a Manila, nel 1970), i
temi connessi con i vari contesti culturali e religiosi
quali: dialogo interreligioso, inculturazione e
contestualizzazione, giustizia e pace, come temi
fondamentali per la missione e la missiologia.
Con Santo Domingo, l'America
latina ha posto la missione intesa come nuova
evangelizzazione, nel contesto di un dialogo più ampio
con l'uomo moderno e postmodemo ed invita a metter tutti
i mezzi, strumenti ed atteggiamenti a servizio di questo
dialogo in vista di comunicare il Vangel029. Già nel suo
primo incontro in Taipei, il FABC si concentrò sul tema
di "Evangelizz~zione in Asia", prendendo in
questione il tema del dialogo con le culture e religioni
asiatiche, dei poveri nel continente e del ruolo del
Cristianesimo in contesto di minoranza. Di particolare
importanza può essere segnalato il primo congresso
cattolico internazionale di missiologia tenuto nel
dicembre 197930. Dalle Assemblee dello SCEAM, si può
vedere bene l'accento posto sul tema dell'
inculturazione come via di una evangelizzazione in
profondità. È particolarmente significativa qui
l'Assemblea tenuta a Lagos in Nigeria nel 198731, dove
si intravede che l'inculturazione viene soprattutto
intesa come riappropriazione della fede ricevuta dall'
annuncio dei missionari. Una tale riappropriazione passa
anzitutto tramite la traduzione del messaggio nelle
lingue locali.
E' dell' essenza della fede
e del Vangelo di dovere essere trasmessi, comunicati.
Una tale comunicazione deve esser organizzata dalla
comunità dei credenti, cioè dalla Chiesa. Non possiamo
immaginare il potenziale liberatore che contiene il solo
fatto che il Nuovo Testamento sia tradotto nelle lingue
locali dei popoli. La trasmissione della fede passa
necessariamente tramite la lingua. Ed è qui che si
evidenzia che non siamo noi a convertire, ma Dio solo e
che si pone allora il vero problema di inculturazione
come riappropriazione del messaggio biblico da parte
dell' evangelizzato. In questa relazione non ci
soffermeremo però tanto su questo aspetto, ma su un
problema fondamentale che sollevano oggi alcune tendenze
di inculturazione, cioè l' atomizzazione o
frammentazione delle esperienze ecclesiali che rischiano
di diventare incomunicabili, la tendenza al ripiegamento
di alcune chiese locali su di se stesse.
III. MISSIONE ED
INCULTURAZIONE
È interessante che nella
Costituzione dogmatica sulla Chiesa, si parli di
missione quando si tratta della cattolicità come di ciò
che determina l'essenza del nuovo popolo di Dio. Il
nuovo popolo di Dio è cattolico: "Tutti gli uomini sono
chiamati a formare il nuovo popolo di Dio. Perciò questo
popolo, restando uno e unico, si deve estendere a tutto
il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia
l'intenzione della volontà di Dio" (LG, n.13). Questa
cattolicità costituisce proprio il segno distintivo di
questo nuovo popolo nei confronti dell'antico popolo.
Perciò, l'appellativo "nuovo" che ritroviamo nelle
espressioni "nuova alleanza", "nuovo popolo" è
costitutivo per la Chiesa e per la storia della
salvezza.
Se si pensa inoltre, che
questa novità è radicata nell'autocomunicazione di Dio
in Gesù Cristo come l'unico Dio nella trinità delle
persone, e che in essa consiste la nuova forma di
relazione con Dio, allora il testo di LG n.13 ci
richiama ad interpretare la cattolicità a partire dalla
Trinità. Il volto del nuovo popolo di Dio va capito a
partire dal nuovo volto di Dio. Partendo dal Padre come
fonte della divinità e in relazione all'idea dell'unità
nella Trinità e dell'unità del Creato, si riesce a
percepire che l'unico popolo, che deve rimanere uno,
deve diffondersi attraverso il mondo e in tutti i tempi,
per realizzare la volontà di Dio, il quale ha creato la
natura umana come una e da tutte le divisioni che
segnano la storia degli uomini vuole alla fine radunare
tutti i figli di Dio nell'unità (LG, n.13). Il testo
unisce così il tema della creazione e dell' escatologia
che sono decisivi per la comprensione della cattolicità.
L'unico Dio ha creato gli
uomini e l'umanità come una unità. Le divisioni e il
pluralismo sembrano una contraddizione all'idea di
creazione degli uomini da parte di un unico Dio. Con
ciò, la LG manifesta che la missione è il portare avanti
il movimento fondamentale e fondante della storia della
salvezza che è quello di ricomporre l'unità, scaturita
dalla separazione che proviene dal peccato. Essa
introduce qui l'idea cristologica chiamando Cristo
"l'erede di tutte le cose". L'espressione tratta da Ebr
l, 2 proviene dal Sal 2, 8 dove il re di Israele viene
chiamato figlio di Dio e quindi erede della Signoria di
Dio sul mondo. Consegnare a Cristo, il Signore, i
confini della terra ; conformare a lui e condurre verso
lui la realizzazione piena della natura umana, ecco in
che cosa consiste la missione, il movimento di
realizzazione del nuovo popolo e il compito fondamentale
della storia della salvezza. La speranza teocratica di
Israele viene così trasformata nell'umile signoria del
Crocifisso.
Il modo concreto di
realizzazione dell'unità, formulato nelle affermazioni
cristologiche, viene approfondito nelle affermazioni
sullo Spirito Santo, il Signore e datore di vita. È lui
che è il fondamento dell'unità nella dottrina degli
Apostoli e nella comunità attorno alla divisione del
pane e nella preghiera (At 2, 42). Si tratta di un'unità
che ha la sua forma esemplare nelle piccole comunità,
che per prime per esempio in Gerusalemme hanno creduto
alla risurrezione di Gesù. Le coordinate di questa unità
sono: insegnamento degli Apostoli comunità-frazione del
pane preghiera. Questa unità-cattolicità non è
semplicemente una grandezza quantitativa. È un'unità
sotto forma di fermento, che spinge a diffondersi fino
alle estremità della terra.
Alle immagini fondamentali
di Popolo, Regno, Raccogliere, che ritroviamo nel n. 13
della Lumen Gentium viene aggiunta l'immagine del
corpo: "Tutti i fedeli sparsi per il mondo sono in
comunione con gli altri nello Spirito Santo, e così
chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra"32.
L'immagine di raccogliere viene poi concretizzata
attraverso l'interpretazione di Sant'Ireneo della
ricapitolazione di tutta l'umanità sotto il suo capo,
un'idea già presente in San Paolo (Ef. 1, lO). Infine
ritroviamo l'idea della città santa, nella quale entrano
tutti i popoli, ciascuno portando i suoi doni al
Signore.
Già da questo passo della
Lumen Gentium si percepisce come la cattolicità
della Chiesa sia una cattolicità che dall'interno è
determinata da una pluralitàdiversità che produce
unità, che non disgrega ed è da questa tensione verso
l'unità che scaturisce l'esigenza di una metodologia
missionaria che rispecchia la pluralitàcattolicità.
Quello che unisce unità e pluralità è infatti la
dimensione escatologica: il Regno di Dio si realizza
certo in questo mondo, però non è di questo mondo; entra
nel mondo come un'irruzione che porta tutta l'umanità
verso il suo futuro. Da questo carattere escatologico
del Regno di Dio, a servizio del quale sta la
cattolicità e del quale la missione è una realizzazione
dinamica, il testo sviluppa una metodologia per la
missione che fonda l'inculturazione: "Ma siccome il
Regno di Cristo non è di questo mondo (Gv 18, 36),
introducendo questo Regno, la Chiesa, cioè il Popolo di
Dio, non sottrae nulla al bene temporale di qualsiasi
popolo, ma al contrario favorisce e accoglie, in quanto
sono buone, tutte le risorse, le ricchezze e le
consuetudini dei popoli, e accogliendole le purifica, le
consolida e le eleva" (LG, n.!3). Perciò la metodologia,
da una parte, non può se non esser contestuale, attenta
alle realtà e ai bisogni dei destinatari, cioè calata
nelle culture e religioni dei popoli.
Questa tensione escatologica
d'altra parte, fonda anche la libertà della Chiesa:
"Tutto è vostro, voi siete di Cristo", un'affermazione
che Paolo dice in considerazione della determinazione
escatologica della libertà della Chiesa e del cristiano.
Il fatto che i cristiani e la comunità cristiana non
sono di questo mondo, li rende infatti liberi nei
confronti delle realtà di questo mondo. Essi non sono
infatti legati a nessuna forma di questo mondo, a
nessuna cultura, perciò possono dedicarsi a tutto il
mondo, a tutte le forme di culture. Però prima viene la
libertà in Cristo e con Cristo che li rende liberi e
capaci allora di gustare di tutto. Nello stesso tempo in
cui . accoglie la pluralità delle culture, la LG
determina pure come va contemplata e gestita questa
pluralità.
Da questo testo della LG si
capiscono poi gli altri testi conciliari pratici
attinenti all'inculturazione. Così ad esempio nella
costituzione sulla sacra liturgia (Sacrosanctum
Concilium) si danno indicazioni pratiche sul modo di
mantenere l'unità nella pluralità per quanto riguarda la
Liturgia: "Nelle terre di missione, oltre a quelli che
si ritrovano nella tradizione cristiana, sia consentito
introdurre anche gli elementi di iniziazione che
risultano essere in uso presso ogni popolo, in quanto
possono esser adatti al rito cristiano" (SC, n.65; n.119).
Così pure trova qui il suo fondamento il testo del
decreto sulla formazione sacerdotale (Optatam totius, n.16)
che esige che gli alunni che studiano teologia vengano
"avviati a conoscere le altre religioni più diffuse
nelle singole regioni, perché meglio identifichino ciò
che per disposizione di Dio hanno di buono e di vero,
imparino a confutare gli errori e possano comunicare la
luce piena della verità a chi non la possiede" (OT, n.16).
Troviamo qui un testo fondamentale che ha giocato un
ruolo fondamentale nella determinazione di ciò che poi
qualcuno ha chiamato ad esempio "Teologia cristiana
africana" e che in fondo avviene quando un cristiano
africano pensa la sua fede a partire dall' esperienza
religiosa afticana, cioè cerca di appropriarsi la fede
cristiana mostrando in quale relazione essa si trova con
la fede dei suoi antenati. Si tratta di nuovo di
evidenziare come dice già la LG n.13 come la fede
cristiana assume (assumere: accoglier e si lascia
arricchire dal positivo che vi è) e purifica
(purificare: critica ed eleva alla pienezza che è Cristo
tutto quello che non vi è di bello, buono e giusto). Il
testo tipicamente missionario della LG, cioè il n.17
("Predicando il Vangelo, la Chiesa attira gli uditori
alla fede...li incorpora a Cristo, affinché per mezzo
della carità crescano in lui fino alla pienezza. Con la
sua opera fa anche in modo che quanto di buono si trova
seminato nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti
e nelle culture proprie dei popoli non solo non vada
perduto, ma sia purificato, elevato e perfezionato a
gloria di Dio...e felicità dell'uomo") riprende di nuovo
ed esplicita questa metodologia che fonda l'inculturazione
e che ritroviamo nel decreto sulle missioni Ad Gentes,
particolarmente al n.22.
I due termini "assumere" e
"purificare" sono come due linee guida che determinano
la relazione della Chiesa con le culture e le religioni.
Sono due linee che scaturiscono dalla
cattolicità-pluralità della Chiesa e dalla sua tensione
escatologica.
Quest'ultima, costitutiva
della Chiesa, la rende libera nei confronti delle realtà
(culturali, religione, socio-politiche) nello stesso
tempo, essa sottopone quelle stesse realtà alla misura
critica dell'escatologia. Occorrerà probabilmente qui
ritrovare il significato profondo per l'inculturazione
di quello che Johannes Baptist Metz sulla .scia di Erik
Peterson chiamava la "riserva escatologica", purificata
dall'abuso che ne
aveva fatto una certa
tendenza della teologia della liberazione. Ogni
inculturazione per essere vera e autentica si deve
sempre lasciare guidare da questa riserva escatologica,
che le permette di non assolutizzare il cammino di fede
di una chiesa locale, facendone "il cammino di fede",
per aver sempre gli occhi rivolti verso il "Deus sempre
maior", che sta sempre aldilà di tutto quello che
possiamo raggiungere o pensare di più grande. Perciò, l'inculturazione
come metodo di appropriazione della fede ci riconduce al
fatto che ogni esperienza locale, particolare di fede
deve rimanere sempre aperta e perciò va sempre correlata
con le altre esperienze ecclesiali. È nella cattolicità
che si verifica la sua autenticità e verità.
INCULTURAZIONE COME
ESPRESSIONE DELLA PLURALITÀCATTOLICITÀ DELLA CHIESA
Pluralità come relazione,
corresponsabilità, comunione
Tornando di nuovo al n.13
della LG troviamo uno sviluppo del significato ad intra
dell'inculturazione come dinamismo verso la cattolicità.
Parlando di essa, il testo distingue un triplice
pluralismo all'interno dell'unità ecclesiale: anzitutto
afferma che la Chiesa, l'unico popolo, è costituito
dalla pluralità dei popoli di questo mondo, che
rimangono all'interno stesso della Chiesa così diversi e
portano ciascuno i propri doni nella città escatologica
di Dio; poi, che fra i membri della Chiesa esiste una
pluralità di ordini sia quanto ai compiti sia quanto a
stato ed impostazione di vita ; infine si parla di una
pluralità legittima di chiese particolari che godono di
proprie tradizioni, che però costituiscono la piena
cattolica solo nella misura in cui mantengono tra loro
legami di unità, di amore e di comunità di pace (LG, n.22).
Perciò la cattolicità-pluralità non è un semplice
giustapporsi delle comunità le une accanto alle altre,
ma un esser le une nelle altre, le une per le altre, in
modo tale che si dica che ogni chiesa locale è già in se
stessa chiesa universale, poiché abitano in essa tutte
le altre chiese locali in quanto le loro preoccupazioni,
sofferenze e gioie sono nello stesso tempo sue, assunte
soprattutto nello spezzare il pane e nel bere allo
stesso calice. Abbiamo qui una pericoresi ecclesiologica
nella quale si riflette la comunione intratrinitaria.
Questa visione fondamentale della cattolicità ha varie
conseguenze per la vita ecclesiale e più specificamente
per la comprensione del processo di inculturazione. .
La prima la ritroviamo al n.
23 della Lumen Gentium dove viene articolata la
relazione della chiesa locale alla chiesa universale e
quindi la pericoresi ecclesiale si esplicita in una
responsabilità reciproca delle chiese locali le une nei
confronti delle altre. In termini concreti l'inculturazione
non può isolare, distaccare una chiesa dalle altre, deve
invece collegarle le lU1e alle altre. Non può esser un
ripiego, lU1a ghettizzazione di alcune chiese su stesse,
ma apertura verso la cattolicità piena. La
riappropriazione della fede a partire dalla propria
cultura suppone ed esige il radicamento nella storia
della fede cristiana. Perciò, la Lumen Gentium n.23,
parlando dei vescovi come primi responsabili di questo
processo comunitario della riappropriazione della fede
affenna: "Tutti i vescovi devono promuovere e difendere
l'unità della fede e la disciplina comune a tutta la
chiesa, istruire i fedeli all'amore di tutto il corpo
mistico di Cristo, specialmente delle membra povere,
sofferenti e di quelle che sono perseguitate a causa
della giustizia.. .infine, promuovere ogni attività
comune a tutta la chiesa, specialmente nel procurare che
la fede cresca e sorga per tutti gli uomini la luce
della piena verità". È solo in questa comunione
interecclesiale e intraecclesiale che avviene una vera
inculturazione. L'inculturazione non è fine a se stessa
(altrimenti si rischia di assolutizzare la propria tribù
o casta ), ma è al servizio della crescita nella carità
e della promozione dello slancio missionario. Perciò,
inculturazione non può mai significare esaltazione o
primato della propria cultura. Questa va orientata alla
carità e alla fede e dal momento in cui si capisce
questo carattere relazionale dell 'inculturazione, cioè
della responsabilità reciproca che le chiese hanno le
une per le altre, non ci si può fermare alla soglia
della Chiesa locale o della propria cultura. Perciò, il
Concilio insiste: "La cura di annunciare in ogni parte
della terra il Vangelo appartiene al corpo dei pastori..
.essi devono fornire alle missioni non solo gli operai
della messe, ma anche aiuti spirituali e materiali, sia
da sé direttamente, sia suscitando la fervida
cooperazione dei fedeli" (LG, n.23). Questa cooperazione
dei fedeli esige da loro di diventare ospitanti,
accoglienti nei confronti del diverso, dello straniero.
È in questa collaborazione dell'intero popolo alla
diffusione del Vangelo, dell'amore universale di
Crist033 che va collocata l'inculturazione.
Unità, come apertura sull
'universale
La seconda conseguenza in
relazione al nostro tema, la possiamo trarre di nuovo
dal n.13 della Lumen Gentium. Da esso si può
capire l'esigenza di inculturazione richiesta da Ad
Gentes come un processo che evidenzia quanto l'unità
della chiesa esiga la diversità. Nell'ultimo paragrafo
del numero 13 si parla infatti di tutti gli uomini che
sono chiamati alla cattolica unità del popolo di Dio,
che prefigura e promuove la pace universale. In questa
universalità della chiamata divina sta pure la dinamica
che spinge ogni particolare a trascendersi. li n.16
esplicita e dà il fondamento di questo dinamismo quando
dice che tutto ciò che di buono e di vero si trova in
coloro che non sono cristiani, è ritenuto come una
preparazione al Vangelo. Questo testo che fa come da
base dogmatica di quanto viene poi affermato in Nostra
Aetate, mette in evidenza ciò che scaturisce dall'unità
della vocazione di tutti gli uomini chiamati a
costituire la famiglia di Dio. In esso si fonda anche la
speranza universale della salvezza, la quale non poggia
sullo sforzo dell'uomo, ma nella bontà salvifica di Dio.
Con il termine "praeparatio
evangelica", il testo evidenzia il fatto che tutto
quello che troviamo di buono e vero in coloro che non
sono cristiani (Nostra Aetate parla qui delle
religioni ; Lumen Gentium, invece, parla di
coloro che non sono cristiani), viene qualificato dalla
Chiesa come preparatio al Vangelo e valutato come
dono che viene da Colui che illumina ogni uomo affinché
l'uomo abbia la vita. Con ciò è il carattere di
frammento e quindi relazionale (relativo) delle culture
e delle religioni che viene evidenziato. Essendo
frammenti orientati verso la pienezza della vita, esse
non devono esser contemplate in modo statico, ma
dinamico in quanto sono chiamate a trascendersi. Il
concetto di "praeparatio evangelica" sottolinea
il carattere relativo, relazionale delle culture e delle
religioni ed è in questa loro relatività che si trova il
loro elemento positivo : esse sono positive, nella
misura in cui, esse sono relazionate alla vita, a
comunicare la vita in abbondanza e quindi a Colui che è
pienezza di vita. L'inculturazione ha infatti il suo
senso nella promozione della vita in Cristo, che è
fondamentalmente comunione, relazione.
In questa prospettiva, si
può capire che il termine "praeparatio evangelica"
non basta da solo a spiegare il mistero delle
religioni e delle culture nel piano salvifico di Dio. Il
termine "praeparatio" ci colloca in una
prospettiva intrastorica legata al pensiero
evoluzionistico, il quale non è sufficiente per spiegare
e descrivere la storia umana e le tendenze del suo
movimento. Inoltre, questo termine nella sua descrizione
della storia religiosa dell 'uomo la riduce
esclusivamente ad una prospettiva antropologica e quindi
trascura le forze decisive che determinano tale storia.
Perciò la "preparatio evangelica", come ogni
processo di inculturazione, va arricchita in un duplice
senso. Anzitutto, occorre contemplare le culture e
religioni a partire dalla prospettiva trascendentale che
determina la storia umana. Dietro il tennine "praeparatio"
(ogni vero e ogni buono), ed ogni inculturazione, vi
è Colui dal Quale viene ogni dono positivo (Giac. 1, 17)
e che illumina ogni uomo (Gv 1, 9) affinché abbia la
vita (Gv lO, lO). Perciò, il testo evidenzia pure la
discontinuità che segna la storia umana. il suo sviluppo
non è lineare ; ma avviene in modo discontinuo. Con il
riferimento a Rm l, 21, si segnalano le rotture e le
irruzioni che avvengono nella storia. Gli uomini possono
infatti conoscere la Verità di Dio, ma preferire di
servire la creatura piuttosto che il Creatore e con ciò
ostacolare il cammino vero della storia. In questo caso,
solo attraverso una rottura, un novum,
l'irruzione di Dio nella storia può avvenire un nuovo
inizio. Perciò l'inculturazione non è un processo
lineare di assunzione della cultura, esige l'assunzione
del novum del Vangelo nella sua radicalità
all'interno di ogni cultura.
Ed è questo novum
che abbatte i muri di divisioni tra nazioni, tra
culture, tra tribù, tra caste, per attrarre tutti verso
la cattolicità, per portare ogni cultura verso la sua
piena realizzazione che è nella comunicazione della
pienezza di vita. Perciò, la dimensione missionaria fa
parte dell'inculturazione stessa in quanto ogni
inculturazione deve aprire il particolare
sull'universale, ogni cultura su Colui che è vita in
abbondanza. Con ciò siamo di nuovo rimandati al nostro
punto di partenza, cioè la missione. E all'interno
stesso della Lumen Gentium troviamo così i
principi basilari della missione che vengono poi
sviluppati in Ad Gentes.
Nel n.17, numero
specificamente missionario di Lumen Gentium, la
missione viene ricondotta alla missione del Figlio e
alla dinamica. originaria dell' amore trinitario. Viene
qui solo accennato quanto verrà sviluppato in Ad
Gentes. La missione viene concepita come
realizzazione della volontà salvifica di Dio nella
storia del mondo, cioè annuncio del regno di Dio. La
Chiesa è strumento dello Spirito Santo, il quale la
spinge dal di dentro, per essere disponibile alla sua
opera, al suo agire. Troviamo qui un piccolo condensato
di missiologia. Si precisa lo scopo della missione, i
suoi agenti e la sua metodologia. Scopo della missione,
secondo LG n.17, è la costituzione di nuove chiese
nell'unica chiesa. Se, in questa formulazione risuona
una visione della missione che sembra ancora molto
istituzionalizzata e gerarchica, va colta probabilmente
la profondità della "nuance" che il testo introduce
quando dice "affinché anche esse (le nuove chiese)
continuino in modo autonomo l'opera
dell'evangelizzazione" (LG, n.l7). La maturità delle
giovani chiese si verifica quando esse stesse diventano
missionarie. È nel diventare missionario che si verifica
quanto un popolo si sia davvero appropriato del Vangelo,
cioè abbia fatto dell'annuncio di Cristo la sua
preoccupazione primaria: "Guai...a me se non predicassi
il Vangelo" (l
Cor 9, 16). È in questo
senso che leggerei il fatto che attualmente troviamo
figli e. figlie delle missioni a capo di alcune
Congregazioni missionarie, quali i Verbiti o ancora i
Padri di Scheutt (Missionari di Maria Immacolata),
Congregazioni nate in Europa e da Europei, e che oggi
hanno come Superiori Generali figli delle missioni (un
Filippino per i Verbiti e un Congolese-zairese per gli
Scheutt). Dal punto di vista teologico sono lì alcuni
luoghi di verifica della ricezione storica della
dottrina missionaria del Concilio Vaticano IL il cammino
dell' inculturazione va quindi dall'evangelizzazione
verso l'evangelizzazione. Il compito dinamico di
trasmettere la fede è il contesto globale nel quale e a
partire dal quale si capisce la "piantatio ecclesiae"
e l'inculturazione, come appropriazione della fede
ricevuta.
Il n.l2 conclude con la
formula benedettina "ora et iabora" che rende
chiaro che tutta l'attività missionaria della chiesa
così pure tutta la sua riflessione teologica perde il
suo cuore e diventa vuota quando non è nutrita dalla
preghiera, quando essa non si costruisce nello stesso
tempo una pietra sulla quale poggiare la scala
dell'incontro con Dio (Gen 28, 12) che ci parla, ascolta
ed esaudisce. È su questa pietra che gli insuccessi e
successi, le frustrazioni e gioie nelle attività
missionarie potranno essere vissuti con grande serenità
nella fiducia nell'opera di Colui che è il Primo
Protagonista della missione, lo Spirito di Gesù Cristo,
lo Spirito del Padre. |