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Laurea Honoris Causa In Missiologia

A sua Beatitudine Chrysostomos II

 

Pontificia Università Urbaniana

14 giugno 2007

 

 

 

Saluto del Rettore Magnifico MONS. AMBROGIO SPREAFICO

 

Laudatio del Decano della Facoltà di Missiologia  PROF. ALBERTO TREVISIOL

 

Lectio Magistralis di Sua Beatitudine l'Arcivescovo di Nuova Giustiziana e di tutta Cipro CHRYSOSTOMOS II

 


 

 

SALUTO

 del Rettore Magnifico

MONS. AMBROGIO SPREAFICO

 

Eminenze, Eccellenze, Rappresentanti del Corpo Diplomatico, cari Docenti e Studenti dell’ Università Urbaniana, signore e signori, è con gioia che accogliamo in questa nostra antica istituzione accademica Sua Beatitudine Chrysostomos II, Arcivescovo di Nuova Giustiniana e di tutta Cipro assieme alla delegazione che lo accompagna, le loro Eminenze i Metropoliti Georgios, Chrysostomos, Nikiforos, e il Rev.do Archimandrita Ignatios Sotiriadis. Saluto con loro e ringrazio l’ambasciatore di Cipro presso la Santa Sede, S. Ecc. Georgios Poulides, che ha seguito con noi la preparazione dell’Atto Accademico che stiamo per celebrare.

Vostra Beatitudine è qui a Roma per un evento storico: è la prima volta che un Primate della Chiesa Apostolica di Cipro visita la Chiesa Apostolica di Roma incontrando il Santo Padre Benedetto XVI, che, come dice Sant’Ignazio, presiede alla carità. Siamo perciò particolarmente lieti di accoglierLa oggi, alla vigilia di questo storico incontro. Lei viene da una delle Chiese più antiche della cristianità. Da lì, per opera degli Apostoli il vangelo prese decisamente la strada dell’annuncio ai pagani. Fu Barnaba, l’apostolo di Cipro, che introdusse Paolo nella comunità di Antiochia, la quale designò ambedue per la missione nella vostra isola. Ella, Beatitudine, in un certo senso ripercorre oggi i passi dell’apostolo Paolo, quando lasciando Antiochia con Barnaba iniziò la sua missione per comunicare il vangelo alle genti proprio dalla vostra isola e poi giunse fino a Roma, dove si incontrò con l’Apostolo Pietro. In questi giorni siamo testimoni con la Sua visita di un segno ulteriore e altamente significativo di quell’unità per la quale il nostro Signore pregò così intensamente e nella quale la nostra Chiesa, sotto la guida paterna del Papa Benedetto XVI, crede profondamente. La ricerca dell’unità è stato uno dei compiti fondamentali a cui Vostra Beatitudine ha dedicato le Sue energie, insieme allo zelo per la diffusione della Parola di Dio e al soste- gno delle missioni ortodosse soprattutto in terra d’Africa. Conosciamo il suo amore per le terre di missione, che considera come l’espressione più genuina della vocazione cristiana.

Tuttavia Lei ci testimonia che la missione autentica non conduce allo scontro. Nella situazione complessa dell’isola di Cipro, Ella ha voluto sottolineare la necessità di vivere un’identità non contrapposta, ma in dialogo, che, pur non rinunciando alle sue radici e alla sua cultura, si impegna a misurarsi con chi è portatore di altra cultura. Così ebbe modo di affermare proprio il giorno della Sua intronizzazione come Arcivescovo: “Siamo concordi che la nostra educazione oggi deve condurre a una responsabilità spirituale e a considerarsi cittadini del mondo ... La cultura e lo sviluppo della propria identità non significano nazionalismo e neanche narcisismo nazionale, significa invece coltivazione dei valori della tradizione, solida conoscenza della storia e, in genere, conoscenza di se stessi ... La Chiesa ... ha trattato gli uomini di altra razza come vicini e fratelli e ha difeso i diritti anche dei suoi persecutori”. Queste parole, Beatitudine, esprimono una grande saggezza soprattutto in questo tempo di facili contrapposizioni e conflitti.

Sentiamo perciò la Sua presenza tra noi, in questa Università che accoglie studenti provenienti da più di cento paesi e che ha una rete di novanta istituti affiliati in ogni parte del mondo, come un’occasione preziosa per approfondire la nostra particolarità di Università con un respiro missionario, ecumenico e universale. Il Suo paese è entrato recentemente nell’Unione Europea. In questo continente di così antica cristianità, che sembra perdere la forza e i valori radicati in una cultura impregnata di cristianesimo, la condivisione più profonda della nostra fede potrà far emergere le energie migliori per aiutare gli uomini e le donne dei nostri paesi a ritrovare quell’anima cristiana che tanto ha contribuito a far crescere in umanità e sapienza l’intera Europa. La vostra isola collocata nel cuore del Mediterraneo è anche un ponte verso il sud del mondo e verso oriente, terre che per cause diverse soffrono per la povertà o per la mancanza di pace; penso al Libano tanto vicino alle preoccupazioni della vostra Chiesa. Vorremmo che la Laurea Honoris Causa in Missiologia, che oggi Le conferiamo, sottolinei il Suo e il nostro comune impegno per rendere il mondo migliore, i poveri meno poveri, i ricchi più solidali, i nemici più fratelli, e nello stesso tempo sia un segno della missione che ci attende all’inizio del terzo millennio, perché la Parola del nostro uni- co Signore e Maestro, Gesù Cristo, si diffonda fino agli estremi confini della terra e contribuisca a rendere il mondo più umano. Quel mandato apostolico, che cominciò a realizzarsi nell’isola di Cipro all’inizio del cristianesimo, possa oggi permetterci di raggiungere tutti gli uomini e le donne. Per questo siamo lieti di poter conferire proprio a Lei per la prima volta in questa università una Laurea Honoris Causa. Il nostro legame originario con la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, qui rappresentata dal Prefetto e Gran Cancelliere dell’Università, il Cardinale Ivan Dias, che saluto con riconoscenza, esprime questo comune intento e motiva la laurea che stiamo per conferirLe. Lei da oggi, Beatitudine, sarà parte di questa Alma Mater, la Pontificia Università Urbaniana, del suo spirito e del suo impegno culturale e missionario che percorre il mondo intero.


LAUDATIO

del Decano della Facoltà di Missiologia

 PROF. ALBERTO TREVISIOL

Indirizzo

Beatitudine Crisostomo II Arcivescovo di Nuova Giustiniana e di tutta Cipro, con trepida commozione e grandissima gioia, la nostra secolare istituzione conferisce oggi e per la prima volta nella sua lunga storia, a Vostra Beatitudine la laurea honoris causa in Missiologia. È per noi un onore poterLa iscrivere tra i membri della comunità accademica della Facoltà di Missiologia che già annovera due dottorandi provenienti dalle venerate Chiese Ortodosse: uno dall’ augusto Patriarcato di Mosca e l’altro dalla santa Chiesa di Tessalonica. Il mandato del Risorto di annunciare il Vangelo a tutto il mondo fonda i vincoli della profonda fraternità con cui lo Spirito Santo ci unisce e vivifica, costituendoci tutti testimoni dell’unico Kyrios. È questo dato della esperienza cristiana che rende agevole il compito di illustrare le ragioni che hanno sostenuto l’unanimità del Consiglio di Facoltà di Missiologia e del Senato Accademico nell’ accogliere la proposta del Magnifico Rettore di candidare Vostra Beatitudine alla Laurea Horis Causa che l’Univerisà Urbaniana intende conferirLe. Con questo atto Noi riconosciamo in primo luogo i legami storici della missione perenne della Chiesa con le sue origini. Vostra Beatitudine, infatti, quale arcivescovo di Nuova Giustiniana e di tutta Cipro presiede alla Chiesa che nacque dagli albori della Missione Cristiana. La missione è Cipriota perché a Cipro sono legati i corifei della medesima: Paolo che iniziò il suo ministero recandosi a Cipro verso l’anno 47 e Barnaba che di Cipro era originario (Atti, 11, 1-12), di quella comunità fu Pastore e testimone nel mar- tirio e in Cipro è venerata la sua tomba, fondamento indiscusso della apostolicità e dell’autocefalia di questa santa Chiesa, già sancita dall’inizio del V secolo dal Concilio Ecumenico di Efeso, nel 431, con il noto canone 8 che riconosceva l’autonomia canonica della Chiesa di Cipro nella piena comunione con la Chiesa Universale.

Dati biografici dell’Eletto

Illustri Presenti, Alla Venerata persona di Sua Beatitudine si addice quanto il testo degli Atti indica a proposito di Paolo e Barnaba, che vengono messi a parte per una grande Missione (Atti 13,2). Infatti non si può non scorgere negli eventi della sua vita una scelta privilegiata dello Spirito che lo vuole Apostolo del Signore Gesù. Nato a Tala di Pafos, il 10 aprile 1941, dopo le scuole medie divenne novizio nel monastero di San Neofito, continuando a studiare presso il ginnasio di Pafos dove si è diplomato nel 1963. Nello stesso anno fu ordinato diacono dal Vescovo Giorgio. Servì quindi il suo monastero come Eforo e nel 1968 si iscrisse alla Facoltà di Teologia dell’Università di Atene ottenendone la laurea nel 1972. Il 19 ottobre dello stesso anno fu eletto Egumeno del Monastero di San Neofito e nel mese seguente, fu ordinato Presbitero e creato Archiamandrita dall’indimenticabile Arcivescovo Makarios III. Resse il suo monastero con sapiente paternità fino al 25 febbraio 1978 quando fu eletto per acclamazione Vescovo Metropolita di Pafos ricevendo il giorno seguente l’ordinazione episcopale a cui seguì l’immediata intronizzazione. Come Metropolita di Pafos e successore degli Apostoli rivelò subito una passione per il Vangelo lavorando duramente e con molto zelo per la diffusione della parola evangelica nella Metropoli e per la sua crescita spirituale, senza tralasciare un’amorosa sollecitudine per le necessità economiche e sociali del popolo di Dio a Lui affidato. Vicino ai poveri, ai profughi e agli anziani, ha lavorato particolarmente per i giovani per i quali ha fondato il Centro giovanile della Sacra Metroipoli di Pafos e l’Unione dei Giovani Cristiani, che mirano all’educazione e alla socializzazione della gioventù secondo i valori e i principi della fede e della tradizione cristiana. Al Pastore vigile e buono della santa Chiesa di Pafos, il Santo Sinodo, in seguito alla infermità che colpì il Beato Arcivescovo predecessore Crisostomo I, aggiunse il compito di guidare i fedeli della sede Arcivescovile fino a quando la Chiesa di Cipro non ritenne di provvedere alla sua sostituzione. Sua Beatitudine Crisostomo II fu chiamato alla successione. Il 12 novembre, mentre il grido gioioso dei fedeli lo acclamava “axios” e si riverberava nella basilica di San Giovanni, alla presenza del Patriarca Bartolomeo I, di altri Eminentissimi Metropoliti e Vescovi ortodossi e di una rappresentanza della Chiesa di Roma, Crisostomo II saliva al tronos aureo quale arcivescovo di Nuova Giustiniana e di tutta Cipro ed era insignito degli antichi privilegi di indossare la tunica purpurea, reggere lo scettro e firmare con l’inchiostro rosso imperiale. Lo splendore di questa divina liturgia non velava al Pastore i compiti e le responsabilità del suo alto ufficio. Lo rivelano le Parole del discorso di intronizzazione e l’azione costante del suo ministero che illustrano la dimensione apostolica, sociale e missionaria del suo episcopato.

 

Apostolo di Gesù Cristo

Grazie allo zelo di Sua Beatitudine Crisostomo II, la Chiesa ortodossa di Cipro è particolarmente impegnata nell’attività missionaria specie nel continente africano. Nel pieno rispetto della giurisdizione del Patriarcato ortodosso di Alessandria e di tutta l’Africa, la chiesa di Cipro è stata sempre vicina alle sue iniziative missionarie, fondando missioni in diversi paesi africani, costruendo chiese, scuole, seminari e sostenendo tante iniziative di promozione umana. A sottolineare tale vicinanza basti qui ricordare il fatto che il Patriarca di Alessandria Petros VII che ha retto la Chiesa Africana dal 1977 al 2004, quand’è prematuramente deceduto, era nato a Cipro. Oggi il Vangelo di Cristo è proclamato da ministri e fedeli ortodossi in Uganda, Kenya, Tanzania, Zimbabwe, Congo, Gana, Nigeria, Camerum e diversi Vescovi e sacerdoti provengono dalla santa Chiesa di Cipro, mentre il nobile clero e popolo cipriota ha sempre generosamente corrisposto all’appello del suo Arcivescovo e Primate a sostenere il Patriarcato di Alessandria nella sua attività missionaria. Merita di essere sottolineato in questo contesto il fatto che la Chiesa ortodossa di Cipro, impegnata nell’evangelizzazione dei popoli, continua ad ispirarsi al metodo missionario dei santi fratelli greci Cirillo e Metodio incentrato sulla primaria esigenza dell’annuncio, cioè l’inculturazione. Dall’opera dei fratelli di Salonicco si evince che la rivelazione si annuncia in modo adeguato e si fa pienamente comprensibile quando Cristo parla la lingua dei popoli, e questi possono leggere la Scrittura e cantare la divina liturgia nella lingua e con le espressioni proprie del loro genio culturale tanto da rinnovare i prodigi della Pentecoste. Anche dalla missione ortodossa in Africa emerge chiaramente che l’atmosfera mistagogica della liturgia ortodossa rende vivo, per i popoli africani, il mistero della Incarnazione del Verbo e della theosisdeificazione dell’uomo, influendo decisamente sulla profonda trasformazione del cuore umano e aprendo il cammino ad una vera conversione. È certamente degno della laurea in Missiologia il Venerato Pastore della Chiesa di Cipro che ha sostenuto e dato incremento ad una attività missionaria ortodossa capace di far scrivere all’attuale Metropolita della Nigeria Alessandro Gianniris che “la visione di un’Ortodossia nativa, non è solo legittima, ma impellente affinchè la Chiesa sia frutto … degli stessi campi africani … che incontri le diverse culture africane. Che le incontri, le conosca, le studi profondamente e, alla fine, le sposi. La Chiesa deve continuare ininterrottamente nel tempo, l’incarnazione. Deve assumere tutto e trasfigurarlo. Deve trasformare tutto a Chiesa e a Cristo: gli uomini, i popoli, le culture”. Il vibrante anelito racchiuso in queste parole si accorda alla tradizionale metodologia missionaria dell’Ortodossia che ha sempre assunto una posizione di rispetto verso le culture nelle quali il Vangelo si diffonde, ritenendo che ogni popolo è chiamato ad usare la sua identità per fare propria la Buona Novella. Pervasa dal significato cosmico dell’Incarnazione del Logos, la missione ortodossa mira alla epifania del Cristo presente nel cuore di tutti i popoli e che si rivela pienamente nella luce della Tradizione Cristiana. La Tradizione, infatti, non è altro che il Vangelo trasmesso attraverso la comunità credente alle generazioni successive mediante la memoria della storia della salvezza nell’epoca neotestamentaria e l’anticipazione del Regno di Dio nei segni vitali dei valori evangelici. Tradizione significa fedeltà e continuità: è dunque viva e si rinnova grazie agli elementi di fede e di vita della comunità ecclesiale di ogni epoca. Nella prospettiva ortodossa, la cultura è l’elemento primario che aiuta il Vangelo a penetrare nella vita e nella società. Rappresenta il Cosmo con le braccia aperte che sta ricevendo lo Spirito Santo (come nell’icona bizantina della Pentecoste). Tale dimensione pneumatologica della missione ortodossa si fonda sul modello della divina liturgia tanto da potersi considerare come una missione basata sulla Chiesa locale e sulla Sinaxis liturgica che diviene anche scopo e segno escatologico della missione stessa. La Chiesa di ogni popolo che glorifica Dio con la propria voce, aggiunge il suo contributo alla sinfonia celeste e all’inno dossologico comune. La liturgia celebrata in molte e diverse lingue si trasforma in anticipazione escatologica, ed è segno dell’aspirazione Ortodossa di tendere alla completezza futura di “ogni cosa” in Cristo. Con questo atto accademico oggi riconosciamo che l’apostolicità della Santa Chiesa di Cipro presente nella persona di Sua beatitudine Crisostomo II e il suo personale impegno nella proclamazione del Vangelo che Sua Beatitudine considera l’espressione più genuina della vocazione cristiana, come il sostegno che Sua Beatitudine da allo zelo di tanti missionari ciprioti corroborandoli con la profondità del senso della missione ortodossa, apporta al dinamismo missionario di tutte le Chiese un contributo fondamentale e altamente spirituale.

 

Ponte con l’Europa

A tutti gli Illustri presenti è nota l’augusta antichità della civiltà cipriota. Alcuni cilindri babilonesi ne testimoniano le relazioni commerciali con la Mesopotamia fin dalla metà del III millennio a.C. Il suo nome compare nelle iscrizioni del Faraone d’Egitto Tuthmosis III (1470) e un re di Cipro scrisse una lettera ad Amenophis IV (1385). Più tardi a Cipro immigrarono colonie fenicie e greche che fondarono Salamina e Pafo. I Greci le dettero il nome di Kipros, che appare già in Omero e i Fenici la chiamarono Kittim, nome adottato dalla Bibbia (gen.10,4; Num. 24,24 …). Le successive vicende storiche dell’isola felice per la sua fertilità e ricchezza, pur nella molteplice varietà degli eventi a volte dolorosi che le caratterizzarono, indicano tuttavia che dall’isola promana un’attrattiva profonda che induce i popoli ad incontrarsi in essa e a trovarvi vie di convivenza. Anche la missione cristiana, che portò la fede del Vangelo in Cipro, assunse un decisivo carattere dialogico e percorse le strade della diversità che la condussero oltre la mera inculturazione e contestualizzazione della fede fino ad adattarsi al mondo esistente. Il risultato fu che, fino a tempi recenti, la chiesa e la società si compenetrarono e permearono a vicenda. La chiesa svolse un ruolo di stabilizzazione e di emancipazione che assume oggi una valenza profetica e innesta l’esperienza della Chiesa di Cipro nel bisogno di unità che sentono i popoli dell’Europa e nel loro necessario cammino di accoglienza della molteplicità di lingue, religioni e tradizioni che non solo non impediscono questa unità, ma la arricchiscono di singolare bellezza. Erede ed espressione della storia particolare di Cipro, il Santo Primate Crisostomo II, sollecito propugnatore della giustizia e della verità, si è fatto ponte tra le diversità ed esempio di possibile comprensione ed integrazione tra le differenze. Difensore strenuo dei diritti umani e in modo particolare di quello alla libertà religiosa, nel suo discorso di intronizzazione quale arcivescovo di Nuova Giustiniana sosteneva che non è la voce del muezzim che disturba i cristiani, ma la mancanza di rispetto per i diritti degli altri che impedisce la via ad un dialogo sincero con tutti. Sua Beatitudine Crisostomo II ha percorso le strade d’Europa per rappresentare la Chiesa di Cipro in numerosi incontri di dialogo interortodosso ed ecumenico, in convegni interecclesiali e culturali. Ovunque la sua voce risuona ferma e pacificatrice e le sue parole trovano eco nei mezzi di comunicazione sociale e ascolto nelle persone di buona volontà. Ma è soprattutto trai i fedeli della sua santa Chiesa che trova risonanza la guida del Venerato Maestro. Sul suo esempio, il popolo cipriota, profondamente radicato nella tradizione orientale bizantina, è riuscito, malgrado le vicissitudini socio-politiche, a coesistere pacificamente con altri popoli e a volgere lo sguardo verso il futuro che l’Arcivescovo così indica: “… Oggi Cipro è membro dell’Unione Europea e tutti noi siamo dei testimoni del carattere multiculturale della nostra società. Siamo concordi che la nostra educazione oggi deve condurre alla responsabilità spirituale ed al cittadino mondiale. La nostra educazione, però, non può degradare l’identità della grande maggioranza del popolo cipriota che è greca. La coltura e lo sviluppo della propria identità non significano nazionalismo e neanche narcisismo nazionale. Significa, invece, coltivazione dei valori della tradizione, solida conoscenza della storia e, in genere, conoscenza di se stessi”. La stessa visione ha ispirato l’ attività missionaria della Chiesa di Cipro che ha saputo collaborare con le gerarchie cattoliche e con i missionari di altre denominazioni cristiane per una comune testimonianza di Cristo nella evangelizzazione delle genti. Sono questi gli atteggiamenti della mente e del cuore di cui ha bisogno l’umanità iniziata ormai alle sfide della globalizzazione e della post-modernità. E non possono essere che questi gli elementi fondanti la nuova unità dell’Europa.

 

Cantore della Comunione

Illustri Presenti, L’occasione che ci permette di conferire questa laurea honoris causa in Missiologia è la presenza di Sua Beatitudine Crisostomo II in Roma per lo storico incontro ufficiale del Primate della Chiesa di Cipro con il Papa Benedetto XVI. Non è la prima volta che il santo Arcivescovo visita la Sede Romana avendo Egli già partecipato ai funerali del Venerabile servo di Dio Giovanni Paolo II e partecipato alla celebrazione d’inizio del Ministero Petrino del Santo Padre. L’odierno evento palesa la passione per la koinonia che anima ed ispira Sua Beatitudine Crisostomo II. Formatosi nello spirito della vita monastica di cui la comunione è anima, seppe praticarla concretamente collaborando per molti anni con il Predecessore Sua Beatitudine Crisostomo I. Dalla Sede di Pafos la espresse e alimentò partecipando a molte intronizzazioni di Primati di altre Chiese, fino all’incontro con il Vescovo di Roma. La Sua Persona porta comunione perché la fede che da essa traspare rivela il volto dell’unico Costruttore e Signore dell’edificio della Santa Chiesa, di cui i fedeli sono le pietre vive che la costituiscono grazie alla coesione creata dalla comunione. E’ questo il vincolo che unisce tutti i fedeli in Cristo e crea il clima spirituale della carità e fraternità cristiana. La forza dell’unità e della comunione cantata già da Ignazio d’Antiochia e riproposta da innumerevoli testi dei Padri, ha il suo centro in Cristo Gesù e la sua fonte nell’ Eucaristia. Essa diventa il sacramento dell’unità che unisce i fedeli tra loro e con il proprio vescovo e, tramite il proprio vescovo, con tutti gli altri vescovi e con la cristianità intera in modo da rendere interamente visibile il corpo di Cristo. Ignazio d’Antiochia diceva: “Dov’è Gesù Cristo, ivi è la chiesa” (Smir. VIII), e Ireneo di Lione: “Dov’è lo Spirito d Dio, li è la Chiesa e ogni grazia” (Ad. He. III, 24,2). Sua Beatitudine Crisostomo II, non solo è per noi oggi dono di grazia nella Chiesa, ma nel suo coraggio di promuovere la comunione e l’unità noi scorgiamo una profonda azione missionaria perché l’unità stessa è stata posta dal Signore Gesù come condizione dell’efficacia della missione. L’unità è necessaria per garantire la verità del Vangelo che viene predicato poichè il Signore dice: “…siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv. 17, 21).

 

Conclusione

Beatitudine, l’auspicio che tutti i Presenti portano in cuore si trasforma in preghiera: Che Dio benedica, per intercessione della Beata Teotokos, la Santissima Chiesa apostolica di Cipro e il suo Popolo fedele e conservi Vostra Beatitudine e il Santo Sinodo nella vostra diakonia missionaria.


LECTIO MAGISTRALIS DI SUA BEATITUDINE L'ARCIVESCOVO DI NUOVA GIUSTINIANA E DI TUTTA CIPRO CHRYSOSTOMOS II

Città del Vaticano 14 giugno 2007

 

Mi sento particolarmente commosso di potermi rivolgere a Voi, da questa augusta tribuna della rinomata Pontificia Università Urbaniana, dopo il grande onore di aver appena ricevuto, il titolo di Dottore honoris causa dall'Università medesima. Vorrei esprimere la mia profonda gratitudine al Magnifico Rettore ed al Senato dell'Università per quest’onore che mi è stato conferito e che sento essere rivolto anche a tutta la Chiesa di Cipro, madre amata del popolo cristiano della nostra isola.

 

Con umiltà ho accettato quest'onore, quale rappresentante di questa istituzione bimillenaria, che fu servita egregiamente da personalità dotte e prestigiose, come ne fu il caso recente dell' Arcivescovo Makarios III. Quest’onore, è quindi rivolto più a loro, i miei illustri predecessori di beata memoria, che alla mia persona, meno degna di loro.

 

Come piccolo antidoron di questo grande pregio che mi è stato rivolto, vorrei tentare di comunicarvi l'esperienza ortodossa, nel quale ambito la Vostra Università ha sempre dimostrato spiccato interesse, con la presentazione in breve dell' argomento "La Divina Liturgia, come Strumento di Missione" .

 

Come ben noto, con "Divina Liturgia" viene definita la cerimonia sacra nella quale, per volontà espressa del Salvatore nostro Gesù Cristo, e in conformità con la tradizione apostolica, viene celebrato il sacramento dell'Eucaristia. In altri termini, si tratta della totalità delle invocazioni sacre e delle orazioni con le quali è offerta a Dio, dai Cristiani, l'adorazione in spirito e nella verità.

 

Il Nuovo Testamento ci insegna che l'Eucaristia è la maniera con la quale si manifesta la presenza di Cristo, ormai asceso al Suo Regno fra i Suoi discepoli e, al tempo presente, fra i fedeli. Matteo ha serbato per noi le parole stesse di Gesù:"Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vita fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel Regno del Padre mio"(Matt. 26,29). Naturalmente, il Cristo viene glorificato e riveste la Sua gloria che precede l'inizio dei Tempi, subito dopo la Sua Risurrezione, "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra" (Matt. 28,18). Ma i legami col Suo Corpo, la Chiesa, non vengono interrotti. Gesù Cristo continua ad accompagnare i Suoi discepoli, fino alla fine dei secoli. Egli stesso lo conferma: "Ecco, io sono con voi .tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Matt. 28,20). Allo stesso tempo, Egli presiede accanto al Padre nei Cieli! anticipandoli e precedendoli. Questa realtà invisibile diventa visibile con l'Eucaristia. Le parole di Cristo sono chiare, "quando lo berrò di nuovo con voi", e ci insegnano la comunione dei fedeli con Lui, nell'Eucaristia.

 

Allo stesso tempo, Paolo stabilisce che l'Eucaristia è "anàmnesis (memoria)" ed "annunzio" della morte di Cristo (Cor. I, Il, 24- 26). Memoria significa quello che è sempre presente, davanti a Dio o agli uomini.. Annunzio sarebbe la professione forte di atti e cose divine.

 

Con la Divina Liturgia, al centro della quale si trova l'Eucaristia, riportiamo alla nostra memoria tutti i doni di Dio all'Umanità, in particolare l'incarnazione del Suo Verbo, l'Ultima Cena, la Crocifissione, la Sepoltura, la Risurrezione e tutto quello che fu e sarà fatto per noi. Ed è nostra convinzione che il fatto stesso della celebrazione dell'Eucaristia come sacramento, che riassume tutta la Storia, dagli inizi alla fine dei tempi e che connette la Storia non solo con gli atti degli uomini, ma anche con l'intervento salvifico di Dio, costituisce la grande verità, che, a dispetto di ogni previsione contraria, rende inevitabile la vittoria della Chiesa ed il Suo trionfo, cosicché "le Porte degli Inferi non prevarranno su di Essa" (conf. Matt. 16,18).

 

L'Eucaristia è considerata ed invero è la fonte ed il centro della vita spirituale in Cristo, la rivelazione della Chiesa come Corpo di Cristo e come comunione dello Spirito Santo. La congregazione dei fedeli, per la celebrazione della Divina Liturgia, non verrebbe così interpretata in quanto rituale liturgico, ma soprattutto come attesa e pregustazione del nuovo mondo del Regno di Dio.

 

Per gli Ortodossi, quindi, la Divina Liturgia costituisce la grande e vivente immagine del Mistero della Salvezza; del fatto stesso della Salvezza, ma anche del percorso storico della Salvezza. I fedeli vivono e partecipano ognuno nella misura della propria intuizione catartica e divinizzante e della propria capacità partecipatoria, al Regno del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. In questa certezza e plenitudine sacramentale, i fedeli indirizzano con la preghiera le loro richieste per cose materiali e spirituali: la pace del mondo intero, la stabilità delle Chiese locali, la fertilità delle terre, la ricapitolazione e la salvezza di tutti in Cristo. La Divina Liturgia, in quanto congregazione dei fedeli sottolinea, in modo pratico, che la salvezza e la divinizzazione degli uomini, non può essere compiuta come gesto individuale, ma come sforzo comune di fratelli che lottano insieme. Fratelli “attenti all'insegnamento... ed alla comunione ed allo spezzamento del pane ed alle preghiere (Pr. 2,42). Invero, a nessun sacerdote, nemmeno al Patriarca Ecumenico stesso, è concesso celebrare la Divina Liturgia da solo, senza la presenza di almeno un fedele.

 

La caratteristica fondamentale della Divina Liturgia per gli Ortodossi è che Essa non è “seguita" ma “vissuta" dai fedeli. Il fedele non si limita a “guardare" oppure “ascoltare", ma è tenuto ad “essere presente" e “partecipare" alla Cena; ad Essa ogni membro della congregazione partecipa in prima persona e tutti “vi accorrono" al nome di Cristo. Nel mistero di questo raduno, i fedeli diventano “membri dalla parte" (Cor. I 12,27) del corpo di Cristo e incontrano i propri fratelli. I fedeli non sono spettatori, ma atleti. Sono i “commensali beati" alla tavola del regno di Dio.

 

La missione della Chiesa però verrebbe meno e non sarebbe conforme al comandamento basilare del suo Capo, del nostro Signore Gesù Cristo, se il suo interessamento si limitasse alle comunità Cristiane esistenti e se, celebrando la Divina Liturgia, prendesse cura della salvezza e della santificazione soltanto di esse. La Chiesa è perennemente in espansione, in quanto “cattolica" e mira ad incorporare tutti. Suo scopo è di mettere in atto il comandamento di Cristo ai suoi discepoli “andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato" (Matt.28, 19-20). D'altronde, come le sarebbe possibile applicare il comandamento del Vangelo "chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha" (Luc. 3,11), se limitasse la sua carità alla donazione di beni materiali, e si dimostrasse avara nella donazione della vera fede ed il modo di vita cristiano, che sono superiori ai beni materiali?

 

L'azione missionaria, cioè l'azione predicativa e tutte le attività relative della Chiesa al riguardo di chi ne è fuori, costituisce una delle sue caratteristiche "congenite". In Oriente, l'azione missionaria non ha mai cessato dopo l'opera degli Apostoli. A titolo indicativo, vorrei sottolineare l'attività di San Giovanni Crisostomo verso la Persia, anche dal luogo del suo esilio, o quella di San Fotio, verso i paesi Slavi, nel IX secolo, tramite l'opera dei Santi Cirillo e Metodio. Oggigiorno, l'attività missionaria del Patriarcato Ecumenico è indirizzata principalmente ai Paesi dell' Asia, quella del Patriarcato di Alessandria verso l'Africa mentre altre Chiese, fra cui la Chiesa di Cipro, prestano man forte con donazioni materiali e con l'invio di personale adatto.

 

Metodi e mezzi adatti all' azione missionaria di sicuro ce ne sono tanti. Mi limito però a presentare la celebrazione della Divina Liturgia sotto questo aspetto particolare.

 

La relazione fra Divina Liturgia e Missione non è superficiale né casuale. Se è vero che lo scopo dell' azione missionaria è di fondare nuove comunità eucaristiche, allora la Divina Liturgia deve essere allo stesso tempo meta e causa. La partecipazione attiva dei fedeli alla Divina Liturgia conferisce loro i doni della Grazia e dello Spirito. Lo scopo principale della Missione è di assicurare questa partecipazione attiva alla Divina Liturgia. E d'altro canto, sono questi doni dello Spirito a convalidare l'azione missionaria.

 

La congregazione liturgica che ricostituisce la vita e l'opera di Gesù Cristo non è che l'espressione, nel tempo e nello spazio, di Egli stesso e del suo operato salvifico. Chi dunque, partecipa ad essa, sta invero compiendo il comandamento di Cristo, "andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni.. .insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato". In altre parole, l'atto liturgico diventa esso stesso portatore dell' azione missionaria.

 

Mi chinerò, per primo, sui riferimenti del testo proprio della Divina Liturgia, sul significato più profondamente simbolico della sua celebrazione e che si riferisce all' azione missionaria.

 

Successivamente mi soffermerò sull' attrazione che i testi, i ministranti, i luoghi ed i tempi della celebrazione della Divina Liturgia tendono ad esercitare sui non Cristiani.

 

In merito alla parte iniziale della mia dissertazione, direi che, il ruolo della Divina Liturgia è quello dell' Apostolo Filippo II, il quale annunzia e proclama a tutti dall' alto della sua voce" Abbiamo trovato il Messia". Questa sua dichiarazione, viene accompagnata da un invito che è indirizzato a tutti coloro lontani dalla Chiesa, a coloro che non credono ancora a coloro che sono diffidenti o che vacillano di fronte alla vita, alla verità, alla speranza che essa porta all'intero Universo, "Provate e vedete" e ad ognuno separatamente "vieni e vedi" (Gio. l, 47).

 

Le nostre due più note Liturgie, quelle di San Giovanni Crisostomo e di San Basilio il Grande, sono divise in due parti distinte: la Liturgia dei Catecumeni e la Liturgia dei Fedeli. La Liturgia dei Catecumeni che comprende orazioni speciali e preghiere in loro favore, può essere seguita anche dai non battezzati. In essa viene chiaramente espressa la cura e la preoccupazione della Chiesa per l'azione missionaria. L'orazione "che il Signore... li istruisca con la Parola della verità, riveli loro il Vangelo della giustizia, unisca loro alla Sua Chiesa apostolica e cattolica" esprime attraverso la Divina Liturgia, "ut unum sint" la cura ansiosa ed il desiderio affinché "tutti siano salvati e vengano all'intendimento della verità".

 

La Divina Liturgia dei Presantificati, celebrata dalla Chiesa Ortodossa ogni Mercoledì e Venerdì, è particolarmente ricca di frasi, di orazioni e preghiere di grande valore missionario. Come ben noto, nella Chiesa del primo millennio, veniva intensificata la preparazione dei Catecumeni durante il periodo della Quaresima, affinché fosse possibile battezzarli nella notte del Sabato Santo. Ancora oggi la Chiesa prega durante la Liturgia dei Presantificati per loro e per l'azione missionaria tutta.

 

Le Antifone, la parte della Divina Liturgia che segue l'annunzio "Benedetto sia il Regno..." e la Grande Synaptè, un tempo composti da interi salmi del Vecchio Testamento, e che oggi contengono pochi versi salmici ed un inno di conclusione (efimnio), simboleggiano l'era precristiana e l'attesa ansiosa dei Profeti per la venuta di Cristo. Tale simbolismo è oggi, oserei dire, particolarmente adatto alla situazione del mondo "non cristiano" che cerca disperatamente la verità di Cristo; questo è un tratto missionario della Divina Liturgia.

 

Nella seconda parte della mia presentazione, desidero esaminare più approfonditamente la relazione fra Divina Liturgia e opera missionaria.

 

La Divina Liturgia costituisce un'istruzione pratica della dottrina e dell'insegnamento di Gesù Cristo; essa costituisce allo stesso tempo l'opera e la meta della Missione. La Liturgia ortodossa è il vissuto mistico e l'espressione della convinzione profonda "che il Cristo è e sarà sempre fra noi" . E' il concretizzarsi della Sua presenza, il compimento della Sua promessa, "Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Matt. 18,20). L'insegnamento sulla persona di Cristo, sulla Santissima Trinità, sulla fine dei tempi, sono espressi nella Divina Liturgia che incoraggia l'uomo ad arrivare all'unità della fede e della preghiera.

 

La Divina Liturgia ci insegna ad allargare i nostri orizzonti e la nostra visione, a parlare la lingua dell' amore e a coesistere con gli altri nell' amore, nonostante le differenze o i contrasti. Il motto di Paolo ai Galati, che "Non c'è più Giudeo né Greco; non c'è più schiavo né libero: non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù" (GaI. 3,28), ma che "tutti siamo uno in Cristo", costituisce la forza motrice dell' azione missionaria e trova piena realizzazione nella Divina Liturgia. In essa, "Parti e Medi ed Elamiti" (Pr. 2,9), ma ancora Africani e Asiatici, bianchi e nativi delle Americhe, Etiopici e Indiani, tutti inneggiano a Dio e sono partecipi allo stesso calice della vita, unendosi nel corpo e nel sangue con Cristo e fra loro.

 

L'abbraccio della pace (caduto ai giorni nostri in disuso e praticato soltanto fra sacerdoti), vuole essere nella Divina Liturgia un percorso che conduce dall'inimicizia al perdono e alla riconciliazione.

 

Nella Chiesa Ortodossa ognuno adora Dio nella propria lingua. Questo costituisce una peculiarità che, l'ha contraddistinta per parecchi secoli dalle altre Chiese e, allo stesso tempo, ha enormemente facilitato il Suo lavoro missionario. Infatti là dove non esisteva la lingua scritta, la Chiesa Ortodossa ha escogitato un alfabeto apposito; l'ha donato ai popoli traducendo nelle lingue locali i propri libri liturgici. La Chiesa Ortodossa è stata sempre convinta che Dio non abbia bisogno di essere adorato in una lingua specifica. "L'orecchio volenteroso ascolta tutto", dice Salomone (Sap. 1, lO). La Chiesa Ortodossa non ha mai voluto fare uno, delle tante nazioni degli uomini, benché "Dio fece tutti di un solo sangue" (Pr. 17, 26), bensì si pregia di una tradizione ininterrotta nel rispetto delle particolarità nazionali.

 

Un tratto basilare, della Divina Liturgia e della Missione, è la glorificazione di Dio. Tramite l'opera missionaria viene attuato il motto profetico, per cui tutti i popoli inneggeranno a Dio; ciascun popolo ha però il diritto di adorare Dio nella propria lingua. Ogni Chiesa locale diventa dunque una voce nella polifonia dello Spirito.

 

Lo spirito dell' Ortodossia, che impregna lo sforzo missionario della Chiesa Ortodossa, ha lasciato la propria traccia anche sui dettagli della Divina Liturgia. Sin dai tempi del grande Patriarca Fotio, la Chiesa benedice le differenze e le particolarità storiche e locali, nella materia, la forma, il colore e la tecnica delle immagini sacre, della Croce, dei vasi sacri e degli oggetti liturgici, nella convinzione che la diversità nella rappresentazione del Signore, non sovverte la fede comune che "Cristo è venuto al mondo nella carne" . A dispetto delle qualsiasi variazioni liturgiche, in funzione del momento storico o del luogo, "il pane comune si trasforma in corpo di Cristo e il vino comune serve da riscatto di sangue per la nostra salvezza" .

 

Questo risulta essere molto utile allo sforzo missionario, che in Africa Cristo possa essere rappresentato sotto tratti Bantu, in Cina nel modo cinese ed in Giappone in quello nipponico. Lo stesso dicasi per la rappresentazione della Vergine e dei Santi, che formano la "Chiesa dei primogeniti, i registrati nel Cielo" .

 

Un' attenzione particolare dovrebbe essere rivolta alla melodia che "riveste" la parola nella celebrazione ortodossa. San Gregorio di Nissa dice che la melodia mira a formare e rivelare "lo spirito nelle parole" (PG44, 444D). La stupenda melodia bizantina, con le sue otto scale, porta all' estasi i fedeli e seduce anche chi si trova lontano dalla Chiesa. Si racconta come la stessa melodia ed il fasto della Divina Liturgia nella Cattedrale della Sapienza Divina di Costantinopoli, sedusse gli inviati del sovrano della Russia e condusse alla conversione della nazione russa all'Ortodossia, nel X secolo. Ancora, oggi, i missionari ortodossi spesso riferiscono che la Liturgia ortodossa, con la sua melodia, i paramenti sacri dei suoi ministri e perfino l'architettura delle sue chiese, arriva ad esercitare una forte impressione sui popoli che predicano Gesù Cristo.

 

L'iconografia della chiesa ortodossa, con Gesù Cristo raffigurato nella cupola da Pantokrator, la Madonna nell' abside, raffigurata da Platytera, che unisce il cielo alla Terra, i Santi all'altezza più o meno della congregazione, esprime la ricerca eterna dell' anima umana. Le nazioni "che non hanno conosciuto Cristo" cercano cosa possa riempire il loro vuoto interno e che darà loro risposte ai grandi quesiti avvicinando Dio. Un Dio che sia irraggiungibile nella sua maestà le lascia indifferenti. Il tempio cristiano e "ciò che viene celebrato in esso", sono la risposta alla loro ricerca.

 

Sia i nostri fratelli che non hanno conosciuto il battistero, che quelli travolti "dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri della vita e che non giungono a maturazione" (Luc. 8,14) i quali si sono resi immemori della loro identità cristiana, e che sono travagliati dall' angoscia e dall' ansia per un domani incerto, che anelano "l'acqua della vita" e "l'elisir della gioventù" dei miti, possono vivere nella Divina Liturgia "il creato nuovo" e sentire nel profondo del loro essere il motto del Salmista "la tua giovinezza sarà rinnovata come l'aquila" (Sal. 102,5). Verso questo mondo, spogliato dal senso della sacralità e spinto all' agnosticismo laico, la Chiesa lancia il Suo messaggio: l'Uomo deve vivere col Sacro ed il Divino. Questo può essere raggiunto tramite la Divina Liturgia: una prassi mistica allo stesso tempo umana e sovrannaturale. Un atto nel quale l'elemento mistico prevale senza però negare l'aspetto umano. Un atto che coinvolge il senso dell' eternità, il sorpasso della morte e l'esperienza personale della Risurrezione. E' proprio l' avvenimento della morte e della Risurrezione che viene drammatizzato in ogni Divina Liturgia; i fedeli, partecipi alla morte di Cristo, si ritrovano in tal modo partecipi anche alla Sua Risurrezione. Ed è questo il fatto ed il messaggio che la Chiesa offre a chi le sta lontano, a chi respinge l'idea della morte ed allo stesso tempo respinge anche la certezza della Risurrezione in Cristo, il cui cammino è sbarrato dai vari ostacoli che oscurano il corso della sua vita.

 

Desidero concludere, e temo di aver abusato del vostro tempo, con una osservazione: è invero, anche se attualmente, permane una dissacrazione e secolarizzazione della vita soprattutto nelle società occidentali, che si assista ad un ingente aumento di giovani alla partecipazione alla Divina Liturgia ortodossa. Questo rivela che la spiritualità ortodossa, che ancora conserva il rapporto diretto nella relazione tra il fedele e la grazia di Dio, contiene una Verità che il fedele sente ed interiorizza, come gioia e sollievo, come riposo e sicurezza. Questo è il messaggio che la Chiesa Ortodossa invia al Mondo, tramite la Divina Liturgia e la Missione.

 

Permettetemi di ringraziarVi del grande onore che mi è stato rivolto e prego il Signore che guidi i Vostri passi "verso ogni opera buona" e che questa sacra Istituzione spirituale si rafforzi e raggiunga nuove vette di fama.

 

 

 
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