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CONVEGNO NAZIONALE MISSIONARIO RELIGIOSE 

PONTIFICIA UNIVERSITA’ URBANIANA

Roma, 11- 14  Marzo 2004

SINTESI ED ORIENTAMENTI

Viviamo in un momento tragico di trasformazioni planetarie. Come sempre in tempi critici, i cambiamenti sono accompagnati da eventi drammatici, non rare volte di difficile interpretazione.  Restiamo turbate per il corso della storia che sembra andare alla deriva. Di questo fatto, ne ha preso coscienza la Chiesa, che da decenni ha intuito che  questo momento chiama a raccolta tutte le forze ecclesiali, perché proclamino che solo in Cristo sono possibili la salvezza dell’umanità e la comunione tra tutti i popoli. La Conferenza Episcopale italiana, in sintonia con tutte le chiese sparse nel mondo, ha richiamato tutti, comunità e persone,  al dovere di comunicare il Vangelo a questo mondo in trasformazione. Nella comunità parrocchiale indica ancora la struttura base da cui partire per la nuova e prima evangelizzazione.

Le religiose hanno sempre costituito per la Chiesa e per l’umanità un fermento creativo, hanno accompagnato i cambiamenti, stando vicine con cuore materno e con la loro sensibilità femminile, a chi pagava  più pesantemente il ribaltamento di situazioni. Anche oggi esse sono chiamate in causa, a loro la Chiesa, che è corpo di Cristo,  dice: “Andate dai miei fratelli e dite loro…” Il compito non è facile. Varie sono le cause che non ci lasciano prendere lo  slancio verso i nuovi orizzonti. Una Chiesa che risente ancora di un certo clericalismo, anche se la riflessione del Vaticano II ha ridato la dignità vocazionale a tutti i membri del popolo di Dio, e specialmente ai religiosi/e ai quali si richiede di essere profeti, testimoni del Regno, e poeti  e operatori della carità e solidarietà. Si tratta anche delle nostre comunità, nelle quali non poche volte si è offuscato la genuinità del carisma originario, che non si è adeguato alle mutate situazioni; dell’invecchiamento delle nostre comunità, che  stentano ad avere un nuovo sussulto di vitalità; del lavoro di supplenza, al quale siamo chiamate ad impegnarci in presenza di bisogni immediati dell’istituzione; e infine di una chiesa che anche se ha preso coscienza del suo dovere di evangelizzazione, pure stenta a realizzarlo. Per cui la nostra testimonianza e attività prevalentemente sono confinate ai bisogni della comunità cristiana, e quasi sempre per compiti sussidiari, e non per quelli che esigerebbero la nostra vocazione specifica e gli interessi prioritari del Regno di Dio.

 LA NOSTRA PARROCCHIA, IL MONDO

A qualunque istituto  o congregazione apparteniamo, noi religiose siamo coscienti che siamo poste nella chiesa per la missione, che è parte integrante congeniale alla stessa nostra consacrazione.  Il mondo è il campo vasto della semina della Parola salvifica di Dio. Lì si costruisce il Regno di Dio, meno nella parrocchia, che si identifica con l’istituzione. Gli sforzi fatti, con il sostituire il clero locale con i religiose/e,  hanno l’effetto di prolungare ma non di risolvere i problemi della parrocchia, conferendole nuova vitalità. E’ nel mondo che incontriamo le forze della missione, dove dobbiamo essere voce e testimonianza profetica, nella linea messianica di Cristo. E’ lì che siamo chiamate a vivere più intensamente i valori che la gente sogna, a non accettare la situazione di un’umanità irredenta, e a progettare l’immagine dei nuovi valori. A noi religiose è chiesto quindi di guardare  al mondo, piuttosto che alla chiesa. Ci è chiesto di inserirci nei nuovi contesti, cioè nei nuovi areopaghi della missione, come ci viene detto ed elencato dalla enciclica missionaria del nostro tempo, Redemptoris Missio, ed ognuna secondo la sua vocazione specifica. La Chiesa  ha bisogno di istituzione, quale la parrocchia, ma ci vogliono i profeti, che sembrano oggi essere rari.  La parrocchia per noi religiose deve sempre essere il mondo.

 CHE VOLTO HA LA MISSIONE DELLE RELIGIOSE?

Ma è sempre dalla comunità parrocchiale che dobbiamo partire ed uscire, come Paolo e Barnaba vengono inviati dalla comunità di Antiochia. Il nostro compito all’interno della comunità cristiana è di testimoniare la radicalità evangelica, i valori del Regno e di spingerla e formarla alla missione. E’ nostro compito essere missionarie ed educatrici del popolo di Dio alla missione.

Prima di tutto le religiose devono mostrare il volto materno, misericordioso, accogliente di Dio. 

In un certo qual senso non dovremmo dare l’impressione di essere  funzionarie di una religione. Con la nostra sensibilità, il nostro senso di amore e compassione, siamo capaci di far risaltare chiara la benevolenza e la maternità premurosa, che pure si può ascrivere a Dio.

1.      Noi, per il fatto di essere donne consacrate, dovremmo privilegiare le relazioni interpersonali, di avvertire i bisogni, di venire incontro a situazioni, che richiedono comprensione e intuizione, più  funzione autorevole. 

2.      di ricucire i rapporti, al di là della ragione, del torto, e della stessa legge. Per cui dovremmo avere la capacità e la volontà  di inserirci in ogni ambiente, di conquistare le persone con la nostra schietta femminilità, con la comprensione e intuizione, più che con le  argomentazioni.

3.      Per questo dovremmo scegliere sempre la parte più debole dell’umanità, quelli che non contano, quelli che non hanno valore nella società, proprio come una mamma che ha pietà amore per tutti i  figli, ma ha uno sguardo e attenzione particolare per quei figli che vivono male e sono oppressi dal peso della vita.

4.      A noi è più facile penetrare in ogni ambiente, (tutte le porte si aprono alle religiose). Anche nei paesi non cristiani, nell’ambiente mussulmano, buddista, indù e presso i non credenti, l’annuncio del Vangelo  sarebbe difficile se non impossibile senza la presenza delle religiose.

5.      Come donne, non dovremmo essere è ideologizzate: nel momento in cui ci lasciamo intrappolare dalle ideologie, diventiamo meno donne, rinunciamo o avviliamo la nostra femminilità. Ci schieriamo.

6.      Siamo noi  donne religiose che il più delle volte possiamo offrire un tasso di credibilità all’azione missionaria.

 La  comunità cristiana organizzata si è assottigliata. Molte persone vivono ai margini di essa, non perché non hanno bisogno di Dio, ma perché molte volte la parrocchia non è vicina ai loro problemi, non riesce ad incarnarsi nelle loro situazioni.

Famiglie divise,  bambini traumatizzati da questa situazione, sofferenze fisiche, ma molte volte morali, solitudine, disperazione, che molte volte non appare, povertà dignitose, che non mostrano il loro volto, drammi nascosti: questo tante volte sfugge alla chiesa. Eppure questa è la sua missione, di predicare un anno di grazia, di libertà, di chinarsi sui  poveri, di fasciare le ferite, di rincuorare i cuori affranti, di non spegnere il lucignolo fumigante. La comunità cristiana è una comunità cultuale, ma anche una comunità testimoniante ed evangelizzante.

E’ nella testimonianza e molto di più nell’evangelizzazione che dobbiamo rivelare l’amore materno di Dio. E’ qui che dobbiamo mostrare e testimoniare la  originalità e la bellezza di essere donne. Non dobbiamo limitarci a considerarci ausiliari del sacerdote, di essere a lui complementari, ma di assumere la funzione, il ruolo e la missione di mostrare e realizzare l’umanità e la benignità di Dio nostro Salvatore, di rivelare le sue viscere di misericordia. E’ nella missione che si esprime la creatività di noi religiose, la nostra più profonda umanità. Dovremmo essere noi a dare una credibile spinta a questa nostra chiesa, perché esca dalle sacrestie, per lanciarsi sulle strade dell’umanità.

LA MISSIONE NELLA COMUNIONE

Siamo coscienti che la nostra azione deve essere secondo la nostra vocazione carismatica, ma deve restare sempre ecclesiale, cioè fatta in comunione con tutto il popolo di Dio. La comunione non è solo la modalità, ma anche la efficacia della missione.

Non dovrebbe essere difficile adottare anche per le nostre comunità il modello di Chiesa-Famiglia, adottato dalla Chiesa che è in Africa, ed anche in altre chiese,  nelle quali le comunità si presentano come luogo di strategia pastorale per suscitare e nutrire non solo la fede, ma anche la presa di coscienza e il senso di responsabilità di tutti i membri del popolo di Dio. Se dobbiamo sentire anche ciò che fanno le altre chiese, e se ne abbiamo anche avuto esperienza, dobbiamo assumere e reinterpretare per le nostre comunità quanto lo Spirito va operando in esse. Saranno le comunità di base, le piccole comunità viventi, le comunità ecclesiali, o altro, che ci indicano le modalità di essere chiesa più partecipativa e lanciata nell’evangelizzazione. Esse permetterebbero anche quell’incarnazione di noi stesse e del messaggio nella nostra società che ha bisogno di punti di aggregazione e della Parola salvifica. Metterebbe in atto una dinamica che parte dalla base, ma studiata e guidata dai pastori, e avrebbe il merito di far maturare una coscienza collettiva della missione, che diviene più grande e visibile nella generosità della comunità e degli individui. Il che ci richiede di abbattere i muri, di non consideraci cioè un mondo a parte, ma di essere parte a tutti gli effetti di una comunità umana cristiana, in mezzo alla quale siamo poste come modelli e testimoni, e alla quale abbiamo la possibilità concreta di esprimere innanzitutto la gratuità della nostra vocazione specifica. A prima vista può sembrare impossibile trovare le forme di nuove aggregazioni e di un nuovo modo di essere chiesa. Ma è lo Spirito che conduce l’umanità e il Popolo di Dio. Bisogna solo essere attente alla sua ispirazione e confidare nella sua potenza. I profeti, come noi dovremmo essere, non fanno analisi, non hanno  sicurezze, non conoscono sentieri già battuti, ma sono aperti alle possibilità, declamano solamente le priorità del Regno e umilmente e docilmente si lasciano trasportare dallo Spirito di Dio.

LA MISSIONE NELLA POTENZA DELLO SPIRITO CRISTO

Ciò che manca di più al mondo oggi è lo Spirito. Alla chiesa e a noi è chiesto di accompagnare spiritualmente l’umanità. Ma c’è bisogno di una spiritualità adulta, per l’oggi, che tra l’altro deve includere la priorità per la giustizia, l’amore alla natura, la capacità di una critica positiva, la passione per la cultura del nostro tempo, e la ricerca di senso. Il mondo vuole i fatti, non vuole che gli si raccontino solo storie (Big Fish).

Bisogna perciò tornare al Centro, all’esperienza del risorto, di quella che ha fatto Maria di Magdala, alla quale fu detto: Và dai miei fratelli e dì loro…

Essa è la messaggera coraggiosa e dinamica che cerca, chiede, si informa e incontra le persone, dopo avere avuto la percezione di fede del Cristo Risorto. Anche a  noi si richiede di fare l’esperienza della risurrezione, l’unica che ci permetterà di crescere interiormente e di portare il messaggio pasquale di salvezza ai discepoli e a tutti gli altri fratelli e sorelle del mondo. Se scopriamo il Vivente, abbandoneremo il sepolcro (la morte) e torneremo alla comunità non per comunicare il tormento del dubbio e della sfiducia, ma il Risorto e la vittoria di Dio sul male, come ha fatto la Maddalena.

Dobbiamo, come Lei, che fu incaricata di portare l’annuncio ai discepoli, andare attraverso un cammino interiore, costituito da una triplice trasparenza dell’amore.

Trasparenza della fedeltà. E’ la fedeltà che decide la qualità del nostro amore. Si richiede la saggezza e la costanza di vivere sempre l’amore, dovunque e comunque: fedeltà all’amore affinché maturi in oblatività per creare incontro e comunione, sia là dove c’è una capacità di risposta e sia là dove la nostra vita viene spesa a fondo perduto. Siamo elargitrici della parola, non raccoglitrici.

Trasparenza della ripresa dell’amore. L’amore non si arrende, non annulla le difficoltà, le opposizioni, i contrasti, l’egoismo, ma riesce a superare tutto. Se amiamo, non chiuderemo gli occhi di fronte ai rischi e ai pericoli, ma faremo appello ad un supplemento di amore. L’amore sa fare piena luce dentro il quotidiano labirinto delle prove e croci dell’uomo, sconfigge la tentazione di cedere al fallimento e allo scoraggiamento. Dove invece manca l’amore, si ingigantiscono le difficoltà, si diventa freddi di cuore, si passa a cuor leggero accanto ai drammi altrui, si esasperano i problemi personali e si rimane estranei alla vita e al dolore degli altri. L’amore ci ricorda che le persone non si salvano a distanza e tanto meno a parole. L’amore sa vedere, sa fermarsi, e sa farsi carico di ogni bisognoso.

Trasparenza dell’unità dell’amore. La comunione fraterna nella carità è uno dei frutti più originali del cristianesimo. Unità e amore si richiamano a vicenda. In una comunità di fratelli e sorelle, dove ognuno vive per gli altri, il messaggio salvifico viene testimoniato e predicato con efficacia.

Bisogna quindi che noi riacquistiamo il gusto e l’entusiasmo della missione tramite un ritorno al Centro, e alla radicalità evangelica. Siamo coscienti che solo da un ritorno alla contemplazione scaturirà l’ansia e la creatività della missione.

E’ nella potenza dello Spirito che dobbiamo ricevere la forza di osare, e di essere nella chiesa quella parte che in proprio si assume la fatica e la bellezza dell’evangelizzazione. Non possiamo far venire meno alle nostre comunità la nostra forza carismatica, che sempre, nella forza dello Spirito, è stato un elemento trainante del rinnovamento della missione.

                                                                                              P. Vito Del Prete

 

 

 

 
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