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USMI- PUM CONVEGNO DI ANIMAZIONE MISSIONARIA

" Va’ dai miei fratelli e dì loro...”

Genio e carisma femminile nella costruzione della

comunità cristiana missionaria"

Roma, 11-14 marzo 2004 ,  Pontificia Università Urbaniana

 Priorità evangelizzatrici per le religiose

Prof.  Jean Paré IMC, IMC, Docente Fac. Missiologia Pont. Università Urbaniana

 

INTRODUZIONE : il mio programma

Quando, in novembre scorso, Padre Del Prete mi ha spiegato la relazione da presentare a questo convegno, due termini hanno attirato la mia attenzione: evangelizzazione e parrocchia.  Ho spiegato immediatamente quanto avevo difficoltà a contestualizzare la missione nel quadro parrocchiale ed egli mi disse che potevo allargare il contesto alla comunità cristiana. 

Con gioia ho notato come sottotitolo del convegno: ‘Genio e carisma femminile nella costruzione della comunità cristiana missionaria’.  Per me, la missione, ogni missione, è costruzione della comunità umana e spiegherò perché rifiuto la visione di una comunità cristiana chiusa su di sé stessa.

In questa relazione, cercherò di spiegare meglio le priorità evangelizzatrici che vedo nella missione dei religiosi e delle religiose di fronte alle sfide del XXI secolo.  Cerco di mettere in rilievo più il ruolo delle religiose, tuttavia per me è difficile distinguere tra il ruolo delle religiose e quello dei religiosi.  Scusate la mia limitatezza.

1.      In primo luogo, cercherò di esplicitare il contesto missionario, cioè il quadro dove mi sembra che prioritariamente deve svolgersi la missione. Qui vi presenterò la mia esperienza del contesto parrocchiale in Canada.

2.      In secondo luogo, mi pare dovere tornare su che cosa è la vita religiosa:  a partire della mia convinzione che la vita religiosa debba essere sintetizzata prima di tutto come una ‘sequela Christi’, desidero meglio capire quali furono le priorità di Colui che vogliamo seguire, Gesù di Nazaret.

3.      Queste riflessioni costituiscono il punto di partenza della mia relazione – il cui obiettivo è di precisare quale è la missione delle religiose in Italia oggi -;  perciò mi soffermerò a tre dimensioni speciali : a) Quali sono i bisogni del mondo che dovrebbero suscitare i nostri servizi b) le relazioni tra chiesa e vita religiosa,  sempre nel contesto attuale? c) Io sono convinto che nel cambiamento di paradigma che il mondo occidentale sta vivendo la spiritualità ha una funzione essenziale;  perciò, poiché saremo tutte e tutti d’accordo che i religiosi e le religiose sono degli specialisti della vita spirituale, devo concludere con una breve sezione su : la nostra missione spirituale.

 

1.   IL CONTESTO MISSIONARIO

Il quadro parrocchiale

Io parlo a voi da canadese che ha poca esperienza dell’Italia.  Nella mia provincia del Québec, se voi mi domandate dove si costruisce il Regno di Dio, non posso rispondere che questo Regno si costruisca prima di tutto nelle parrocchie. Senza esagerare, posso dichiarare che le parrocchie in Québec non sono un contesto significante per vivere la missione e la spiritualità di Gesù di Nazaret.

Nella diocesi di Montréal, si parla di una pratica domenicale inferiore al 3%; e se voi andate in queste assemblee, vedrete che sono costituite a 95% da persone di almeno 60 anni! In Québec, se cercate quello che potrebbe chiamare il movimento o la causa di Gesù di Nazaret, vi dirò:  non andate nelle parrocchie!

Vivendo in Italia qualche mese l’anno, mi rendo conto che la vostra situazione è diversa. Perciò con molta umiltà vi propongo le mie riflessioni! Forse non sono affatto adatte alla vita e missione che voi dovete realizzare. Tuttavia aggiungo questo commento: negli anni 50, quand’ero bambino ed adolescente, ho visto in Québec un cristianesimo trionfante che penetrava e dava senso a tutti gli aspetti della società del Québec. In poco meno di due generazioni la situazione è stata capovolta! Dopo il declino delle vocazioni e l’invecchiamento del clero, abbiamo visto centinaia di religiose impegnarsi nell’istituzione ecclesiastica: come collaboratori di pastorale, come responsabili della comunità, anche col titolo di parroco, ed anche come responsabili dell’ufficio pastorale diocesano… In Québec adesso, anche le religiose scompaiono, e devo confessarvi: il loro coraggioso e spesso sofferente impegno nelle parrocchie non ha prodotto i frutti di evangelizzazione che avremmo potuto sperare. Questa collaborazione qualificata alla pastorale parrocchiale ha permesso di prolungare la vita dell’istituzione più che di testimoniare profeticamente del Vangelo.

Aggiungo questa interpretazione: qualche settimana fa, leggevo un interessante libro della sociologa francese Danièle Hervieu-Léger Catholicisme, la fin d'un monde[1].  Essa descrive una situazione che la Francia vive da cinquant’anni, che il Québec sta vivendo adesso e che forse l’Italia vivrà tra vent’anni. Essa la chiama una situazione di de-culturazione; questo significa che la società e la cultura francese stanno espellendo quello che hanno di cristiano! C’è stata, spiega Hervieu-Léger, un periodo di laicizzazione subito dopo la rivoluzione francese; in quel periodo, lo stato pretendeva avere una funzione specifica e indipendente dalla Chiesa. Lungo tutto il ventesimo secolo, il processo è stato uno di secolarizzazione nel quale le persone si sono sempre più distanziate dalla Chiesa e del suo insegnamento, ma la cultura francese rimaneva globalmente influenzata dai valori cristiani.  Arriva così una terza fase dove questa cultura stessa si distanzia dal cristianesimo :  Hervieu-Léger la chiama ex-culturazione, qualche volta de-culturazione. Chiaramente è un processo opposto all’inculturazione che molte Chiese d’Africa stanno vivendo.

Quello che mi ha sorpreso nell’argomentazione della sociologa francese è che per lei la parrocchia va capita all’interno dell’istituzione ecclesiastica. Personalmente non sarei stupito che essa abbia ragione.  Mi sembra che la parrocchia, tal quale è attualizzata, appartenga più alla forma istituzionale del cristianesimo.  

Dalla congregazione alla comunità

Nella storia delle religioni, ci sono sempre stati gruppi che hanno voluto costruire un mondo nuovo all’interno della società, in qualche senso un ghetto dove i valori a cui credevano fossero messe in pratica.  Così ai tempi di Gesù di Nazaret possiamo vedere la comunità degli Esseni ritirarsi a Qumran, presso il Mare Morto, per vivere secondo la loro fede giudaica.  Tuttavia, io, cristiano, devo notare come Gesù si è distanziato da questo movimento, come anche dal gruppo di Giovanni Battista.  Mi pare chiaro che Gesù non ha voluto che la sua comunità costituisca un ghetto separato dal resto della società.

Quando guardiamo alla storia della vita religiosa, possiamo costatare come la relazione tra vita religiosa e mondo è stata vissuta diversamente. I primi che sono andati nel deserto d’Egitto danno l’impressione che si ritirano dal mondo, ma di fatto, questo ritiro era strategico, nel senso che nel deserto volevano affrontare direttamente il diavolo, i diavoli, che sono la principale forza negativa all’interno del mondo: si ritirano nel deserto per combattere più apertamente i diavoli del mondo.  Più evolve questo movimento della vita religiosa, più chiaramente si vede che i religiosi concepiscono la loro missione all’interno della società. I monasteri di san Benedetto possono essere in campagna, ma come lo mostrano gli storici, sono il cuore della società medievale. A partire del XV secolo, appaiono le comunità apostoliche che capiscono più direttamente una loro missione nel mondo, specialmente nel campo dell’educazione e della salute. Un’altra tappa della storia della vita religiosa si sviluppa quando più chiaramente si distinguono stato e chiesa, società e religione, cioè a partire del XVIII secolo;  a quel momento, le comunità missionarie appaiono per significare ancora di più che nel mondo le religiose e i religiosi non possono fare tutto, ma devono concentrarsi sull’a­spetto più religioso della missione cristiana. Adesso,  all’alba del terzo millennio, quale altro passo dobbiamo fare per meglio seguire Gesù Cristo?

Nel suo ultimo capitolo, la sociologa Hervieu-Léger parla dei nuovi luoghi dove si vive oggi la missione di Gesù di Nazaret : 

-         nei santuari e nei monasteri che sono meta di pellegrinaggio,

-         negli eventi speciali dove accorrono i giovani, come la Giornata mondiale della Gioventù;

-         anche in tutti questi gruppi e comunità piccole che si radunano attorno ad una persona più carismatica e che talvolta danno nascita a movimenti stabili e duraturi. 

Mi ricordo che alla celebrazione mondiale dei giovani, durante l’anno giubilare, il Papa aveva invitato qualche leaders di questi movimenti a venire testimoniare la loro esperienza cristiana.

Personalmente credo che un impegno presso questi gruppi e movimenti è oggi più missionario che un impegno parrocchiale.  La missione dei religiosi e delle religiose dovrà attuarsi nella comunità in senso largo, o devo dire meglio: in varie comunità. Questa è la mia convinzione. Questo non significa che tutte e tutti dobbiamo lavorare alla FAO o a Amnesty International, ma le congregazioni devono mettere più persone, più energie e più spese a lavorare con le nuove comunità.

Oggi il Regno si costruisce non più prioritariamente all’interno del quadro istituzionale, neanche solamente all’interno del cristianesimo. Una collaborazione con delle organizzazioni come Greenpeace o gli altermondialisti mi sembra essere totalmente nella linea della spiritualità di Gesù. Questo non significa che io canonizzo queste organizzazioni  e che credo che in loro tutto sia perfetto;  ma credo che un religioso possa essere totalmente nella ‘sequela Christi’ impegnandosi presso queste organizzazioni.[2]

Se la priorità missionaria non deve essere data al quadro istituzionale, bisogna capire che priorità non significa esclusività. La missione rimane possibile in parrocchia.  Perciò, in questa relazione, anche se do una priorità alla missione nel mondo, tengo anche conto della missione in contesto parrocchiale.

 

 2.  LE PRIORITÀ DI GESÙ DI NAZARET

Vaticano II: la ‘sequela Christi’

Voi conoscete bene il secondo concilio del Vaticano e la sua strategia di rinnovamento della vita religiosa. Sapete che il concilio ha discusso del posto dei religiosi nel Popolo di Dio; finalmente Vaticano II ha concluso che i religiosi non fanno parte della struttura gerarchica della Chiesa, ma costituiscono un gruppo speciale che cerca di seguire Cristo più da vicino;  dunque, in Lumen Gentium, il capitolo sui religiosi non si trova tra quelli sulla gerarchia e sul laicato, ma dopo il quinto capitolo sulla vocazione universale alla santità.  Chiaramente, la vita religiosa non deve limitare la sua missione al quadro gerarchico o istituzionale del Popolo di Dio.

Ricordo solamente una dichiarazione rivoluzionaria che si trova all’articolo 2 di Perfectae Charitatis:  La norma ultima della vita religiosa è di seguire Cristo” . 

Secondo me, è questa ‘sequela Christi’ che costituisce il principio motore per una nuova comprensione della vita religiosa.  Oggi, cosa significa seguire Cristo?

La funzione della vita religiosa nelle società umane

Mi pare che una nuova comprensione della vita religiosa è stata inaugurata quando ci siamo resi conto che non solamente cattolici o cristiani si fanno religiosi, ma che la vita religiosa esiste praticamente in tutte le grandi tradizioni dell’umanità. È il Missionario del Sacro Cuore d’origine irlandese, Diarmuid O’Murchu, che secondo me ha studiato meglio questo aspetto della vita religiosa in tre suoi libri di cui mi ispiro abbondantemente[3].

Conosciamo abbastanza bene l’esistenza dei monaci e delle monache nella tradizione buddista però O’Murchu spiega che queste persone esistono in tutte le culture. Qual è dunque la visione, quali sono le aspirazioni ed i valori che queste esperienze hanno in comune?  O’Murchu lo chiama la ‘liminalità’. 

Che cosa è questo carattere liminale?  Non si tratta di aderire ad un movimento religioso né di professare una forma speciale di spiritualità.  Non si tratta neanche di un fenomeno psicologico anormale o patologico, anche se qualche volta ha potuto degenerare.  Se la vita religiosa ha preso forme di vita, elaborato regole, usi e costumi che sono molto diversi da una cultura all’altra, c’è un fondo comune:  tutte queste persone aspirano a vivere più intensamente i valori sognati come un ideale dal loro gruppo umano.  Hanno dunque una doppia funzione :

-         aiutano il gruppo a prendere coscienza dei limiti dello status quo

-         e progettano l’immagine dei valori a cui spesso inconsciamente il gruppo aspira.

Ogni cultura ha bisogno della vita religiosa per sfidare le sue imperfezioni e spronare il suo cammino verso un meglio vivere assieme. Le culture hanno bisogno dei religiosi per prendere coscienza dei valori e per essere stimolati a metterli in pratica.

In questo senso, la vita religiosa completa l’istituzionale in ogni società; l’umanità non potrebbe vivere assieme senza istituzioni culturali, economiche, politiche, sociali e religiose; ma senza la liminalità dei religiosi, l’istituzionale rischia di legalizzare, di burocratizzare, di dogmatizzare, di definire e di limitare, di clericalizzare, tutte minacce all’abbondanza della vita ed ai valori che danno senso all’esistenza. 

Nella tradizione giudaica e cristiana, questo insieme di caratteri è spesso definito come ‘profetico’.  Possiamo dunque farci la domanda: se vediamo un declino della vita religiosa in Occidente, non potrebbe essere perché religiose e religiosi hanno cessato di essere d’autentici profeti?  Quale cammino intraprendere per superare questi ostacoli e permettere di nuovo alle religiose e ai religiosi di esercitare nel mezzo del mondo la loro missione profetica essenziale ?  Se la diagnosi fatta è esatta, varie piste si offrono :

-         è ovvio che il rinnovamento postconciliare è stato molto ecclesiastico;  il nostro sguardo era fisso sulla Chiesa e non sul mondo. Mi pare che dobbiamo cessare di fissare solamente la Chiesa e guardare un pò di più il mondo per cui esistiamo. Il vero contesto dove la nostra vita trova un senso non è quello della Chiesa, ma la situazione del mondo e dei suoi bisogni.  Non mi sembra difficile riconoscere che quasi tutti i nostri fondatori sono stati specialmente sensibili a qualche bisogno del mondo. Dobbiamo di nuovo dichiarare che la nostra vera missione non è all’interno della Chiesa ma nel mondo, non il mondo del passato, ma il mondo del 2004, con le sue gioie e speranze, con le sue tristezze e le sue angosce, secondo l’espressione che ha dato il suo titolo ‘Gaudium et spes, luctus et angor’ alla Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo.  Mi pare che oggi siamo allo stesso incrocio dell’inizio dell’Esodo: Javhé si china sul mondo e vede la miseria dei suoi figli; la sua reazione è di chiamare Mosé per la missione. Oggi se Iddio guarda il mondo del 2004, quante miserie vedrebbe? Non c’è dubbio che la sua stessa compassione lo spingerebbe a chiamare nuovi Mosè per una nuova missione nel mondo d’oggi: “Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti;  conosco infatti le sue sofferenze.  Sono sceso per liberarlo (…)  Ora và, io ti mando ! “  (Es 3, 7-8.10).

-         Sarebbe possibile che il mancato rinnovo della spiritualità sia stato causato da una mancata riflessione sui valori?  È certo che ogni periodo della storia dell’umanità mette in rilievo alcuni valori;  quando il mondo cambia, la gerarchia dei valori cambia. È possibile che i valori su cui si basa l’attuale modo di essere religiosi non siano più significativi per l’umanità del terzo millennio? Quale significato ha un obbedienza copiata sul modello militare? Quale senso ha un voto di povertà in un mondo che cerca di eliminare ogni forma di povertà?  Come capire la castità in una cultura dove la persona umana non può raggiungere la sua maturità senza assumere la sua dimensione affettiva? Quale forma di vita comunitaria favorire all’epoca della mondializzazione e dell’omogeneizzazione delle culture?  Se Gesù di Nazaret tornasse oggi, di quali valori del Regno di Dio egli sarebbe un testimone?

Per rispondere a questa sfida, dobbiamo dunque tornare la nostra attenzione su Gesù di Nazaret e rispondere alla stessa domanda :  Chi dite che io sia?” (Marco 8,29).

Il fondatore della nostra religione cristiana

Quando esaminiamo il Nuovo Testamento e percorriamo la tradizione cristiana, un numero straordinario di cristologie ci è presentato.  Per noi che vogliamo imitare Gesù in modo speciale, è essenziale domandarci com’è stato il vero Gesù di Nazaret. Tra tutti questi discorsi su Gesù, quale scegliere?

Viene naturale rispondere in primo luogo che Gesù di Nazaret è il fondatore del cristianesimo[4]. Ma com’era questo fondatore del cristianesimo!  Confucio e Budda furono dei guru che hanno domandato ai loro seguaci di tornare su di sé e di fare un lavoro di trasformazione personale per raggiungere la salvezza. Si tratta di una saggezza personale.  Ancora adesso, in tutti i suoi libri, il Dalai Lama ripete che la sola autentica rivoluzione non può essere economica, politica o tecnica, ma è quella interiore[5]. 

Come paragonare Gesù a Maometto, il fondatore dell’islam ? Gesù ha rifiutato di prendere il potere dello stato per realizzare il Regno di Dio, mentre il fondatore dell’Islam e le nazioni musulmane non temono di usare il potere dei governi e la loro violenza per imporre la legge coranica.

Per alcuni aspetti, Gesù di Nazaret rassomiglia ad un filosofo cinico, come Diogene, un saggio itinerante, che passa da un villaggio all’altro, vivendo con pochissimi beni materiali, una sola tunica e pochi bagagli.  Però Gesù, chiaramente, è qualcosa di più:  è un profeta.

I vari giudaismi

Nel 2000 la Direzione generale del mio istituto mi ha permesso di fare un soggiorno in Israele;  io l’avevo domandato per meglio capire le radici giudaiche del cristianesimo e di Gesù di Nazaret. Quello che mi ha sorpreso è la diversità interna alla religione giudaica; ho trovato non solo i fondamentalisti ultraortodossi che preparano la ricostruzione del tempio perché secondo loro senza i sacrifici e la classe sacerdotale la salvezza non è possibile,  ma anche una corrente new age; in mezzo, ho incontrato un giudaismo detto conservatore molto vicino alla versione vaticana del cristianesimo. 

Due mila anni fa, il giudaismo era fortemente concentrato attorno al tempio, quello ricostruito da Erode e amministrato da una classe di sacerdoti e leviti.  Una semplice foto di Gerusalemme fa immediatamente capire la centralità del Tempio nella vita di questo popolo.  A qualche metro all’est del tempio c’era un quartiere dove la classe sacerdotale abitava, almeno la sua aristocrazia ;  scoperte archeologiche recenti hanno messo in evidenza il lusso di queste abitazioni. Altri documenti dell’epoca sottolineano come questa religione del tempio era diventata ritualista e formalista.  Quello che già conoscevo di Gesù di Nazaret mi fa dire che egli non era d’accordo con questa forma sacerdotale del giudaismo: mi pare chiarissimo che per Gesù la salvezza ed il Regno di Dio non si trovano prioritariamente nella religione del tempio di Gerusalemme. Egli disse alla samaritana: ‘Cre­d­imi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre!’ (Gv 4,21). 

Non mi stupisce che i vangeli dicono che egli sia stato condannato dal sinedrio, istituzione principale di quel giudaismo, e capisco immediatamente il simbolismo matteano del velo del tempio ‘squarciato in due da cima a fondo’ al momento della morte di Gesù (Mt 27,51). Per Gesù, il clericalismo, il ritualismo e il formalismo della liturgia, dei riti e delle preghiere non sono via d’accesso al Trascendente; egli ha detto: “Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole!”  (Mt 6,7)

Nella storia d’Israele esistevano almeno due altre importanti correnti :  la corrente regale e il movimento profetico.  Dopo i giudici, sono stati gli stessi israeliti a domandare un re : tutti gli altri popoli avevano un re e si portavano tanto bene? Immediatamente, un profeta si era opposto; Samuele li aveva ammoniti:  questo re  prenderà una buona parte delle vostre raccolte, egli prenderà anche le vostre donne…  Da Davide e Salomone fino a Giosia, questo popolo ha vissuto momenti di gloria e di sofferenza in questa forma regale della sua religione. 

All’inizio della nostra era, la Palestina era sotto dominio romano.  Due re sono conosciuti di questo periodo: Erode il Grande ed Erode Antipa. Ancora oggi i pellegrini possono visitare parecchi monumenti costruiti da questi due personaggi, come le città di Cesarea Marittima e di Tiberiade.  Qual è stato l’atteggiamento di Gesù di fronte a questo giudaismo regale?  Sefforis, la capitale di Erode il Grande in Galilea, era a meno di 20 km di Nazaret, ma secondo i vangeli Gesù non è mai andato a Sefforis; dopo l’anno 17, Erode Antipa stabilisce la sua nuova capitale a Tiberiade, a 10 km da Cafarnao, ma i vangeli non mostrano mai Gesù visitando questa città.  Per Gesù di Nazaret,  il giudaismo regale appare come una tentazione. Infatti, nel deserto, il demonio aveva suggerito a Gesù di dominare il mondo intero!  Quando, dopo il miracolo dei pani, la folla volle proclamarlo re, Gesù si allontanò per pregare!  Il giudaismo di Gesù non fu quello regale.

Due mila anni fa, nel contesto della sua epoca, il giudeo Gesù ha trovato almeno tre modi diversi di vivere la sua fede:  c’era il giudaismo regale, il giudaismo sacerdotale ed il giudaismo profetico. Io sono convinto che il cammino scelto da Gesù di Nazaret fu quello dei profeti.

Gesù un profeta

Gesù di Nazaret fu prima di tutto un profeta. Quando oggi la gente pensa ai profeti, pensa a delle persone che fanno profezie, che predicono l’avvenire. Quando si presenta Gesù come un profeta, cosa si vuole dire?

Se Gesù è profeta, non è perché egli predice il futuro, è perché la sua vita e il suo insegnamento hanno un carattere escatologico: l’escatologia è la principale caratteristica dei profeti: i profeti valutano che nel mondo c’è non solo del bene ma anche del male e che questo male deve essere superato!  Ma avverte l’esegeta John Dominic Crossan[6], ci sono molte forme d’escatologia, perché ci sono tre modi principali di superare questo mal-mondo:

-         nell’escatologia apocalittica il profeta nega questo mondo annunciando un futuro intervento diretto di Dio che distruggerà questo mal-mondo e lo sostituirà con un cielo nuovo ed una terra nuova.  L’apocalisse è generalmente percepita come una pulizia etnica effettuata da un Dio che si vendica contro i malfattori.  Questa escatologia apocalittica traspare nel concetto del Giorno di Dio ed in alcuni testi del Nuovo Testamento. Alcuni di voi possono pensare che queste distinzioni sono lontane dalla nostra realtà; si sbagliano, perché la corrente fondamentalista è molto presente in Stati Uniti e in parecchi paesi arabi:  per l’attuale presidente Bush, il male dell’Iraq doveva essere distrutto per essere sostituito dalla pace americana, come in Texas si cancellano i criminali colla pena di morte.

-         L’escatologia ascetica nega questo mondo ritirandosi dalla vita sociale e creando uno spazio dove i fedeli osservano scrupolosamente le regole. Questi asceti possono vivere da soli nelle cave del deserto o in comunità come gli Esseni. Così hanno anche fatto alcune correnti della filosofia greca e romana, come i filosofi Cinici ed i Stoici. Così ha anche fatto Albert Schweitzer che ha talmente negato il suo mondo europeo che è andato in Africa costruirsene un altro. Questa fuga del mondo è una tentazione presente nei dibattiti contemporanei:  sono molti i cristiani a volere creare una società cristiana non  contaminata dalla modernità. Forse questo era l’ideale della Democrazia cristiana!  

-         La terza forma di escatologia è etica; se nega il mondo, non è perché lo vuole distrutto o perché se ne vuole ritirare. Vuole superare il male del mondo trasformandolo dall’interno con una azione non violenta: così hanno voluto fare il Mahatma Gandhi e Martin Luther King. Questi profeti discernono la presenza del male nelle persone e nelle strutture sociali e cercano di cambiarli e di convertirli.

Se Gesù è stato un profeta, quale tipo di escatologia è stato il suo? Quando leggiamo la tradizione cristiana, non è facile rispondere alla domanda. Personalmente, affermo, con John Dominic Crossan, che Gesù fu un profeta all’escatologia etica :  per Gesù,  è nel mezzo di questo mondo che dobbiamo costruire il Regno voluto dal Padre.

Il profetismo

Nei limiti di questa relazione, non posso proporre una panoramica completa di quello che fu il profetismo nel giudaismo.  Spero i brevi commenti seguenti basteranno per mettere in rilievo la mia comprensione di Gesù di Nazaret come profeta. 

Al Museo nazionale d’Israele vicino alla Knesset, à Gerusalemme, si possono vedere delle piccole tabelle d’avorio che, secondo gli archeologi, ornavano probabilmente i palazzi dei re del Regno nord, il Regno di Israele.  Il profeta Amos ha confrontato direttamente il modo di fare del re Geroboamo. 

Ci troviamo qui davanti a due forme di giudaismo, il giudaismo che crede realizzare la salvezza attraverso il potere dello stato, che chiamo giudaismo regale, e dall’altra parte un giudaismo profetico.   Nella visione del profeta Amos, questo confronto segue quattro linee:

-         il profeta denuncia un sistema commerciale che crea tanti poveri; i malvagi vanno fino a modificare le misure per aumentare i loro profitti, egli denuncia (Amos 8,4-6) ;

-         l’ingiustizia di questo sistema compare soprattutto nelle disuguaglianze che genera;  i ricchi sono sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri (Amos 2,6-7 ; 5,11-12) ;

-         in Amos 5,21-24, il profeta mette nella bocca di Dio un chiaro rigetto del culto celebrato dai malvagi:  Io detesto, respingo le vostre riunioni ; anche se voi m’offrite olocausti, io non gradisco i vostri doni. “ 

Anche Gesù proclamerà:  Non basta pregare Signore, Signore!”  (Mt 7,21)

-         In 7,10-16, Amos si confronta con Amasia, prete del tempio in Betel.  Amasia accusa il profeta di cospirare contro il re. Con Crossan, possiamo immaginare il dibattito: Amasia sostiene che Dio aspetta belle liturgie e loro, nel tempio, obbediscono.  Amos replica:  Dio vuole anche la giustizia e voi non obbedite! Amasia ricorda al re che quello che il profeta chiama ingiustizia non è altro che prosperità commerciale e senso degli affari! Ed Amos argomenta : Non potete onorare il Dio della giustizia in uno stato d’ingiustizia!

Crossan ha ragione, qui ci troviamo davanti a due visioni della religione e del regno: il modello d’Israele è economico:  arricchitevi e sarete felici! Tutti ne approfitteranno! Il modello del profeta Amos è l’alleanza con Dio: “ Nel regno del commercio, la terra che appartiene all’umanità deve essere esplorata al massimo.  Nel regno dell’Alleanza, la terra appartiene a Dio e deve essere distribuita il più equamente possibile.  C’è ancora commercio nell’alleanza ?  Certo, sì !  Tuttavia, la vera domanda è la seguente:  c’è ancora alleanza dove c’è commercio ?  Questa è la domanda! [7]

Adesso appare con più chiarezza la differenza tra il metodo regale dell’Islam e il metodo dei profeti.   Come vivere concretamente questo metodo profetico?  Mi limito a ricordarvi un articolo di Stefano Bittasi, s.j. dove sviluppa le quattro direttrici sulle quali avviene il confronto del profeta col suo ambiente:[8] 

a)      Il profeta vede, come Javhé aveva visto le miserie del suo popolo.

b)      Il profeta denuncia.  Bittasi commenta:  C'è uno sgolarsi del profeta che nel primo momento della sua missione di inviato, crede fortemente che il suo denunciare possa ipso facto produrre un cambiamento significativo, una riflessione, un cambiamento. Presto però fa l'esperienza del disinteresse, dell'assoluta distanza. Sì accorge che sì continua a non vedere ciò che a lui pare così evidente.”

La storia della Chiesa da la testimonianza di profeti anche di fronte all’istituzione ecclesiastica, come santa Caterina da Siena che scriveva ad un cardinale : “Basta col silenzio! Gridate con cento mila lingue!  Vedo che col silenzio il mondo è putrefatto”.

c)      Il profeta si sente co-responsabile

d)      E finalmente il profeta agisce. 

Questo raggiunge un’altra caratteristica di Gesù di Nazaret nella sua contestazione dei farisei e del giudaismo del tempio. Gesù di Nazaret non rigetta tutto quello che è fariseo;  il vangelo di Giovanni racconta il suo incontro con Nicodemo. Ma se c’è qualcosa della corrente farisaica che Gesù non può digerire, è la loro ipocrisia: “ Sulla cattedra di Mosé si sono seduti gli scribi ed i farisei.  Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno!”  (Mt 23,3)

Io che sono un intellettuale, quante volte ho sentito il rimprovero: parli molto, ma fai poco! Il gnosticismo ha creduto che la sola conoscenza poteva portare la salvezza! Basta sapere per salvarsi?  Basta imparare le verità della fede ?  Basta conoscere bene tutto il catechismo?  Com’è il Gesù che vogliamo seguire?  Fu un saggio che ha proclamato la Parola di Dio o un profeta che ha voluto trasformare il mondo? Gesù fu un professore della saggezza divina nascosta dalla creazione del mondo o un attivista che ha provocato la società del suo tempo ad essere più partecipativa ed ugualitaria?

L’esegeta americano John Dominic Crossan[9] mostra che questo dibattito è stato presente nei primissimi anni del cristianesimo.  Ricordiamoci che dalla Galilea hanno cominciato a circolare dei profeti itineranti. Alcuni vedevano in loro una attualizzazione, cioè una imitazione di Gesù di Nazaret.  Come si intravede all’inizio della Didaché (1,3-2,1) questi profeti proclamavano un catechismo che sintetizzava le parole di Gesù, i suoi ‘detti’.  Ben presto, le comunità cristiane si sono reso conto che diversi profeti annunciavano diversi catechismi; come discernere il vero dal falso profeta? Dopo l’anno 30, Gesù non era più presente per correggere gli erranti!  Allora come fare 

Un passo della Didaché è molto interessante per noi.  Dice : “ Non tutti che parlano nello spirito sono veri profeti, ma solamente quelli che hanno le ‘caratteristiche’ del Signore!”  (2,7-8)

È la parola greca tropoi che ho tradotto qui con la parola italiana ‘caratteristiche’, ma altre traduzioni hanno scelto le parole: maniere, modi, stile di vita condotta…Una cosa è chiara: per discernere il vero dal falso profeta, non bastano le sue parole, bisogna vedere se vive come il Signore Gesù. 

Questo mi pare fondamentale :  non sono le parole il vero stampo di colui o colei che vuole seguire Gesù, ma come vive, il suo stile di vita,  la sua condotta !  Questo raggiunge alcuni detti che troviamo nei vangeli canonici, redatti qualche decennio dopo questi versetti della Didachè: “Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!” (Lc 11,28).

Cosi anche insegna la parabola del seminatore che getta la seme in vari terreni (Mt 13,1-23). Non basta proclamare il Vangelo, bisogna viverlo!

Come i profeti, Gesù non annuncia un avvenire lontano ne propone solamente una consolazione nell’attesa degli ultimi tempi; egli vuol una conversione qui ed adesso, perché è qui ed adesso che si costruisce il Regno di Dio; come i profeti, Gesù non propone nuove leggi o un nuovo rituale, ma egli annuncia ai colpevoli che non possono salvarsi senza una profonda conversione che trasforma la loro vita e la loro società.  Forse più che i profeti, Gesù si è solidarizzato coi poveri, coi lebbrosi, colle donne e i bambini, con le adultere e gli agenti delle imposte,  solidale con tutte le persone emarginate ed escluse… Gesù di Nazaret ha sfidato l’interpretazione regale e sacerdotale del giudaismo per scegliere l’interpretazione profetica.  Egli ha sfidato il giudaismo regale quando ha rigettato il potere come la via verso il Regno;  quando ha rigettato la strategia della conquista e del controllo in favore della solidarietà e della partecipazione di tutti; quando ha rifiutato di andare a Sefforis o Tiberiade per confrontare il potere; quando ha incluso nel suo gruppo tutti gli emarginati della sua società ed ha proposto lo stesso salario a tutti qualunque lavoro avevano realizzato.  Gesù ha sfidato il giudaismo sacerdotale quando ha proclamato che la persona è sempre più grande della legge ; quando ha trasmesso la sua missione non ad un gruppo ristretto ma a tutti i suoi discepoli ;  quando ha incluso i peccatori nel cerchio dei suoi amici…Il Regno non concerne leggi, di riti e di credenze; il regno concerne la capacità di impegnarsi nella costruzione comune d’un mondo migliore. 

Nel battesimo, siamo stati resi partecipi della missione regale, sacerdotale e profetica di Gesù. Mi pare chiaro che all’inizio del terzo millennio, coloro che vogliono seguire Gesù di Nazaret più da vicino devono dare priorità alla dimensione profetica della triplice missione di ogni discepolo di Cristo.  

 

3.  UNA SALVEZZA PER OGGI

 Cosa è la salvezza?

Il discorso tradizionale sulla salvezza ci ha abituato ad un tale grado di astrazione che abbiamo difficoltà a vedere la sua dimensione concreta e pratica. Oggi più che mai non possiamo limitarci a predicare e a vivere di una salvezza che sarebbe solamente nel mondo dell’aldilà o unicamente una grazia di Dio che avremmo da accogliere passivamente.  No, dobbiamo affermare chiaramente due cose: primo, la salvezza concerne anche il mondo quaggiù e, secondo, tutte e tutti abbiamo da collaborare col piano divino della salvezza:  in altre parole, siamo tutti missionari.

In questa breve relazione, è ovvio, l’avete già capito, che devo semplificare, ma parlo a religiose che sapranno poi fare le sfumature necessarie.  In parole semplici, cosa è la salvezza?  La salvezza trova un senso nella visione profetica di un mondo né paradiso né inferno:  in questo nostro mondo, c’è del bene e del male. Dobbiamo conservare e incoraggiare il bene, anche questo fa parte della strategia missionaria; ma soprattutto dobbiamo combattere il male. Nell’escatologia giudaica, abbiamo visto che c’erano varie strategie per salvare il mondo: l’apocalittica sogna alla distruzione del male e all’apparizione di un mondo nuovo;  la corrente ascetica vuole, come a Qumran, costruire un ghetto di buoni e di puri, un ghetto separato dal mondo cattivo. Né l’escatologia apocalittica, né quella ascetica sono, secondo me, la scelta di Gesù di Nazaret.  L’atteggiamento profetico di Gesù è etico: questo significa che anche lui giudica che nel mondo c’è del buono e del male, ma la soluzione non è di sradicare la zizzania, è di cercare con tutte le sue forze ed energie a trasformare questo mondo.

In parole povere, noi collaboriamo al piano divino di salvezza ogni volta riusciamo a mettere in questo mondo meno odio e più amore e carità, meno violenza e più giustizia e uguaglianza, meno morte e meno errore e più vita e verità…

Concretamente cosa questo programma può significare per la missione delle religiose?  Quali sono i servizi qualificati che noi possiamo dare a questo mondo martoriato?  Quali ministeri per ravvicinare il mondo al Regno di Dio? Mi accontenterò di menzionare cinque settori di ministeri al mondo particolarmente importanti.

I ministeri per un migliore mondo economico

La nostra formazione ci ha abituato a pensare che la nostra missione e vocazione non avevano niente da fare colla economia e le finanze.  Questo è molto strano, perché allo stesso momento ci si parlava di povertà! A me sembra chiarissimo che non è possibile comprendere il voto di povertà fuori del contesto della nostra relazione coi beni del mondo, con tutto quello che la gente ordinaria chiama l’economia! L’economia non è altro che la gestione dei beni. Il voto di povertà significa che sono umane non qualunque relazioni coi beni, colla proprietà e colle ricchezze;  è possibile perdere la nostra umanità nel consumismo e la ricchezza: “Che giova all’umano guadagnare il mondo intero se poi si perde o rovina se stesso?” (Lc 9,25)

Perciò tutte le grandi tradizioni spirituali dell’umanità raccomandano sobrietà e austerità! Confucio raccomandava: “Onori e ricchezze sono ciò che l’umano desidera di più nel mondo, eppure meglio rinunciarvi piuttosto che allontanarsi dalla via! Umiltà e povertà sono ciò che l’umano fugge di più nel mondo, eppure meglio accertarli piuttosto che allontanarsi dalla via!”[10]

Il voto di povertà è stato concepito come una salvaguardia contro gli abusi dell’abbondanza e della proprietà. Se valutiamo il modo che viviamo oggi questo voto, possiamo costatare che il suo significato è stato perso:

-         la spiritualità della povertà insiste, non sulla gestione, ma sul distacco e il rigetto dei beni del mondo.  Non è così che i fondatori delle grandi tradizioni spirituali dell’umanità l’hanno vissuto: Gesù loda la bellezza dei fiori e gode del buon vino a Cana! Gesù di Nazaret non ha mai esaltato la povertà, ma ha preso posizione accanto ai poveri. 

-         Il voto di povertà è vissuto più individualmente che comunitariamente: i singoli religiosi vivono poveramente, ma non si può sempre dire la stessa cosa delle comunità. Basta vedere le case che costruiscono e i mezzi di trasporto che usano!

-         Cosa significa il voto di povertà per religiosi e religiose in Africa quando il loro stile di vita è molto più elevato delle loro famiglie e del loro popolo? In Africa si fa un voto di povertà per vivere una vita non povera!

La mia domanda è la seguente:  è ancora possibile nel 2004 vivere la povertà come nel 1900, come nel 1700? L’arricchimento straordinario dell’umanità nel XX secolo costituisce, secondo me, un contesto totalmente nuovo che esige una revisione profonda della nostra relazione ai beni materiali.  Oggi, quale servizio, cioè quale ministero possiamo rendere a questo mondo?

Ovviamente la miseria non è del tutto scomparsa dalla faccia della terra, e capisco bene le religiose e i religiosi che dedicano le loro energie in questo settore.  Personalmente credo che la nostra missione non deve più essere prioritariamente nell’assistenza ai più poveri.  Ammiro Madre Teresa che ha fatto questo, ma il suo modo di fare missione non mi sembra dovere essere prioritario adesso.  Ricordo lo slogan:  è bello dare un pesce a chi ha fame, però è ancora meglio insegnargli a pescare! 

Certo il capitalismo ha prodotto frutti straordinari nel XX secolo, però dobbiamo ricordarci che ci sono molti sistemi diversi di applicarlo: il sistema capitalista in Italia è molto diverso di quello in Norvegia; l’economia capitalista era applicata in Gran Bretagna in modo differente che in Francia;  Stati Uniti e Canada vivono due sistemi economici diversi, tutte e due capitalisti! Il capitalismo produce grano buono e zizzania!  Quello che Giovanni Paolo II ha combattuto coraggiosamente è l’ideologia del comunismo, e il suo ministero ha portato frutti straordinari!  Oggi sono convinto che la nostra lotta deve continuare questa azione non più contro una ideologia politica, ma contro l’ideologia economica attualmente dominante:  il neoliberalismo.

Secondo me, la priorità nostra deve essere di combattere i peggiori effetti del neoliberalismo.

Cosi fanno i gruppi e movimenti cosiddetti altermondialisti che si incontrano a Porto Alegre o a Mumbay. Non tutto è perfetto all’interno di questi gruppi, ma secondo me, oggi è prioritariamente lì che si costruisce il regno. La promozione della giustizia, a livello locale, regionale, nazionale e internazionale, fa parte dell’evangelizzazione.

Quasi tutte le parrocchie hanno dei programmi e dei servizi per i poveri ed emarginati.  Spesso questi programmi sono assistenziali.  Non nego la loro utilità a breve termine, ma aggiungo che limitare cosi la nostra missione è un tradimento del Regno che Gesù ha inaugurato e che dobbiamo continuare. Nei paesi francofoni, questa assistenza ha preso la forma della Saint-Vincent-de-Paul! Questo sistema era già molto migliore del ministero dei poveri lasciato alla iniziativa dei preti! 

Ma c’è una terza tappa del ministero economico che dobbiamo adesso mettere in pratica:  non più solamente rispondere alle situazioni di emergenza e organizzare l’assistenza dei poveri, ma combattere, non i sintomi, ma le cause di queste situazioni, cioè lottare affinché nelle nostre società siano eliminate le strutture, le leggi, le regole, le abitudini che producono povertà, disuguaglianza e ingiustizie.  Non è facile: non siamo stati formati all’analisi sociale per capire le cause strutturali dei problemi economici, perfino la nostra formazione economica è molto deficiente! Siamo molto migliori a preparare la liturgia e i canti! Queste lotte sono per definizione conflittuali, e non preferiamo l’armonia e l’ordine!  Ammiro i gruppi di religiosi e religiose che hanno protestato pubblicamente a Genova all’occasione del Summit del Gruppo dei 7!  Per meglio intervenire in questo nuovo campo, molte congregazioni hanno formato delle Commissioni di Giustizia e Pace.  Rapidamente queste commissioni hanno capito che sole non potevano fare gran ché; forse non c’è altro modo che di allearsi con gruppi già organizzati, certo col rischio di essere recuperati, certo col rischio di trovarci in posizione ambigua!  Spesso religiose e religiosi sono della classe media e abbiamo pochi contatti diretti coi poveri; perciò è difficile riconoscere i drammi vissuti da loro e discernere i meccanismi sociali che li producono. Ci vuole umiltà per riconoscere che non abbiamo tutte le risposte e che vogliamo cercare con tanti altri, anche di partiti politici diversi, anche di filosofia ed anche di religioni diversi!  Però basta con le prediche che fanno appello all’elemosina, che parlano astrattamente del servizio al prossimo e dell’aiuto ai bisognosi!  Il mondo d’oggi ride di queste pie esortazioni.[11] 

I ministeri per l’ecologia

Nel XX secolo,  l’umanità ha preso coscienza che la sua relazione colla materia non poteva essere solamente una di controllo, di dominio e di sfruttamento.  Se il voto di povertà ha da fare con la relazione col creato, deve anche esaminare questo aspetto, sto parlando della sua dimensione ecologica. La presa di coscienza da parte dell’umanità si è manifestata specialmente nel 1987 con la Relazione della Commissione mondiale sull’Ambiente e lo sviluppo di cui Mad. Brundtland è stata la presidente;  questa relazione parlava di ‘sviluppo sostenibile’! 

Mi pare ovvio che il voto di povertà non consiste a professare la povertà, ma uno sviluppo sostenibile. Ha forse ragione il missionario irlandese Diarmuid O’Murchu che suggerisce di sostituire il voto di povertà con un voto di sostegno reciproco: la terra ci sostiene e noi sosteniamo la terra.   Tutto il creato ci è dato da Dio per nutrirci, sostenerci e avere una buona vita;  Iddio non ci da la sua creazione per abusarne e distruggerla. Dobbiamo accompagnare il processo incompiuto di creazione divina,  dobbiamo fare in modo che la nostra generazione possa usufruirne e trasmetterlo ai suoi figli affinché anche loro possano goderne e trasmetterlo alle generazioni successive.[12]  Per ciò, come l’ha proposto la Commissione Brundtland, sostegno e sviluppo devono essere vissuti in modo complementare e non antagonista.

Ho notato quanto le religiose sono più sensibili a questa dimensione che i religiosi! Brave!  Tuttavia se valuto che qualche passo è stato fatto, giudico anche che il cammino è ancora lungo! 

All’interno delle nostre comunità, come mettiamo in pratica le raccomandazioni di rispetto dell’am­biente? Parliamo della terra come di un oggetto da sfruttare o come di una madre da rispettare?   Però quello che manca è il nostro impegno coi gruppi e movimenti che lavorano in questo settore.  Oggigiorno, mi sembrerebbe del tutto normale che ogni congregazione religiosa valuti periodicamente il suo impegno ecologico; mi sembra opportuno che ogni parrocchia abbia un comitato o commissione che favorisca la presa di coscienza da parte di tutti i parrocchiani e vigili per mettere in pratica pratiche più ecologiche.

Qualche anno fa, ho partecipato a esercizi spirituali organizzati dalla Conferenza religiosa canadese sull’ecologia: ogni giorno una religiosa o un religioso, esperto in biologia, in astronomia, in botanica, in etologia ci ha accompagnato per un giro di eco-contemplazione; poi, tutti assieme, siamo tornati alla rivelazione e alla tradizione cristiana per rileggere la nostra esperienza in una eco-teologia;  finalmente tutti dovevano avanzare nell’eco-impegno, cioè prendendo impegni precisi e concreti nella loro relazione colla creazione. Per me, questi esercizi sono stati una vera rivelazione;  in quanto missionario, ero già stato abituato dalle teologie della liberazione a accogliere la Parola di Dio nei contesti sociali;  una personale sensibilità mi aveva anche fatto riconoscere la presenza divina nelle diverse culture, però devo ammettere che il contesto ecologico della Parola divina mi era quasi sconosciuto.  Bisogna riconoscere che ogni esperienza di Dio ed ogni esperienza spirituale avviene nel contesto della creazione.  Forse ha ragione O’Murchu, in un altro libro, a parlare della creazione come la prima rivelazione nel contesto della quale devono essere interpretati tutte le altre rivelazioni. Certamente, il creato è un contesto significativo per l’esperienza spirituale.[13] Mi sembra che esercizi simili dovrebbero essere organizzati in tutte le parrocchie e tutte le comunità religiose.

Il Catechismo della Chiesa cattolica parla di ‘religioso rispetto dell’integrità della creazione’ (art. 2415).  Ha ragione di caratterizzare questo rispetto di ‘religioso’, perché ovviamente questo rispetto è costitutivo dell’esperienza religiosa. Nel paese dove visse Francesco, voi, religiose e religiosi d’Italia, avete un dovere speciale in questa missione verso l’umanità intera.

I ministeri dell’interculturalità

La mondializzazione non ha soltanto portato sulle nostre tavole frutti, ortaggi e carni di tutto il mondo e prodotti da industrie multinazionali, la mondializzazione ha anche portato a Roma, in Italia, in Europa ed in tutti i paesi del mondo persone provenienti da moltissime nazioni della terra.  Nel paradigma missionario di questi ultimi secoli, è probabilmente vero che siamo andati presso pagani portare la fede cristiana e presso primitivi portare i benefici della civiltà occidentale!  Adesso, all’inizio del terzo millennio, la situazione è completamente cambiata:  possiamo costatare che l’interculturalità è un dato di fatto in quasi tutti i paesi del mondo.

In questo settore, le statistiche sono difficilissime da verificare,  soprattutto a causa dei cosidetti clandestini ed illegali. Attorno all’anno 1990, c’erano circa 17 milioni di profughi e esiliati, 20 milione di persone spostate, 30 milioni di migranti regolari e 30 milioni ‘irregolari’;  il totale raggiungeva dunque nel 1990 quasi 100 milioni di persone!  Uno studio più recente da un totale  di circa 150 milioni di persone che attualmente vivono fuori della loro patria.  Si comprende che un esperto ha potuto parlare dell’’era della migrazione’!

Dopo i trattati di Augsburgo e di Wesfalia del 1648, il governo del mondo ha poggiato sulle nazioni dando loro sovranità e cittadini;  è chiaro che queste nazioni erano largamente costruite su una certa omogeneità culturale e religiosa:  si diceva:  “Cuius regio eius et religio”!  Dopo tre secoli, sappiamo che questa governo del mondo a partire delle nazioni ha generato molte guerre di civiltà e di religioni!  Oggi siamo coscienti che ci vuole un nuovo sistema di governo.

Credo che la maggior parte delle comunità qui presenti siano internazionali;  questo significa che hanno membri da diversi paesi e culture. In fatto di interculturalità, noi abbiamo una esperienza che, credo, nessun altra organizzazione ha! Questo ci dovrebbe condurre a riconoscere un nostro dovere speciale a mettere questa esperienza, certo, fatta di gioie ed anche di sofferenze, a servizio dell’umanità. Siamo esperti di interculturalità.

So bene che in questo paese, come in molti altri paesi del nord, sono tanti i religiosi e tante le religiose che hanno sviluppato servizi per i migranti, specialmente per le donne. È ovvio che questi ministeri devono essere rafforzati e incoraggiati. Non si tratta solamente di testimoniare dello spirito di accoglienza e di ospitalità caratteristico del giudaismo e di molte culture tradizionali; si tratta anche di aiutare questo nostro mondo globale ad allargare i suoi orizzonti senza mai tradire la ricchezza della diversità. Bisogna apprezzare i restauranti cinesi e giapponesi senza rinnegare la pizza e la pasta! È possibile?  È possibile costruire nuovi spazi di incontro e di scoperta dell’altro, nella tolleranza e nell’apertura, luoghi dove discernere nel diverso l’azione dello Spirito già presente ancora prima che il Vangelo sia proclamato!

Risposte semplici, non ne ho, non ne abbiamo;  però i valori del Regno ci ispirano!