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Le tre cose essenziali
intervista al Card..Ivan Dias, arcivescovo di Bombay
di Giovanni Cubeddu

Custodiscono
la serenità di Ivan Dias, cardinale ed arcivescovo di Bombay, due
cose, che attraversano le sue parole e traspaiono dalla sua persona:
l’amore all’essenziale, cioè al Signore, e la libertà (che non è
disinteresse) rispetto alle cose del mondo, che si manifesta nella
sua sincera, compassionevole attitudine al dialogo. Nella sua ultima
lettera pastorale, dell’aprile scorso, scrive: «Comunione significa
unità nella diversità, un segno della presenza e dell’opera dello
Spirito Santo di Dio».
Da parte
sua il pastore di Bombay affida se stesso e il suo popolo a Gesù
eucaristico e alla Madonna, raccomanda quando è opportuno di cantare
canti gregoriani, come la Missa de Angelis e la Salve
Regina, perché «è la bellezza che invita alla preghiera».
IVAN DIAS: Per me il Concistoro è stata la prima occasione di
incontrare un gran numero di cardinali tutti insieme, anche qualcuno
molto anziano. È stata un’esperienza di fratellanza e di ricerca,
assieme al Santo Padre, d’una comune visione sulla Chiesa del terzo
millennio. La lettera del Papa Novo millennio ineunte è stata
la base dei nostri scambi di vedute, e tutti ci siamo ritrovati
d’accordo sulle linee indicateci dal Papa: la chiamata universale
alla santità (che il mondo di oggi, specialmente quello
giovanile, tende sempre più a dimenticare), e una spiritualità di
comunione che dovrebbe spingerci ad uscire dal nostro “cenacolo”
a testimoniare la nostra fede nelle famiglie, in parrocchia, nella
diocesi, nel dialogo ecumenico ed interreligioso, nella società e
nei rapporti con la natura. Questo significa essere sale della terra
e luce del mondo, così ce l’ha insegnato Gesù e perciò ci ha dato lo
Spirito Santo.
Il cardinale Danneels ha detto recentemente: «I
sacramenti rischiano di non essere più il punto di gravità della
vita pastorale cattolica, sospinti alla periferia dell’apparato
ecclesiale».
DIAS: Ha ragione il
cardinale Danneels, anche se non dobbiamo generalizzare. In alcuni
luoghi è stata forse sminuita la presentazione della liturgia come
cosa sacra. Può darsi che qualche sacerdote “fa le cose sacre” senza
mostrare quel senso di meraviglia e di ammirazione che si addice a
chi è al cospetto di Dio, come Mosé davanti al roveto ardente.
Alcuni fedeli partecipano alla messa e cantano gli inni con impegno,
ma come se non fossero consci del grande mistero che si celebra
attorno alla presenza reale di Gesù eucaristico.
Se il
sacro non traspare nella celebrazione dei sacramenti, la liturgia
viene ridotta a riti: belli, cantati, celebrati magari con solennità
e dignità, ma sempre riti. Alla fine anche i fedeli si accorgono che
il prete sta recitando formule, ma non sentono che egli è mediatore
tra Dio e gli uomini. Vi è chi dice che l’aver assolutizzato l’uso
liturgico delle lingue moderne abbia contribuito alquanto a ridurre
il senso del sacro nella messa. Tale opinione si può discutere.
Molto comunque dipende dal contegno del sacerdote e dalla
preparazione dei fedeli.
Il tema
della collegialità, di cui si è parlato al Concistoro di maggio,
come appare alla lontana India?
DIAS: L’idea fondamentale della collegialità è chiara ed
accettata da tutti: questa è la Chiesa che ci ha lasciato Gesù.
Nell’ultima cena Egli ha costituito il primo collegio dei vescovi
negli apostoli, con Pietro a capo di questa collegialità. I vescovi
sono successori degli apostoli in quel collegio e devono pertanto
operare cum et sub il successore di Pietro, il papa. Il
Concilio Vaticano II ha messo più in risalto tale senso di
collegialità dei vescovi. Talvolta ci può essere qualche problema
nel modo di attuare la collegialità. La Chiesa è una famiglia dove
ogni membro ha un suo ruolo specifico e dove l’unità deve spiccare
nella diversità. È naturale che vi siano dei problemi interpersonali
in una famiglia. In India siamo 153 vescovi tra diocesani, ausiliari
ed emeriti: vi sono ben quattro conferenze episcopali, una per
ciascuno dei tre riti cattolici presenti nel Paese, più una
“assemblea” che le raggruppa tutte e tre. È possibile che non tutti
i vescovi vedano le cose allo stesso modo, e ciononostante
manteniamo l’unione tra noi sull’essenziale, compresa la comunione
con Roma: ciò fa parte della nostra identità cattolica. Tra i
vescovi c’è un ottimo spirito di fratellanza ed è bello ascoltare i
pareri diversi dei confratelli. La nostra prima urgenza è il
servizio pastorale del nostro popolo composto da una varietà di
culture, lingue ed etnie. Personalmente, non ho trovato nessuna
difficoltà per quanto riguardava la collegialità né in India né nei
vari Paesi dove ho avuto l’onore di essere nunzio apostolico. Dunque
la collegialità per noi non è un problema. In India la distanza con
la Chiesa di Roma non la prendono i vescovi, ma forse altri…
Chi?
DIAS: I teologi. Non tutti,
ma quelli simpatizzanti con una certa interpretazione della
cosiddetta “teologia contestuale”, che peraltro non è neanche
un’idea originale indiana. Essi basano le loro tesi o teorie non
sulla Rivelazione divina né sul magistero ecclesiale, ma sul
contesto storico e sociale locale, dando così il via al relativismo
teologico. Per questi teologi, ad esempio, Gesù non è l’unico
salvatore né la via, verità e vita per tutti gli uomini; Egli è
considerato invece alla pari con i fondatori di altre religioni,
come Maometto, Buddha… Affermano inoltre che i dogmi cattolici vanno
valutati alla luce del contesto culturale indiano, quindi
relativizzati, come succedeva anni fa sul piano della morale con
“l’etica della situazione”. In quest’ottica non avrebbe più urgenza
il mandato di “missione” datoci da Gesù, perché i non cristiani
possono salvarsi con i propri mezzi. A costoro ha risposto la
Dominus Iesus, ma già prima aveva risposto la sana indolenza del
nostro popolo cristiano, cui quelle disquisizioni dottrinali dei
teologi non dicono proprio nulla. La preoccupazione dei vescovi
indiani è piuttosto per i professori dei seminari, poiché a quel
livello certe tesi possono nuocere alla sana formazione teologica
dei futuri sacerdoti.
Del resto, non solo l’India deve avvedersi dei pericoli di
tali teologie moderne.
Che cosa è stato importante nella sua
vocazione e tuttora nella sua fede?
DIAS: Per me, è stata la
Madonna che mi ha attirato e afferrato… c’è la sua immagine anche
sul mio anello episcopale. Inoltre, c’è stata la vita cristiana
vissuta con impegno nella mia famiglia: i miei genitori mi hanno
dato l’esempio da cui io sto ancora traendo benefici per la mia vita
e la mia fede. Loro mi hanno fatto conoscere Maria come madre e
maestra: essa era al centro della nostra famiglia ed era venerata
con la recita in comune del santo Rosario ogni sera. Come accadeva
in tante famiglie indiane, ogni giorno andavamo a messa con la
mamma. Ciò da noi non fa notizia, perché è normale che una famiglia
quotidianamente si avvicini all’eucarestia. Anche oggi le nostre
messe feriali nelle parrocchie sono molto frequentate.
Cosa direbbe innanzitutto, a chi non la conosce,
della Chiesa in India?
DIAS: La Chiesa in India è
variopinta, data la diversità di culture e di etnie che la
distinguono. Per cui sarebbe difficile dare un’accurata descrizione
di essa nella sua totalità. Posso parlare invece dell’arcidiocesi di
Bombay che conosco più da vicino. La Chiesa lì è molto dinamica e
centrata sui sacramenti e sulla Madonna. Ci sono molte associazioni
cattoliche, movimenti e comunità ecclesiali. Il laicato è sempre più
impegnato nelle opere sociali ed umanitarie ed è incoraggiato ad
esercitare ministeri permanenti nella Chiesa. Come dicevo poco
innanzi, anche le messe feriali sono molto frequentate. Molti fedeli
si accostano al sacramento della penitenza regolarmente, mentre per
le feste di Natale e Pasqua le file sono interminabili. Vi sono
molti ministri straordinari che portano la santa comunione ai malati
nelle proprie case, assistono i sacerdoti il mercoledì delle ceneri
o per dare la benedizione della gola in febbraio per san Biagio: in
qualche parrocchia si tratta di circa quindicimila persone! La
cattedrale di Bombay si trova nella zona degli uffici e ogni giorno
alle ore tredici e quindici c’è una messa affollatissima. La gente
che lavora negli uffici intorno approfitta dell’ora di pausa per il
pranzo, dall’una alle due, per andare in chiesa per la santa messa e
poi fa uno spuntino prima di ritornare al lavoro. E l’afflusso alla
santa messa è così grande per il primo venerdì di ogni mese che
qualche ufficio o albergo, i cui capi non sono cristiani, offre i
propri locali al sacerdote per celebrare la messa per i suoi
dipendenti cattolici… In tre quarti delle 115 parrocchie di Bombay
vi sono cappelle d’adorazione al Santissimo aperte dalla mattina
alla sera e visitate da molte persone durante tutta la giornata. In
parecchie chiese ci sono veglie notturne di preghiera ogni mese. Una
volta all’anno c’è una processione penitenziale: migliaia di fedeli
camminano tutta la notte a piedi per quindici chilometri per
giungere al santuario della Madonna sul Monte a Bandra. Il popolo
cattolico ha davvero una fede viva e contagiosa.
Per quanto riguarda
la Chiesa cattolica nell’India tutta intera, vi sono oggi 23mila
sacerdoti diocesani e religiosi e 80mila suore e fratelli religiosi.
Le vocazioni abbondano: i seminaristi maggiori sono circa settemila.
Oggi molti preti e religiose svolgono l’opera pastorale in Africa,
nelle Americhe e in Europa. Certo, non siamo esenti dalla
secolarizzazione che invade un po’ dappertutto: ce ne stiamo
accorgendo sempre più e questo preoccupa non poco i vescovi del
Paese.
A Bombay vi sono delle case
di Madre Teresa…
DIAS: Ci sono sei
case, quattro femminili e due maschili, che accolgono i lebbrosi, i
senzatetto e i moribondi di una città che conta dodici milioni di
persone, diciotto se consideriamo la diocesi tutta intera. Guardando
le opere delle suorine e dei figli spirituali di Madre Teresa si
rivive la presenza e la testimonianza di carità di quella religiosa
che è stata un faro per tutti, cristiani, indù, musulmani, tutti… e
tutti insieme gioiremo quando lei sarà portata alla gloria degli
altari. L’arcidiocesi di Calcutta, dove c’è la casa madre delle
suore fondate da Madre Teresa, sta finendo il processo canonico
diocesano, che poi sarà esaminato a Roma. Ma il popolo l’ha già
canonizzata perché in ogni suo gesto traspariva l’amore di un Dio
misericordioso.
Ci racconti un
episodio che le è caro della vita semplice della sua Chiesa.
DIAS: Il Signore sta
attirando molti alla fede cristiana. Mi ha colpito assai la storia
di Usha, una studentessa di medicina a Bombay, che lei stessa una
volta ha raccontato pubblicamente. Questa signorina era indù e
apparteneva alla casta braminica, la più alta e fiera dell’induismo.
Nello studentato condivideva la stanza con un’altra collega, Rosa,
che era cattolica. Due volte alla settimana vedeva questa sua
compagna uscire il pomeriggio e ritornare la sera, tutta contenta e
gioiosa. Dopo un po’, presa dalla curiosità, Usha le chiese dove
andava, e quella rispose che con alcuni amici frequentava un gruppo
di preghiera del Rinnovamento carismatico. Sempre curiosa, sebbene
indù, cominciò ad accompagnare Rosa e a partecipare al gruppo, anche
se solo ai canti. Poi prese anche a sfogliare la Bibbia, quel libro
che i giovani del gruppo leggevano assiduamente durante gli
incontri. S’era anche accorta che Rosa, ormai un’amica, usciva
durante la settimana, ordinatamente, sempre in certi orari. Quando
seppe che andava a messa, decise di andare anche lei con la collega
e le faceva molte domande, specialmente sulla santa comunione, dalla
quale vedeva che Rosa riceveva tanta gioia e beneficio spirituale.
Saputo che nell’eucarestia era presente Gesù in persona si
rammaricava di non poter riceverlo perché non era cristiana. Un
certo giorno le vengono in mente le parole di un suo professore di
medicina, il quale le aveva insegnato che ci sono delle sostanze
tossiche che, non appena toccano la lingua, invadono mortalmente
tutto il corpo. Usha si mise a riflettere: tale principio
sicuramente vale anche in senso inverso, per le sostanze buone.
Quindi, quando Rosa ritornava al suo posto dopo aver ricevuto la
comunione, Usha le chiese il permesso di mettere una mano sulla sua
spalla, per poter così partecipare alle grazie che Rosa riceveva da
Gesù eucaristico: si ricordava infatti che un simile gesto di fede
aveva compiuto una donna nel Vangelo, la quale era stata guarita
all’istante dalla sua lunga infermità quando toccò il lembo del
vestito di Gesù. Passa del tempo, finché Usha non ha un sogno tutto
particolare, che ella stessa ha così raccontato nella sua
testimonianza pubblica: «Ho visto Gesù che lacrimava, per cui anche
io cominciai a piangere profusamente. Allora Gesù mi chiese: “Perché
piangi?”. Gli risposi: “Perché sei così vicino a me al momento della
comunione ma non ti posso ricevere”. Gesù mi disse: “Anche io piango
per la stessa ragione”». Usha non tardò più, ma chiese subito di
esser battezzata per poter godere la dolce compagnia di Gesù
eucaristico.
Questo è solo uno di tanti episodi
che dimostrano come il Signore stia attirando molte persone alla
fede cristiana nel mio Paese. Usha è stata attirata all’ovile del
Buon Pastore con l’esempio della sua collega Rosa. Dio non ha
bisogno di molte parole, ma di molti testimoni…
(Da 30 giorni – giugno 2001) |