Inaugurazione
dell'Anno Accademico 2006-2007
MISSA DE SPIRITU
SANCTO
Omelia di Sua Eminenza il Gran Cancelliere,
Cardinale Ivan Dias
1
Corinzi 13; Gv 13,1-17
Cari fratelli, sono davvero lieto di
celebrare con voi per la prima volta come Gran
Cancelliere dell’Università Urbaniana questa
solenne liturgia eucaristica, per invocare lo
Spirito Santo all’inizio del nuovo anno
accademico. Sento nella vostra presenza vibrare
la Chiesa universale che con le sue diverse
lingue si rivolge nella lode e nel rendimento di
grazie al Padre per mezzo di Gesù Cristo. Sento
la gioia di essere parte della famiglia
urbaniana, che nella più grande famiglia di
Propaganda Fide allarga le sue braccia sul mondo
intero perché l’annuncio di Cristo morto e
risorto giunga fino agli estremi confini della
terra. Qui in mezzo a voi, docenti e studenti,
passa questo spirito universale, che fa di noi
un’unica famiglia nella Chiesa di Cristo,
fondata sulla predicazione apostolica e sulla
roccia di Pietro, che tutti unisce.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato, questo
passo bellissimo di Giovanni, ci indica con
estrema chiarezza il cuore del mistero di amore
di Gesù Cristo e dell’intera vita cristiana.
Egli, il Figlio di Dio, “sapendo che era giunta
la sua ora di passare da questo mondo al Padre,
dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li
amò sino alla fine.” Un amore strano,
sorprendente quello del Signore, un amore fino
alla fine, cioè estremo. Lo stupore e il rifiuto
di Pietro che non si vuole lasciar lavare i
piedi ci spiega questa straordinarietà in
maniera trasparente.
Di fronte alla forza del male e della morte,
che non risparmia neppure il Figlio di Dio, Gesù
vuole indicarci che l’unica vittoria sul male e
sulla morte è l’amore. Anche in quest’ora Gesù
non si è piegato a vivere per sé, non è fuggito
davanti al male, non ha accettato la legittima
difesa dei suoi compagni, non si è difeso. Ma
come è possibile?, noi ci chiediamo. Ci stupisce
quanto egli si appresta a compiere. E come non
potrebbe stupire uomini e donne spesso misurati,
calcolatori nell’amore? La generosità non è
sempre la caratteristica della vita di ogni
giorno. Ci si risparmia per paura di perdere la
prosperità e il benessere. Sembra che amare fino
all’estremo privi di qualcosa di essenziale. Si
ha timore di distaccarsi da se stessi, di
rinunciare a qualcosa di proprio, fossero le
cose, il tempo, le abitudini, i sentimenti e i
pensieri, le convinzioni. Gesù si avvicina alla
nostra paura di perderci e di dare. Come Pietro
rispondiamo difesi, con arroganza e profonda
incomprensione: “Signore, tu lavi i piedi a me?”
Non vuole essere aiutato a vivere e a capire.
Quell’amore così semplice ed estremo lo mette in
discussione. La reazione di Pietro infatti non
esprime rispetto. Essa manifesta al contrario la
paura di un uomo abituato a cercare un’altra
grandezza rispetto a quella di chi si abbassa
fino ai piedi di un altro. Nella vita di oggi si
cerca spesso un’altra grandezza, fosse quella
del ruolo, del possesso, del potere sugli altri,
dell’importanza, dei riconoscimenti. L’apostolo
non capisce che proprio in quell’abbassamento si
nasconde una forza di amore, che sarà vittoriosa
nell’ora delle tenebre. Avrebbe preferito che
Gesù mostrasse la sua forza in ben altro modo,
magari con la spada, come fece egli stesso al
Getzemani, dove andò armato di spada con la
quale colpì il servo del sommo sacerdote. E
l’evangelista Giovanni è l’unico che nomina
esplicitamente Pietro in questo episodio, quasi
per mostrare ciò che l’apostolo si aspettava dal
Maestro nell’ora della sofferenza.
Quello di Gesù sembra un amore senza forza,
impotente. Sì, vivere quell’amore non è facile,
non è immediato, non è un sentimento. Lo ha
spiegato così bene il Santo Padre nella sua
enciclica Deus caritas est. È la scelta
di un uomo, figlio di Dio, che non ha voluto
salvare se stesso e ha dato la sua vita vivendo
per gli altri. Questo è stato il senso della sua
vita e della sua morte, seme di resurrezione. In
un tempo in cui si fa fatica a guardare al male
e al dolore, Gesù sofferente, povero, si china
su di noi per purificarci dall’arroganza
dell’amore per noi stessi. Saremo mondi, cioè
puri, uomini e donne liberi, se ci lasceremo
lavare i piedi da quel povero e dal quel
sofferente. Oggi in Gesù povero vediamo i tanti
poveri del mondo, i disprezzati, i miseri, i
condannati; vediamo anche i poveri che
incontriamo, quelli dei paesi da cui veniamo.
Quante volte siamo stati avari con loro, ci
siamo impauriti e siamo fuggiti davanti al loro
dolore, non ci siamo abbassati per sollevarli
dalla loro sofferenza e aiutarli nel bisogno,
per consolarli nel dolore, o abbiamo pensato di
essere noi i poveri. I piedi dei discepoli erano
certamente sporchi. Anche i piedi dei poveri e
il loro corpo sono talvolta sporchi, quando
vivono per la strada o nessuno si prende cura di
loro. Il Signore ci insegna a fermarci, a
chinarci, a lavarli, a profumarli, come fece la
donna a Betania con il corpo di Gesù. Infatti è
Gesù il povero che ci fa ricchi. Di lui ci
dobbiamo prendere cura, lui dobbiamo seguire e
ascoltare. Ma il paradosso è proprio questo: è
lui che si prende cura di noi, ci purifica e ci
guarisce e ci insegna e servire. Il servizio è
una grande libertà per amare.
Come vivere questo amore? Siamo deboli,
impauriti, basta poco perché ci chiudiamo in noi
stessi, evitiamo il dolore degli altri,
diventiamo talvolta duri e litigiosi, senza
compassione, pronti a intraprendere non una
lotta contro le potenze del male, ma contro gli
altri, preferiamo essere serviti invece di
servire. Gesù rispose a Pietro: “Quello che io
faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai
dopo”. Chi non ascolta, non comprende. Forse
talvolta anche chi come noi è chiamato a seguire
Gesù in modo particolare, rischia di non
ascoltare Dio che parla, perché si innalza, si
crede maestro, e smette di essere discepolo.
Solo nell’obbedienza e nell’ascolto della voce
di Dio, da cui nasce la fede, si inizia a
capire. Non abbiamo altra beatitudine, altra
felicità che questa. Il Signore lo spiega bene
dopo la lavanda: “Vi ho dato infatti l’esempio,
perché come ho fatto io, facciate anche voi. In
verità, in verità vi dico: un servo non è più
grande del suo padrone, né un apostolo è più
grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste
cose, sarete beati, se le metterete in pratica.”
La nostra grandezza è essere come lui e con lui.
Questa è anche la nostra felicità: una vita
vissuta nell’amore, come l’apostolo ci ha
spiegato in quel bellissimo inno alla carità.
Non seguiamo le facili illusioni di un mondo che
continua a dirci “salva te stesso”. Mettiamo in
pratica questo vangelo di amore, di benevolenza,
di compassione, per continuare la nostra lotta
contro le potenze del male facendo il bene,
perché dalla nostra vita, qui all’Università e
ovunque siamo e saremo, possano sgorgare energie
di amore e di bene per noi e per il mondo
intero. Che nessuno di noi insegua la gloria
effimera di questo mondo, ma nell’abbassamento,
che non è quell’umilismo o quel servilismo
facili da praticare, possiamo indicare a tutti
il segreto della vita cristiana, che non basta
studiare sui libri o nelle aule di scuola, ma
che bisogna vivere alla scuola dell’unico
maestro, il Signore Gesù Cristo. E la Vergine
Maria, madre di Dio e prima discepola, ci aiuti
a vivere nell’ascolto e nel servizio! Amen