USMI-
PUM CONVEGNO DI ANIMAZIONE MISSIONARIA
"
Va’ dai miei fratelli e dì loro...”
Genio e carisma
femminile nella costruzione della
comunità cristiana
missionaria"
Roma, 11-14 marzo 2004 , Pontificia
Università Urbaniana
Priorità evangelizzatrici per le religiose
Prof.
Jean Paré IMC, IMC,
Docente Fac.
Missiologia Pont. Università Urbaniana
INTRODUZIONE : il mio programma
Quando,
in novembre scorso, Padre Del Prete mi ha spiegato
la relazione da presentare a questo convegno, due
termini hanno attirato la mia attenzione:
evangelizzazione e parrocchia.
Ho spiegato immediatamente quanto avevo
difficoltà a contestualizzare la missione nel
quadro parrocchiale ed egli mi disse che potevo
allargare il contesto alla comunità cristiana.
Con gioia ho notato come sottotitolo del convegno: ‘Genio e carisma femminile nella costruzione della comunità cristiana
missionaria’.
Per me, la missione, ogni missione, è
costruzione della comunità umana e spiegherò
perché rifiuto la visione di una comunità
cristiana chiusa su di sé stessa.
In questa relazione, cercherò di spiegare meglio le priorità
evangelizzatrici che vedo nella missione dei
religiosi e delle religiose di fronte alle sfide
del XXI secolo.
Cerco di mettere in rilievo più il ruolo
delle religiose, tuttavia per me è difficile
distinguere tra il ruolo delle religiose e quello
dei religiosi.
Scusate la mia limitatezza.
1.
In primo luogo, cercherò di esplicitare il
contesto missionario, cioè il quadro dove mi
sembra che prioritariamente deve svolgersi la
missione. Qui vi presenterò la mia esperienza del
contesto parrocchiale in Canada.
2.
In secondo luogo, mi pare dovere tornare su
che cosa è la vita religiosa: a partire della mia convinzione che la vita religiosa debba
essere sintetizzata prima di tutto come una
‘sequela Christi’, desidero meglio capire
quali furono le priorità di Colui che vogliamo
seguire, Gesù di Nazaret.
3.
Queste riflessioni costituiscono il punto
di partenza della mia relazione – il cui
obiettivo è di precisare quale è la missione
delle religiose in Italia oggi -;
perciò mi soffermerò a tre dimensioni
speciali : a) Quali sono i bisogni del mondo
che dovrebbero suscitare i nostri servizi b) le
relazioni tra chiesa e vita religiosa,
sempre nel contesto attuale? c) Io sono
convinto che nel cambiamento di paradigma che il
mondo occidentale sta vivendo la spiritualità ha
una funzione essenziale;
perciò, poiché saremo tutte e tutti
d’accordo che i religiosi e le religiose sono
degli specialisti della vita spirituale, devo
concludere con una breve sezione su : la
nostra missione spirituale.
1.
IL CONTESTO MISSIONARIO
Il
quadro parrocchiale
Io parlo a voi da canadese che ha poca esperienza dell’Italia.
Nella mia provincia del Québec, se voi mi
domandate dove si costruisce il Regno di Dio, non
posso rispondere che questo Regno si costruisca
prima di tutto nelle parrocchie. Senza esagerare,
posso dichiarare che le parrocchie in Québec non
sono un contesto significante per vivere la
missione e la spiritualità di Gesù di Nazaret.
Nella diocesi di Montréal, si parla di una pratica domenicale inferiore al
3%; e se voi andate in queste assemblee, vedrete
che sono costituite a 95% da persone di almeno 60
anni! In Québec, se cercate quello che potrebbe
chiamare il movimento o la causa di Gesù di
Nazaret, vi dirò: non andate nelle parrocchie!
Vivendo in Italia qualche mese l’anno, mi rendo conto che la vostra
situazione è diversa. Perciò con molta umiltà
vi propongo le mie riflessioni! Forse non sono
affatto adatte alla vita e missione che voi dovete
realizzare. Tuttavia aggiungo questo commento:
negli anni 50, quand’ero bambino ed adolescente,
ho visto in Québec un cristianesimo trionfante
che penetrava e dava senso a tutti gli aspetti
della società del Québec. In poco meno di due
generazioni la situazione è stata capovolta! Dopo
il declino delle vocazioni e l’invecchiamento
del clero, abbiamo visto centinaia di religiose
impegnarsi nell’istituzione ecclesiastica: come
collaboratori di pastorale, come responsabili
della comunità, anche col titolo di parroco, ed
anche come responsabili dell’ufficio pastorale
diocesano… In Québec adesso, anche le religiose
scompaiono, e devo confessarvi: il loro coraggioso
e spesso sofferente impegno nelle parrocchie non
ha prodotto i frutti di evangelizzazione che
avremmo potuto sperare. Questa collaborazione
qualificata alla pastorale parrocchiale ha
permesso di prolungare la vita dell’istituzione
più che di testimoniare profeticamente del
Vangelo.
Aggiungo questa interpretazione: qualche settimana fa, leggevo un
interessante libro della sociologa francese Danièle
Hervieu-Léger Catholicisme, la fin d'un monde.
Essa descrive una situazione che la Francia
vive da cinquant’anni, che il Québec sta
vivendo adesso e che forse l’Italia vivrà tra
vent’anni. Essa la chiama una situazione di
de-culturazione; questo significa che la società
e la cultura francese stanno espellendo quello che
hanno di cristiano! C’è stata, spiega Hervieu-Léger,
un periodo di laicizzazione subito dopo la
rivoluzione francese; in quel periodo, lo stato
pretendeva avere una funzione specifica e
indipendente dalla Chiesa. Lungo tutto il
ventesimo secolo, il processo è stato uno di
secolarizzazione nel quale le persone si sono
sempre più distanziate dalla Chiesa e del suo
insegnamento, ma la cultura francese rimaneva
globalmente influenzata dai valori cristiani.
Arriva così una terza fase dove questa
cultura stessa si distanzia dal cristianesimo :
Hervieu-Léger la chiama ex-culturazione,
qualche volta de-culturazione. Chiaramente è un
processo opposto all’inculturazione che molte
Chiese d’Africa stanno vivendo.
Quello che mi ha sorpreso nell’argomentazione della sociologa francese è
che per lei la parrocchia va capita all’interno
dell’istituzione ecclesiastica. Personalmente
non sarei stupito che essa abbia ragione. Mi
sembra che la parrocchia, tal quale è
attualizzata, appartenga più alla forma
istituzionale del cristianesimo.
Dalla
congregazione alla comunità
Nella storia delle religioni, ci sono sempre stati gruppi che hanno voluto
costruire un mondo nuovo all’interno della
società, in qualche senso un ghetto dove i valori
a cui credevano fossero messe in pratica.
Così ai tempi di Gesù di Nazaret possiamo
vedere la comunità degli Esseni ritirarsi a
Qumran, presso il Mare Morto, per vivere secondo
la loro fede giudaica.
Tuttavia, io, cristiano, devo notare come
Gesù si è distanziato da questo movimento, come
anche dal gruppo di Giovanni Battista.
Mi pare chiaro che Gesù non ha voluto che
la sua comunità costituisca un ghetto separato
dal resto della società.
Quando guardiamo alla storia della vita religiosa, possiamo costatare come
la relazione tra vita religiosa e mondo è stata
vissuta diversamente. I primi che sono andati nel
deserto d’Egitto danno l’impressione che si
ritirano dal mondo, ma di fatto, questo ritiro era
strategico, nel senso che nel deserto volevano
affrontare direttamente il diavolo, i diavoli, che
sono la principale forza negativa all’interno
del mondo: si ritirano nel deserto per combattere
più apertamente i diavoli del mondo.
Più evolve questo movimento della vita
religiosa, più chiaramente si vede che i
religiosi concepiscono la loro missione
all’interno della società. I monasteri di san
Benedetto possono essere in campagna, ma come lo
mostrano gli storici, sono il cuore della società
medievale. A partire del XV secolo, appaiono le
comunità apostoliche che capiscono più
direttamente una loro missione nel mondo,
specialmente nel campo dell’educazione e della
salute. Un’altra tappa della storia della vita
religiosa si sviluppa quando più chiaramente si
distinguono stato e chiesa, società e religione,
cioè a partire del XVIII secolo;
a quel momento, le comunità missionarie
appaiono per significare ancora di più che nel
mondo le religiose e i religiosi non possono fare
tutto, ma devono concentrarsi sull’aspetto più
religioso della missione cristiana. Adesso,
all’alba del terzo millennio, quale altro
passo dobbiamo fare per meglio seguire Gesù
Cristo?
Nel suo ultimo capitolo, la sociologa Hervieu-Léger parla dei nuovi luoghi
dove si vive oggi la missione di Gesù di Nazaret :
-
nei santuari e nei monasteri che sono meta
di pellegrinaggio,
-
negli eventi speciali dove accorrono i
giovani, come la Giornata mondiale della Gioventù;
-
anche in tutti questi gruppi e comunità
piccole che si radunano attorno ad una persona più
carismatica e che talvolta danno nascita a
movimenti stabili e duraturi.
Mi ricordo che alla celebrazione mondiale dei giovani, durante l’anno
giubilare, il Papa aveva invitato qualche leaders
di questi movimenti a venire testimoniare la loro
esperienza cristiana.
Personalmente credo che un impegno presso questi gruppi e movimenti è oggi
più missionario che un impegno parrocchiale.
La missione dei religiosi e delle religiose
dovrà attuarsi nella comunità in senso largo, o
devo dire meglio: in varie comunità. Questa è la
mia convinzione. Questo non significa che tutte e
tutti dobbiamo lavorare alla FAO o a Amnesty
International, ma le congregazioni devono mettere
più persone, più energie e più spese a lavorare
con le nuove comunità.
Oggi il Regno si costruisce non più prioritariamente all’interno del
quadro istituzionale, neanche solamente
all’interno del cristianesimo. Una
collaborazione con delle organizzazioni come
Greenpeace o gli altermondialisti mi sembra essere
totalmente nella linea della spiritualità di Gesù.
Questo non significa che io canonizzo queste
organizzazioni e che credo che in loro tutto sia perfetto;
ma credo che un religioso possa essere
totalmente nella ‘sequela Christi’
impegnandosi presso queste organizzazioni.
Se la priorità missionaria non deve essere data al quadro istituzionale,
bisogna capire che priorità non significa
esclusività. La missione rimane possibile in
parrocchia. Perciò,
in questa relazione, anche se do una priorità
alla missione nel mondo, tengo anche conto della
missione in contesto parrocchiale.
2. LE PRIORITÀ DI GESÙ DI
NAZARET
Vaticano
II: la ‘sequela Christi’
Voi conoscete bene il secondo concilio del Vaticano e la sua strategia di
rinnovamento della vita religiosa. Sapete che il
concilio ha discusso del posto dei religiosi nel
Popolo di Dio; finalmente Vaticano II ha concluso
che i religiosi non fanno parte della struttura
gerarchica della Chiesa, ma costituiscono un
gruppo speciale che cerca di seguire Cristo più
da vicino; dunque,
in Lumen Gentium, il capitolo sui religiosi non si
trova tra quelli sulla gerarchia e sul laicato, ma
dopo il quinto capitolo sulla vocazione universale
alla santità.
Chiaramente, la vita religiosa non deve
limitare la sua missione al quadro gerarchico o
istituzionale del Popolo di Dio.
Ricordo solamente una dichiarazione rivoluzionaria che si trova
all’articolo 2 di Perfectae Charitatis:
“La norma ultima della vita religiosa
è di seguire Cristo” .
Secondo me, è questa ‘sequela Christi’ che costituisce il principio
motore per una nuova comprensione della vita
religiosa. Oggi, cosa significa seguire Cristo?
La
funzione della vita religiosa nelle società umane
Mi pare che una nuova comprensione della vita religiosa è stata inaugurata
quando ci siamo resi conto che non solamente
cattolici o cristiani si fanno religiosi, ma che
la vita religiosa esiste praticamente in tutte le
grandi tradizioni dell’umanità. È il
Missionario del Sacro Cuore d’origine irlandese,
Diarmuid O’Murchu, che secondo me ha studiato
meglio questo aspetto della vita religiosa in tre
suoi libri di cui mi ispiro abbondantemente.
Conosciamo abbastanza bene l’esistenza dei monaci e delle monache nella
tradizione buddista però O’Murchu spiega che
queste persone esistono in tutte le culture. Qual
è dunque la visione, quali sono le aspirazioni ed
i valori che queste esperienze hanno in comune?
O’Murchu lo chiama la ‘liminalità’.
Che cosa è questo carattere liminale?
Non si tratta di aderire ad un movimento
religioso né di professare una forma speciale di
spiritualità.
Non si tratta neanche di un fenomeno
psicologico anormale o patologico, anche se
qualche volta ha potuto degenerare.
Se la vita religiosa ha preso forme di
vita, elaborato regole, usi e costumi che sono
molto diversi da una cultura all’altra, c’è
un fondo comune:
tutte queste persone aspirano a vivere più
intensamente i valori sognati come un ideale dal
loro gruppo umano.
Hanno dunque una doppia funzione :
-
aiutano il gruppo a prendere coscienza dei
limiti dello status quo
-
e progettano l’immagine dei valori a cui
spesso inconsciamente il gruppo aspira.
Ogni cultura ha bisogno della vita religiosa per sfidare le sue imperfezioni
e spronare il suo cammino verso un meglio vivere
assieme. Le culture hanno bisogno dei religiosi
per prendere coscienza dei valori e per essere
stimolati a metterli in pratica.
In questo senso, la vita religiosa completa l’istituzionale in ogni società;
l’umanità non potrebbe vivere assieme senza
istituzioni culturali, economiche, politiche,
sociali e religiose; ma senza la liminalità dei
religiosi, l’istituzionale rischia di
legalizzare, di burocratizzare, di dogmatizzare,
di definire e di limitare, di clericalizzare,
tutte minacce all’abbondanza della vita ed ai
valori che danno senso all’esistenza.
Nella tradizione giudaica e cristiana, questo insieme di caratteri è spesso
definito come ‘profetico’.
Possiamo dunque farci la domanda: se
vediamo un declino della vita religiosa in
Occidente, non potrebbe essere perché religiose e
religiosi hanno cessato di essere d’autentici
profeti? Quale
cammino intraprendere per superare questi ostacoli
e permettere di nuovo alle religiose e ai
religiosi di esercitare nel mezzo del mondo la
loro missione profetica essenziale ?
Se la diagnosi fatta è esatta, varie piste
si offrono :
-
è
ovvio che il rinnovamento postconciliare è stato
molto ecclesiastico;
il nostro sguardo era fisso sulla Chiesa e
non sul mondo. Mi pare che dobbiamo cessare di
fissare solamente la Chiesa e guardare un pò di
più il mondo per cui esistiamo. Il vero contesto
dove la nostra vita trova un senso non è quello
della Chiesa, ma la situazione del mondo e dei
suoi bisogni.
Non mi sembra difficile riconoscere che
quasi tutti i nostri fondatori sono stati
specialmente sensibili a qualche bisogno del
mondo. Dobbiamo di nuovo dichiarare che la nostra
vera missione non è all’interno della Chiesa ma
nel mondo, non il mondo del passato, ma il mondo
del 2004, con le sue gioie e speranze, con le sue
tristezze e le sue angosce, secondo
l’espressione che ha dato il suo titolo
‘Gaudium et spes, luctus et angor’ alla
Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo
contemporaneo.
Mi pare che oggi siamo allo stesso incrocio
dell’inizio dell’Esodo: Javhé si china sul
mondo e vede la miseria dei suoi figli; la sua
reazione è di chiamare Mosé per la missione.
Oggi se Iddio guarda il mondo del 2004, quante
miserie vedrebbe? Non c’è dubbio che la sua
stessa compassione lo spingerebbe a chiamare nuovi
Mosè per una nuova missione nel mondo d’oggi:
“Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto
e ho udito il suo grido a causa dei suoi
sorveglianti;
conosco infatti le sue sofferenze.
Sono sceso per liberarlo (…)
Ora và, io ti mando ! “
(Es 3, 7-8.10).
-
Sarebbe possibile che il mancato rinnovo
della spiritualità sia stato causato da una
mancata riflessione sui valori?
È certo che ogni periodo della storia
dell’umanità mette in rilievo alcuni valori;
quando il mondo cambia, la gerarchia dei
valori cambia. È possibile che i valori su cui si
basa l’attuale modo di essere religiosi non
siano più significativi per l’umanità del
terzo millennio? Quale significato ha un
obbedienza copiata sul modello militare? Quale
senso ha un voto di povertà in un mondo che cerca
di eliminare ogni forma di povertà?
Come capire la castità in una cultura dove
la persona umana non può raggiungere la sua
maturità senza assumere la sua dimensione
affettiva? Quale forma di vita comunitaria
favorire all’epoca della mondializzazione e
dell’omogeneizzazione delle culture? Se
Gesù di Nazaret tornasse oggi, di quali valori
del Regno di Dio egli sarebbe un testimone?
Per rispondere a questa sfida, dobbiamo dunque tornare la nostra attenzione
su Gesù di Nazaret e rispondere alla stessa
domanda :
“Chi dite che io sia?” (Marco
8,29).
Il
fondatore della nostra religione cristiana
Quando esaminiamo il Nuovo Testamento e percorriamo la tradizione cristiana,
un numero straordinario di cristologie ci è
presentato. Per
noi che vogliamo imitare Gesù in modo speciale,
è essenziale domandarci com’è stato il vero
Gesù di Nazaret. Tra tutti questi discorsi su Gesù,
quale scegliere?
Viene naturale rispondere in primo luogo che Gesù di Nazaret è il
fondatore del cristianesimo. Ma com’era questo
fondatore del cristianesimo!
Confucio e Budda furono dei guru che hanno
domandato ai loro seguaci di tornare su di sé e
di fare un lavoro di trasformazione personale per
raggiungere la salvezza. Si tratta di una saggezza
personale. Ancora adesso, in tutti i suoi libri, il Dalai Lama ripete
che la sola autentica rivoluzione non può
essere economica, politica o tecnica, ma è quella
interiore.
Come paragonare Gesù a Maometto, il fondatore dell’islam ? Gesù ha
rifiutato di prendere il potere dello stato per
realizzare il Regno di Dio, mentre il fondatore
dell’Islam e le nazioni musulmane non temono di
usare il potere dei governi e la loro violenza per
imporre la legge coranica.
Per alcuni aspetti, Gesù di Nazaret rassomiglia ad un filosofo cinico, come
Diogene, un saggio itinerante, che passa da un
villaggio all’altro, vivendo con pochissimi beni
materiali, una sola tunica e pochi bagagli.
Però Gesù, chiaramente, è qualcosa di più:
è un profeta.
I vari
giudaismi
Nel 2000 la Direzione generale del mio istituto mi ha permesso di fare un
soggiorno in Israele;
io l’avevo domandato per meglio capire le
radici giudaiche del cristianesimo e di Gesù di
Nazaret. Quello che mi ha sorpreso è la diversità
interna alla religione giudaica; ho trovato non
solo i fondamentalisti ultraortodossi che
preparano la ricostruzione del tempio perché
secondo loro senza i sacrifici e la classe
sacerdotale la salvezza non è possibile,
ma anche una corrente new age; in mezzo, ho
incontrato un giudaismo detto conservatore molto
vicino alla versione vaticana del cristianesimo.
Due mila anni fa, il giudaismo era fortemente concentrato attorno al tempio,
quello ricostruito da Erode e amministrato da una
classe di sacerdoti e leviti.
Una semplice foto di Gerusalemme fa
immediatamente capire la centralità del Tempio
nella vita di questo popolo.
A qualche metro all’est del tempio
c’era un quartiere dove la classe sacerdotale
abitava, almeno la sua aristocrazia ;
scoperte archeologiche recenti hanno messo
in evidenza il lusso di queste abitazioni. Altri
documenti dell’epoca sottolineano come questa
religione del tempio era diventata ritualista e
formalista. Quello
che già conoscevo di Gesù di Nazaret mi fa dire
che egli non era d’accordo con questa forma
sacerdotale del giudaismo: mi pare
chiarissimo che per Gesù la salvezza ed il Regno
di Dio non si trovano prioritariamente nella
religione del tempio di Gerusalemme. Egli disse
alla samaritana: ‘Credimi, donna, è
giunto il momento in cui né su questo monte, né
in Gerusalemme adorerete il Padre!’ (Gv 4,21).
Non mi stupisce che i vangeli dicono che egli sia stato condannato dal
sinedrio, istituzione principale di quel
giudaismo, e capisco immediatamente il simbolismo
matteano del velo del tempio ‘squarciato in due
da cima a fondo’ al momento della morte di Gesù
(Mt 27,51). Per Gesù, il clericalismo, il
ritualismo e il formalismo della liturgia, dei
riti e delle preghiere non sono via d’accesso al
Trascendente; egli ha detto: “Pregando poi,
non sprecate parole come i pagani, i quali credono
di venire ascoltati a forza di parole!”
(Mt 6,7)
Nella storia d’Israele esistevano almeno due altre importanti correnti :
la corrente regale e il movimento
profetico. Dopo
i giudici, sono stati gli stessi israeliti a
domandare un re : tutti gli altri popoli
avevano un re e si portavano tanto bene?
Immediatamente, un profeta si era opposto; Samuele
li aveva ammoniti:
questo re
prenderà una buona parte delle vostre
raccolte, egli prenderà anche le vostre donne…
Da Davide e Salomone fino a Giosia, questo
popolo ha vissuto momenti di gloria e di
sofferenza in questa forma regale della sua
religione.
All’inizio della nostra era, la Palestina era sotto dominio romano.
Due re sono conosciuti di questo periodo:
Erode il Grande ed Erode Antipa. Ancora oggi i
pellegrini possono visitare parecchi monumenti
costruiti da questi due personaggi, come le città
di Cesarea Marittima e di Tiberiade.
Qual è stato l’atteggiamento di Gesù di
fronte a questo giudaismo regale?
Sefforis, la capitale di Erode il Grande in
Galilea, era a meno di 20 km di Nazaret, ma
secondo i vangeli Gesù non è mai andato a
Sefforis; dopo l’anno 17, Erode Antipa
stabilisce la sua nuova capitale a Tiberiade, a 10
km da Cafarnao, ma i vangeli non mostrano mai Gesù
visitando questa città.
Per Gesù di Nazaret,
il giudaismo regale appare come una
tentazione. Infatti, nel deserto, il demonio aveva
suggerito a Gesù di dominare il mondo intero!
Quando, dopo il miracolo dei pani, la folla
volle proclamarlo re, Gesù si allontanò per
pregare! Il
giudaismo di Gesù non fu quello regale.
Due mila anni fa, nel contesto della sua epoca, il giudeo Gesù ha trovato
almeno tre modi diversi di vivere la sua fede:
c’era il giudaismo regale, il giudaismo
sacerdotale ed il giudaismo profetico. Io sono
convinto che il cammino scelto da Gesù di Nazaret
fu quello dei profeti.
Gesù
un profeta
Gesù di Nazaret fu prima di tutto un profeta. Quando oggi la gente pensa ai
profeti, pensa a delle persone che fanno profezie,
che predicono l’avvenire. Quando si presenta Gesù
come un profeta, cosa si vuole dire?
Se Gesù è profeta, non è perché egli predice il futuro, è perché la
sua vita e il suo insegnamento hanno un carattere
escatologico: l’escatologia è la principale
caratteristica dei profeti: i profeti valutano che
nel mondo c’è non solo del bene ma anche del
male e che questo male deve essere superato!
Ma avverte l’esegeta John Dominic Crossan,
ci sono molte forme d’escatologia, perché ci
sono tre modi principali di superare questo
mal-mondo:
-
nell’escatologia apocalittica il profeta
nega questo mondo annunciando un futuro intervento
diretto di Dio che distruggerà questo mal-mondo e
lo sostituirà con un cielo nuovo ed una terra
nuova. L’apocalisse
è generalmente percepita come una pulizia etnica
effettuata da un Dio che si vendica contro i
malfattori. Questa
escatologia apocalittica traspare nel concetto del
Giorno di Dio ed in alcuni testi del Nuovo
Testamento. Alcuni di voi possono pensare che
queste distinzioni sono lontane dalla nostra realtà;
si sbagliano, perché la corrente fondamentalista
è molto presente in Stati Uniti e in parecchi
paesi arabi:
per l’attuale presidente Bush, il male
dell’Iraq doveva essere distrutto per essere
sostituito dalla pace americana, come in Texas si
cancellano i criminali colla pena di morte.
-
L’escatologia ascetica nega questo mondo
ritirandosi dalla vita sociale e creando uno
spazio dove i fedeli osservano scrupolosamente le
regole. Questi asceti possono vivere da soli nelle
cave del deserto o in comunità come gli Esseni.
Così hanno anche fatto alcune correnti della
filosofia greca e romana, come i filosofi Cinici
ed i Stoici. Così ha anche fatto Albert
Schweitzer che ha talmente negato il suo mondo
europeo che è andato in Africa costruirsene un
altro. Questa fuga del mondo è una tentazione
presente nei dibattiti contemporanei:
sono molti i cristiani a volere creare una
società cristiana non
contaminata dalla modernità. Forse questo
era l’ideale della Democrazia cristiana!
-
La terza forma di escatologia è etica; se
nega il mondo, non è perché lo vuole distrutto o
perché se ne vuole ritirare. Vuole superare il
male del mondo trasformandolo dall’interno con
una azione non violenta: così hanno voluto fare
il Mahatma Gandhi e Martin Luther King. Questi
profeti discernono la presenza del male nelle
persone e nelle strutture sociali e cercano di
cambiarli e di convertirli.
Se Gesù è stato un profeta, quale tipo di escatologia è stato il suo?
Quando leggiamo la tradizione cristiana, non è
facile rispondere alla domanda. Personalmente,
affermo, con John Dominic Crossan, che Gesù fu un
profeta all’escatologia etica :
per Gesù,
è nel mezzo di questo mondo che dobbiamo
costruire il Regno voluto dal Padre.
Il
profetismo
Nei limiti di questa relazione, non posso proporre una panoramica completa
di quello che fu il profetismo nel giudaismo.
Spero i brevi commenti seguenti basteranno
per mettere in rilievo la mia comprensione di Gesù
di Nazaret come profeta.
Al Museo nazionale d’Israele vicino alla Knesset, à Gerusalemme, si
possono vedere delle piccole tabelle d’avorio
che, secondo gli archeologi, ornavano
probabilmente i palazzi dei re del Regno nord, il
Regno di Israele.
Il profeta Amos ha confrontato direttamente
il modo di fare del re Geroboamo.
Ci troviamo qui davanti a due forme di giudaismo, il giudaismo che crede
realizzare la salvezza attraverso il potere dello
stato, che chiamo giudaismo regale, e dall’altra
parte un giudaismo profetico. Nella visione del profeta Amos, questo confronto segue
quattro linee:
-
il profeta denuncia un sistema commerciale
che crea tanti poveri; i malvagi vanno fino a
modificare le misure per aumentare i loro
profitti, egli denuncia (Amos 8,4-6) ;
-
l’ingiustizia di questo sistema compare
soprattutto nelle disuguaglianze che genera;
i ricchi sono sempre più ricchi ed i
poveri sempre più poveri (Amos 2,6-7 ;
5,11-12) ;
-
in
Amos 5,21-24, il profeta mette nella bocca di Dio
un chiaro rigetto del culto celebrato dai
malvagi: “Io
detesto, respingo le vostre riunioni ; anche
se voi m’offrite olocausti, io non gradisco i
vostri doni. “
Anche
Gesù proclamerà: “Non basta pregare Signore, Signore!”
(Mt 7,21)
-
In 7,10-16, Amos si confronta con Amasia,
prete del tempio in Betel. Amasia accusa il profeta di cospirare contro il re. Con
Crossan, possiamo immaginare il dibattito: Amasia
sostiene che Dio aspetta belle liturgie e loro,
nel tempio, obbediscono.
Amos replica:
Dio vuole anche la giustizia e voi non
obbedite! Amasia ricorda al re che quello che il
profeta chiama ingiustizia non è altro che
prosperità commerciale e senso degli affari! Ed
Amos argomenta : Non potete onorare il Dio
della giustizia in uno stato d’ingiustizia!
Crossan ha ragione, qui ci troviamo davanti a due visioni della religione e
del regno: il modello d’Israele è economico:
arricchitevi e sarete felici! Tutti ne
approfitteranno! Il modello del profeta Amos è
l’alleanza con Dio: “ Nel regno del
commercio, la terra che appartiene all’umanità
deve essere esplorata al massimo.
Nel regno dell’Alleanza, la terra
appartiene a Dio e deve essere distribuita il più
equamente possibile.
C’è ancora commercio nell’alleanza ?
Certo, sì !
Tuttavia, la vera domanda è la seguente:
c’è ancora alleanza dove c’è
commercio ?
Questa è la domanda!
Adesso appare con più chiarezza la differenza tra il metodo regale
dell’Islam e il metodo dei profeti.
Come vivere concretamente questo metodo
profetico? Mi
limito a ricordarvi un articolo di Stefano Bittasi,
s.j. dove sviluppa le quattro direttrici sulle
quali avviene il confronto del profeta col suo
ambiente:
a)
Il profeta vede, come Javhé aveva visto le
miserie del suo popolo.
b)
Il
profeta denuncia.
Bittasi commenta: “C'è uno sgolarsi del profeta che nel primo momento
della sua missione di inviato, crede fortemente
che il suo denunciare possa ipso facto produrre un
cambiamento significativo, una riflessione, un
cambiamento. Presto però fa l'esperienza del
disinteresse, dell'assoluta distanza. Sì accorge
che sì continua a non vedere ciò che a lui pare
così evidente.”
La storia della Chiesa da la testimonianza di profeti anche di fronte
all’istituzione ecclesiastica, come santa
Caterina da Siena che scriveva ad un cardinale :
“Basta col silenzio! Gridate con cento mila
lingue! Vedo
che col silenzio il mondo è putrefatto”.
c)
Il profeta si sente co-responsabile
d)
E finalmente il profeta agisce.
Questo raggiunge un’altra caratteristica di Gesù di Nazaret nella sua
contestazione dei farisei e del giudaismo del
tempio. Gesù di Nazaret non rigetta tutto quello
che è fariseo;
il vangelo di Giovanni racconta il suo
incontro con Nicodemo. Ma se c’è qualcosa della
corrente farisaica che Gesù non può digerire, è
la loro ipocrisia: “ Sulla cattedra di
Mosé si sono seduti gli scribi ed i farisei.
Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma
non fate secondo le loro opere, perché dicono e
non fanno!”
(Mt 23,3)
Io che sono un intellettuale, quante volte ho sentito il rimprovero: parli
molto, ma fai poco! Il gnosticismo ha creduto che
la sola conoscenza poteva portare la salvezza!
Basta sapere per salvarsi? Basta imparare le verità della fede ?
Basta conoscere bene tutto il catechismo?
Com’è il Gesù che vogliamo seguire?
Fu un saggio che ha proclamato la Parola di
Dio o un profeta che ha voluto trasformare il
mondo? Gesù fu un professore della saggezza
divina nascosta dalla creazione del mondo o un
attivista che ha provocato la società del suo
tempo ad essere più partecipativa ed ugualitaria?
L’esegeta americano John Dominic Crossan
mostra che questo dibattito è stato presente nei
primissimi anni del cristianesimo.
Ricordiamoci che dalla Galilea hanno
cominciato a circolare dei profeti itineranti.
Alcuni vedevano in loro una attualizzazione, cioè
una imitazione di Gesù di Nazaret.
Come si intravede all’inizio della Didaché
(1,3-2,1) questi profeti proclamavano un
catechismo che sintetizzava le parole di Gesù, i
suoi ‘detti’.
Ben presto, le comunità cristiane si sono
reso conto che diversi profeti annunciavano
diversi catechismi; come discernere il vero dal
falso profeta? Dopo l’anno 30, Gesù non era più
presente per correggere gli erranti!
Allora come fare
Un passo della Didaché è molto interessante per noi.
Dice : “ Non tutti che
parlano nello spirito sono veri profeti, ma
solamente quelli che hanno le
‘caratteristiche’ del Signore!”
(2,7-8)
È la parola greca tropoi che ho tradotto qui con la parola italiana ‘caratteristiche’,
ma altre traduzioni hanno scelto le parole:
maniere, modi, stile di vita condotta…Una cosa
è chiara: per discernere il vero dal falso
profeta, non bastano le sue parole, bisogna vedere
se vive come il Signore Gesù.
Questo mi pare fondamentale : non
sono le parole il vero stampo di colui o colei che
vuole seguire Gesù, ma come vive, il suo stile di
vita, la
sua condotta !
Questo raggiunge alcuni detti che troviamo
nei vangeli canonici, redatti qualche decennio
dopo questi versetti della Didachè: “Beati
coloro che ascoltano la parola di Dio e la
osservano!” (Lc
11,28).
Cosi anche insegna la parabola del seminatore che getta la seme in vari
terreni (Mt 13,1-23). Non basta proclamare il
Vangelo, bisogna viverlo!
Come i profeti, Gesù non annuncia un avvenire lontano ne propone solamente
una consolazione nell’attesa degli ultimi tempi;
egli vuol una conversione qui ed adesso, perché
è qui ed adesso che si costruisce il Regno di
Dio; come i profeti, Gesù non propone nuove leggi
o un nuovo rituale, ma egli annuncia ai colpevoli
che non possono salvarsi senza una profonda
conversione che trasforma la loro vita e la loro
società. Forse
più che i profeti, Gesù si è solidarizzato coi
poveri, coi lebbrosi, colle donne e i bambini, con
le adultere e gli agenti delle imposte,
solidale con tutte le persone emarginate ed
escluse… Gesù di Nazaret ha sfidato
l’interpretazione regale e sacerdotale del
giudaismo per scegliere l’interpretazione
profetica. Egli ha sfidato il giudaismo regale quando ha rigettato il
potere come la via verso il Regno;
quando ha rigettato la strategia della
conquista e del controllo in favore della
solidarietà e della partecipazione di tutti;
quando ha rifiutato di andare a Sefforis o
Tiberiade per confrontare il potere; quando ha
incluso nel suo gruppo tutti gli emarginati della
sua società ed ha proposto lo stesso salario a
tutti qualunque lavoro avevano realizzato.
Gesù ha sfidato il giudaismo sacerdotale
quando ha proclamato che la persona è sempre più
grande della legge ; quando ha trasmesso la
sua missione non ad un gruppo ristretto ma a tutti
i suoi discepoli ;
quando ha incluso i peccatori nel cerchio
dei suoi amici…Il Regno non concerne leggi, di
riti e di credenze; il regno concerne la capacità
di impegnarsi nella costruzione comune d’un
mondo migliore.
Nel battesimo, siamo stati resi partecipi della missione regale, sacerdotale
e profetica di Gesù. Mi pare chiaro che
all’inizio del terzo millennio, coloro che
vogliono seguire Gesù di Nazaret più da vicino
devono dare priorità alla dimensione profetica
della triplice missione di ogni discepolo di
Cristo.
3. UNA SALVEZZA PER OGGI
Cosa
è la salvezza?
Il discorso tradizionale sulla salvezza ci ha abituato ad un tale grado di
astrazione che abbiamo difficoltà a vedere la sua
dimensione concreta e pratica. Oggi più che mai
non possiamo limitarci a predicare e a vivere di
una salvezza che sarebbe solamente nel mondo
dell’aldilà o unicamente una grazia di Dio che
avremmo da accogliere passivamente.
No, dobbiamo affermare chiaramente due
cose: primo, la salvezza concerne anche il mondo
quaggiù e, secondo, tutte e tutti abbiamo da
collaborare col piano divino della salvezza:
in altre parole, siamo tutti missionari.
In questa breve relazione, è ovvio, l’avete già capito, che devo
semplificare, ma parlo a religiose che sapranno
poi fare le sfumature necessarie.
In parole semplici, cosa è la salvezza?
La salvezza trova un senso nella visione
profetica di un mondo né paradiso né inferno:
in questo nostro mondo, c’è del bene e
del male. Dobbiamo conservare e incoraggiare il
bene, anche questo fa parte della strategia
missionaria; ma soprattutto dobbiamo combattere il
male. Nell’escatologia giudaica, abbiamo visto
che c’erano varie strategie per salvare il
mondo: l’apocalittica sogna alla distruzione del
male e all’apparizione di un mondo nuovo;
la corrente ascetica vuole, come a Qumran,
costruire un ghetto di buoni e di puri, un ghetto
separato dal mondo cattivo. Né l’escatologia
apocalittica, né quella ascetica sono, secondo
me, la scelta di Gesù di Nazaret. L’atteggiamento profetico di Gesù è etico: questo
significa che anche lui giudica che nel mondo c’è
del buono e del male, ma la soluzione non è di
sradicare la zizzania, è di cercare con tutte le
sue forze ed energie a trasformare questo mondo.
In parole povere, noi collaboriamo al piano divino di salvezza ogni volta
riusciamo a mettere in questo mondo meno odio e più
amore e carità, meno violenza e più giustizia e
uguaglianza, meno morte e meno errore e più vita
e verità…
Concretamente cosa questo programma può significare per la missione delle
religiose? Quali
sono i servizi qualificati che noi possiamo dare a
questo mondo martoriato?
Quali ministeri per ravvicinare il mondo al
Regno di Dio? Mi accontenterò di menzionare
cinque settori di ministeri al mondo
particolarmente importanti.
I
ministeri per un migliore mondo economico
La nostra formazione ci ha abituato a pensare che la nostra missione e
vocazione non avevano niente da fare colla
economia e le finanze.
Questo è molto strano, perché allo stesso
momento ci si parlava di povertà! A me sembra
chiarissimo che non è possibile comprendere il
voto di povertà fuori del contesto della nostra
relazione coi beni del mondo, con tutto quello che
la gente ordinaria chiama l’economia!
L’economia non è altro che la gestione dei
beni. Il voto di povertà significa che sono umane
non qualunque relazioni coi beni, colla proprietà
e colle ricchezze;
è possibile perdere la nostra umanità nel
consumismo e la ricchezza: “Che giova
all’umano guadagnare il mondo intero se poi si
perde o rovina se stesso?” (Lc 9,25)
Perciò tutte le grandi tradizioni spirituali dell’umanità raccomandano
sobrietà e austerità! Confucio raccomandava: “Onori
e ricchezze sono ciò che l’umano desidera di più
nel mondo, eppure meglio rinunciarvi piuttosto che
allontanarsi dalla via! Umiltà e povertà sono ciò
che l’umano fugge di più nel mondo, eppure
meglio accertarli piuttosto che allontanarsi dalla
via!”
Il voto di povertà è stato concepito come una salvaguardia contro gli
abusi dell’abbondanza e della proprietà. Se
valutiamo il modo che viviamo oggi questo voto,
possiamo costatare che il suo significato è stato
perso:
-
la spiritualità della povertà insiste,
non sulla gestione, ma sul distacco e il rigetto
dei beni del mondo.
Non è così che i fondatori delle grandi
tradizioni spirituali dell’umanità l’hanno
vissuto: Gesù loda la bellezza dei fiori e gode
del buon vino a Cana! Gesù di Nazaret non ha mai
esaltato la povertà, ma ha preso posizione
accanto ai poveri.
-
Il voto di povertà è vissuto più
individualmente che comunitariamente: i singoli
religiosi vivono poveramente, ma non si può
sempre dire la stessa cosa delle comunità. Basta
vedere le case che costruiscono e i mezzi di
trasporto che usano!
-
Cosa significa il voto di povertà per
religiosi e religiose in Africa quando il loro
stile di vita è molto più elevato delle loro
famiglie e del loro popolo? In Africa si fa un
voto di povertà per vivere una vita non povera!
La mia domanda è la seguente: è
ancora possibile nel 2004 vivere la povertà come
nel 1900, come nel 1700? L’arricchimento
straordinario dell’umanità nel XX secolo
costituisce, secondo me, un contesto totalmente
nuovo che esige una revisione profonda della
nostra relazione ai beni materiali.
Oggi, quale servizio, cioè quale ministero
possiamo rendere a questo mondo?
Ovviamente la miseria non è del tutto scomparsa dalla faccia della terra, e
capisco bene le religiose e i religiosi che
dedicano le loro energie in questo settore.
Personalmente credo che la nostra missione
non deve più essere prioritariamente
nell’assistenza ai più poveri.
Ammiro Madre Teresa che ha fatto questo, ma
il suo modo di fare missione non mi sembra dovere
essere prioritario adesso.
Ricordo lo slogan:
è bello dare un pesce a chi ha fame, però
è ancora meglio insegnargli a pescare!
Certo il capitalismo ha prodotto frutti straordinari nel XX secolo, però
dobbiamo ricordarci che ci sono molti sistemi
diversi di applicarlo: il sistema capitalista in
Italia è molto diverso di quello in Norvegia;
l’economia capitalista era applicata in Gran
Bretagna in modo differente che in Francia;
Stati Uniti e Canada vivono due sistemi
economici diversi, tutte e due capitalisti! Il
capitalismo produce grano buono e zizzania!
Quello che Giovanni Paolo II ha combattuto
coraggiosamente è l’ideologia del comunismo, e
il suo ministero ha portato frutti straordinari! Oggi sono convinto che la nostra lotta deve continuare questa
azione non più contro una ideologia politica, ma
contro l’ideologia economica attualmente
dominante: il
neoliberalismo.
Secondo me, la priorità nostra deve essere di combattere i peggiori effetti
del neoliberalismo.
Cosi fanno i gruppi e movimenti cosiddetti altermondialisti che si
incontrano a Porto Alegre o a Mumbay. Non tutto è
perfetto all’interno di questi gruppi, ma
secondo me, oggi è prioritariamente lì che si
costruisce il regno. La promozione della
giustizia, a livello locale, regionale, nazionale
e internazionale, fa parte
dell’evangelizzazione.
Quasi tutte le parrocchie hanno dei programmi e dei servizi per i poveri ed
emarginati. Spesso
questi programmi sono assistenziali.
Non nego la loro utilità a breve termine,
ma aggiungo che limitare cosi la nostra missione
è un tradimento del Regno che Gesù ha inaugurato
e che dobbiamo continuare. Nei paesi francofoni,
questa assistenza ha preso la forma della
Saint-Vincent-de-Paul! Questo sistema era già
molto migliore del ministero dei poveri lasciato
alla iniziativa dei preti!
Ma c’è una terza tappa del ministero economico che dobbiamo adesso
mettere in pratica:
non più solamente rispondere alle
situazioni di emergenza e organizzare
l’assistenza dei poveri, ma combattere, non i
sintomi, ma le cause di queste situazioni, cioè
lottare affinché nelle nostre società siano
eliminate le strutture, le leggi, le regole, le
abitudini che producono povertà, disuguaglianza e
ingiustizie.
Non è facile: non siamo stati formati
all’analisi sociale per capire le cause
strutturali dei problemi economici, perfino la
nostra formazione economica è molto deficiente!
Siamo molto migliori a preparare la liturgia e i
canti! Queste lotte sono per definizione
conflittuali, e non preferiamo l’armonia e
l’ordine! Ammiro i gruppi di religiosi e religiose che hanno protestato
pubblicamente a Genova all’occasione del Summit
del Gruppo dei 7!
Per meglio intervenire in questo nuovo
campo, molte congregazioni hanno formato delle
Commissioni di Giustizia e Pace.
Rapidamente queste commissioni hanno capito
che sole non potevano fare gran ché; forse non
c’è altro modo che di allearsi con gruppi già
organizzati, certo col rischio di essere
recuperati, certo col rischio di trovarci in
posizione ambigua! Spesso religiose e religiosi sono della classe media e
abbiamo pochi contatti diretti coi poveri; perciò
è difficile riconoscere i drammi vissuti da loro
e discernere i meccanismi sociali che li
producono. Ci vuole umiltà per riconoscere che
non abbiamo tutte le risposte e che vogliamo
cercare con tanti altri, anche di partiti politici
diversi, anche di filosofia ed anche di religioni
diversi! Però
basta con le prediche che fanno appello
all’elemosina, che parlano astrattamente del
servizio al prossimo e dell’aiuto ai bisognosi! Il mondo d’oggi ride di queste pie esortazioni.
I
ministeri per l’ecologia
Nel XX secolo, l’umanità ha
preso coscienza che la sua relazione colla materia
non poteva essere solamente una di controllo, di
dominio e di sfruttamento.
Se il voto di povertà ha da fare con la
relazione col creato, deve anche esaminare questo
aspetto, sto parlando della sua dimensione
ecologica. La presa di coscienza da parte
dell’umanità si è manifestata specialmente nel
1987 con la Relazione della Commissione mondiale
sull’Ambiente e lo sviluppo di cui Mad.
Brundtland è stata la presidente;
questa relazione parlava di ‘sviluppo
sostenibile’!
Mi pare ovvio che il voto di povertà non consiste a professare la povertà,
ma uno sviluppo sostenibile. Ha forse ragione il
missionario irlandese Diarmuid O’Murchu che
suggerisce di sostituire il voto di povertà con
un voto di sostegno reciproco: la terra ci
sostiene e noi sosteniamo la terra.
Tutto il creato ci è dato da Dio per
nutrirci, sostenerci e avere una buona vita;
Iddio non ci da la sua creazione per
abusarne e distruggerla. Dobbiamo accompagnare il
processo incompiuto di creazione divina,
dobbiamo fare in modo che la nostra
generazione possa usufruirne e trasmetterlo ai
suoi figli affinché anche loro possano goderne e
trasmetterlo alle generazioni successive.
Per ciò, come l’ha proposto la
Commissione Brundtland, sostegno e sviluppo devono
essere vissuti in modo complementare e non
antagonista.
Ho notato quanto le religiose sono più sensibili a questa dimensione che i
religiosi! Brave!
Tuttavia se valuto che qualche passo è
stato fatto, giudico anche che il cammino è
ancora lungo!
All’interno delle nostre comunità, come mettiamo in pratica le
raccomandazioni di rispetto dell’ambiente?
Parliamo della terra come di un oggetto da
sfruttare o come di una madre da rispettare?
Però quello che manca è il nostro impegno
coi gruppi e movimenti che lavorano in questo
settore. Oggigiorno,
mi sembrerebbe del tutto normale che ogni
congregazione religiosa valuti periodicamente il
suo impegno ecologico; mi sembra opportuno che
ogni parrocchia abbia un comitato o commissione
che favorisca la presa di coscienza da parte di
tutti i parrocchiani e vigili per mettere in
pratica pratiche più ecologiche.
Qualche anno fa, ho partecipato a esercizi spirituali organizzati dalla
Conferenza religiosa canadese sull’ecologia:
ogni giorno una religiosa o un religioso, esperto
in biologia, in astronomia, in botanica, in
etologia ci ha accompagnato per un giro di
eco-contemplazione; poi, tutti assieme, siamo
tornati alla rivelazione e alla tradizione
cristiana per rileggere la nostra esperienza in
una eco-teologia;
finalmente tutti dovevano avanzare
nell’eco-impegno, cioè prendendo impegni
precisi e concreti nella loro relazione colla
creazione. Per me, questi esercizi sono stati una
vera rivelazione;
in quanto missionario, ero già stato
abituato dalle teologie della liberazione a
accogliere la Parola di Dio nei contesti sociali;
una personale sensibilità mi aveva anche
fatto riconoscere la presenza divina nelle diverse
culture, però devo ammettere che il contesto
ecologico della Parola divina mi era quasi
sconosciuto.
Bisogna
riconoscere che ogni esperienza di Dio ed ogni
esperienza spirituale avviene nel contesto della
creazione. Forse
ha ragione O’Murchu, in un altro libro, a
parlare della creazione come la prima rivelazione
nel contesto della quale devono essere
interpretati tutte le altre rivelazioni.
Certamente, il creato è un contesto significativo
per l’esperienza spirituale.
Mi sembra che esercizi simili dovrebbero essere
organizzati in tutte le parrocchie e tutte le
comunità religiose.
Il Catechismo della Chiesa cattolica parla di ‘religioso rispetto
dell’integrità della creazione’ (art. 2415).
Ha ragione di caratterizzare questo
rispetto di ‘religioso’, perché ovviamente
questo rispetto è costitutivo dell’esperienza
religiosa. Nel paese dove visse Francesco, voi,
religiose e religiosi d’Italia, avete un dovere
speciale in questa missione verso l’umanità
intera.
I
ministeri dell’interculturalità
La mondializzazione non ha soltanto portato sulle nostre tavole frutti,
ortaggi e carni di tutto il mondo e prodotti da
industrie multinazionali, la mondializzazione ha
anche portato a Roma, in Italia, in Europa ed in
tutti i paesi del mondo persone provenienti da
moltissime nazioni della terra.
Nel paradigma missionario di questi ultimi
secoli, è probabilmente vero che siamo andati
presso pagani portare la fede cristiana e presso
primitivi portare i benefici della civiltà
occidentale!
Adesso, all’inizio del terzo millennio,
la situazione è completamente cambiata:
possiamo costatare che l’interculturalità
è un dato di fatto in quasi tutti i paesi del
mondo.
In questo settore, le statistiche sono difficilissime da verificare,
soprattutto a causa dei cosidetti
clandestini ed illegali. Attorno all’anno 1990,
c’erano circa 17 milioni di profughi e esiliati,
20 milione di persone spostate, 30 milioni di
migranti regolari e 30 milioni ‘irregolari’;
il totale raggiungeva dunque nel 1990 quasi
100 milioni di persone!
Uno studio più recente da un totale
di circa 150 milioni di persone che
attualmente vivono fuori della loro patria.
Si comprende che un esperto ha potuto
parlare dell’’era della migrazione’!
Dopo i trattati di Augsburgo e di Wesfalia del 1648, il governo del mondo ha
poggiato sulle nazioni dando loro sovranità e
cittadini; è
chiaro che queste nazioni erano largamente
costruite su una certa omogeneità culturale e
religiosa: si
diceva: “Cuius
regio eius et religio”!
Dopo tre secoli, sappiamo che questa
governo del mondo a partire delle nazioni ha
generato molte guerre di civiltà e di religioni!
Oggi siamo coscienti che ci vuole un nuovo
sistema di governo.
Credo che la maggior parte delle comunità qui presenti siano
internazionali;
questo significa che hanno membri da
diversi paesi e culture. In fatto di
interculturalità, noi abbiamo una esperienza che,
credo, nessun altra organizzazione ha! Questo ci
dovrebbe condurre a riconoscere un nostro dovere
speciale a mettere questa esperienza, certo, fatta
di gioie ed anche di sofferenze, a servizio
dell’umanità. Siamo esperti di interculturalità.
So bene che in questo paese, come in molti altri paesi del nord, sono tanti
i religiosi e tante le religiose che hanno
sviluppato servizi per i migranti, specialmente
per le donne. È ovvio che questi ministeri devono
essere rafforzati e incoraggiati. Non si tratta
solamente di testimoniare dello spirito di
accoglienza e di ospitalità caratteristico del
giudaismo e di molte culture tradizionali; si
tratta anche di aiutare questo nostro mondo
globale ad allargare i suoi orizzonti senza mai
tradire la ricchezza della diversità. Bisogna
apprezzare i restauranti cinesi e giapponesi senza
rinnegare la pizza e la pasta! È possibile?
È possibile costruire nuovi spazi di
incontro e di scoperta dell’altro, nella
tolleranza e nell’apertura, luoghi dove
discernere nel diverso l’azione dello Spirito già
presente ancora prima che il Vangelo sia
proclamato!
Risposte semplici, non ne ho, non ne abbiamo; però i valori del Regno ci ispirano! |