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AI PARTECIPANTI AL SIMPOSIO NEL DECIMO ANNIVERSARIO DELL’ENCICLICA «REDEMPTORIS MISSIO»

 

  Sabato 20 gennaio 2001

 

Introduzione del Rettore Magnifico della Pontificia Università Urbaniana, Mons. Ambrogio Spreafico, al Simposio in presenza del Santo Padre, nell’Aula Paolo VI.

 

Discorso del Santo Padre
 «L’esigenza di riprendere il largo, ripartendo da Cristo, comporta per la missione “ad gentes” nuovo vigore e un rinnovamento dei metodi pastorali». E la consegna che il Santo Padre affida ai partecipanti al Simposium nel decimo anniversario dell’Enciclica « Redemptoris Missio », che riceve in udienza nell’Aula Paolo VI.

 

 

Introduzione del Rettore Magnifico della Pontificia Università Urbaniana, Mons. Ambrogio Spreafico, al Simposio in presenza del Santo Padre, nell’Aula Paolo VI.

 

Padre Santo,

dieci anni fa Lei scriveva all’inizio dell’enciclica Redemptoris Missio: “La missione di Cristo Redentore, affidata alla Chiesa, è ancora ben lontana dal suo compimento. Al termine del secon­do millennio della sua venuta uno sguardo d’insieme all’umanità dimo­stra che tale missione è ancora agli inizi e che dobbiamo impegnarci con tutte le forze al suo servizio”. Sono parole forti e chiare, prese sul serio da tanti cristiani che si sono impegnati con uno sforzo rinnovato nella missione del Vangelo, che risuonano ancora oggi in tutta la loro forza. L’Università Urbaniana, che è missionaria in modo del tutto particolare, si è sentita particolarmente coinvolta dal Suo invito. Lei volle sottoli­neare il nostro impegno presiedendo all’Urbaniana il solenne Atto Ac­cademico sull’enciclica. Per questo il Senato Accademico ha deciso, in accordo con la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, di cogliere l’occasione del decennale di questo fondamentale documento per riflettere e approfondire alcuni temi della Redemptoris Missio in uno speciale simposio che oggi si svolge alla Sua presenza.

La Redemptoris Missio, infatti, si colloca come ideale conclusione della profonda riflessione sulla missione della Chiesa del magistero pon­tificio nel Novecento, come ha messo in risalto nella relazione introdut­tiva del simposio il prof. Andrea Riccardi: dalla lettera Apostolica Maxi­mum Illud di Benedetto XV del 1919, alla Rerum Ecclesiae di Pio XI all’Evangelii Praecones e alla Fidei Donum di Pio XII, alla Princeps Pastorum del beato Giovanni XXIII, per giungere all’Evangelii Nun­tiandi di Paolo VI. I Padri conciliari, durante il Vaticano II, sentirono con particolare urgenza la vocazione della Chiesa di portare l’annuncio del Vangelo a tutti gli uomini inserendolo nei tempi nuovi e di fronte alla nuova condizione dell’umanità. Il Concilio pose le premesse della nuova missione in un mondo che ha caratteri totalmente nuovi rispetto al passato. Nel Decreto Ad Gentes venne definita la vera origine della missione. La missione nasce in Dio: “La Chiesa che vive nel tempo per sua natura è missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine” (A.G. 2).

             La Redemptoris Missio, oltre a inserirsi in questo lungo camino, ha rappresentato anche un’importante svolta nella riflessione teologica e pastorale sulla missione. Ciò è stato sottolineato più volte nelle relazio­ni tenutesi ieri, che si sono sviluppate in due momenti, uno storico teo­logico, l’altro che ha preso in esame la recezione dell’enciclica nei vari continenti con gli interventi tra gli altri dei Cardinali Schotte e Arinze. Siamo ormai nel Terzo millennio, e la missione di Cristo resta un impe­rativo per tutta la Chiesa. Anzi essa ha assunto, con il Giubileo, nuovi motivi e nuova forza. Lei, Padre Santo, lo ha espresso con chiarezza nella Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte: “Occorre riaccendere in noi lo slancio delle origini, lasciandoci pervadere dall’ardore della predicazione apostolica seguita alla Pentecoste. Dobbiamo rivivere in noi i1 sentimento infuocato di Paolo, il quale esclamava: Guai a me se non predicassi il Vangelo (1 Cor 9,16)”.

            In un mondo dilaniato da guerre e contrapposizioni, dove il relativi­smo rischia di compromettere i valori che per secoli hanno impregnato la cultura di molti paesi, è proprio il Vangelo di Gesù Cristo che dob­biamo comunicare a tutti. Esso è fonte di umanità, approdo di pace, baluardo contro ogni barbarie, via certa alla salvezza del mondo. Fran­cesco di Assisi amava parlare di un “Vangelo sine glossa”. Sentiamo l’urgenza di comunicare questo Vangelo, senza cedimenti né sincretismi, con rinnovata audacia, ma insieme senza rinunciare all’incontro e al dia­logo, Nella Redemptoris Missio infatti viene composta in una sintesi mirabile l’esigenza e l’urgenza dell’annuncio evangelico con l’altrettan­to fondamentale dimensione dialogica della vita della Chiesa nel mondo. Si legge in proposito al numero 44: “L’annuncio ha la priorità permanent­e nella missione: la chiesa non può sottrarsi al mandato esplicito di Cristo, non può privare gli uomini della “buona novella” che sono amati e salvati da Dio”. E poco più avanti: “Il dialogo interreligioso fa parte della missione evangelizzatrice della chiesa. inteso come metodo e mezzo per una conoscenza e un arricchimento reciproco, esso non è in contrapposizione con la missione Ad Gentes, anzi ha speciali legami con essa e ne è un’espressione” (n. 55).

Del resto queste due esigenze sono caratteristiche precipue della nostra Chiesa, che nella sua maternità, mentre annuncia con convinzio­ne il Vangelo di Gesù Cristo unico salvatore universale, non rifiuta di tendere la mano a coloro che incontra sulle strade del mondo, siano essi poveri, uomini in ricerca, credenti di altre religioni. In un mondo con­trapposto come il nostro, in cui si è paventato uno “scontro di civiltà”, la Chiesa cattolica si presenta davvero come “sacramento di unità del genere umano”, quell’unità scritta nel piano di Dio fin dalle origini della vicenda umana ma rovinata dal peccato.

L’Università Urbaniana, che ha ospitato questo simposio sviluppa­tosi in una serie di relazioni che hanno toccato i temi teologici e pasto­rali dell’enciclica, è consapevole del compito che le è affidato: formare sacerdoti, religiosi e laici, colti e santi per la chiesa del terzo millennio. Essi dovranno essere animati da quello stesso spirito missionario che è alla base dell’enciclica e a cui Lei ci ha esortati in ogni Sua visita al­l’Università. Per un’istituzione accademica si tratta innanzitutto di una sfida culturale che passa attraverso lo studio e la ricerca, che tuttavia devono essere animati da un solido spirito di preghiera. In un mondo globalizzato riemergono con vigore quelle tre caratteristiche che Lei, Padre Santo, indicava come qualificanti l’Università Urbaniana: eccle­sialità, romanità, missionarietà.

L’Urbaniana è situata accanto alla tomba dell’Apostolo Pietro. Ogni giorno ammiriamo dalle aule scolastiche la cupola della Basilica Vatica­na. Respiriamo nell’insegnamento e nella ricerca quello spirito di roma­nità, che è universalità e insieme radicamento forte nella tradizione apo­stolica della chiesa. Gli studenti, provenienti da più di 120 paesi, i 91 istituti affiliati sparsi in ogni parte del mondo con 10 mila studenti, dalla Cina al Perù, dal Mozambico alla Spagna, saranno i testimoni appassio­nati del Vangelo all’interno delle loro culture qui così variamente rap­presentate. Chiediamo a Lei, Padre Santo, di guidarci ancora con quello spirito missionario che ha animato in maniera così forte il Suo ministe­ro apostolico e che L’ha condotta a percorrere le vie del mondo. Ringra­ziamo il Signore per averLa avuta come nostro Pastore nel passaggio di questo millennio. La Porta Santa è stata chiusa, ma non si chiude per nessuno il cammino verso la santità. Sentiamo con convinzione che dopo il Giubileo, come Lei ha detto, “nulla è più come prima”. Il camm­ino giubilare ci ha rafforzati e oggi siamo pronti di nuovo, come Gesù ci chiede, a “prendere il largo” per la pesca. Duc in altum!

Le assicuro a nome dei docenti e degli studenti dell’Università Urbaniana la nostra costante preghiera e il nostro affetto obbediente di Figli.

                                                                      


  

 

«L’esigenza di riprendere il largo, ripartendo da Cristo, comporta per la missione “ad gentes” nuovo vigore e un rinnovamento dei metodi pastorali». E la consegna che il Santo Padre affida ai partecipanti al Simposium nel decimo anniversario dell’Enciclica « Redemptoris Missio », che riceve in udienza nell’Aula Paolo VI.

 

 Discorso del Santo Padre 

 

 

Venerati Fratelli nell’Episcopato, Carissimi Fratelli e Sorelle!

1. Con viva gioia vi accolgo in occasione del vostro interessante Simposio, che si tiene a dieci anni dalla pubblicazione dell’Enciclica Redemptoris Missio. Ringrazio quanti hanno organizzato questo Conve­gno e tutti saluto con affetto. In particolare, saluto e ringrazio il Signor Cardinale Jozef Tomko per le gentili parole con cui ha introdotto questo incontro. Il presente Simposio, all’alba del nuovo millennio, intende porre in luce il valore primario che l’evangelizzazione riveste nella vita della Comunità ecclesiale. In effetti, la missione Ad gentes è il primo compito affidato da Cristo ai suoi discepoli. Risuonano, al riguardo, quanto mai eloquenti le parole del divino Maestro: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni... io sono con voi.., fino alla fine del mondo” (Mt 28, 18-20). E la lesa, sempre memore del comando del Signore, non cessa di prender­~cura dei suoi membri, di rievangelizzare coloro che si sono allontanati e di proclamare la Buona Novella a coloro che ancora non la conoscono. ­“Senza la missione Ad gentes scrivevo in proposito nell’Enciclica che quest’oggi ricordiamo la stessa dimensione missionaria della Chiesa sarebbe priva del suo significato fondamentale e della sua attuazione esemplare” (Redemptoris Missio, 34). Tenendo presente, tutto ciò, fin da1l’inizio del mio pontificato ho invitato ogni persona e popolo ad aprire le porte a Cristo. Quest’ansia missionaria mi ha spinto ad intraprendere molti viaggi apostolici; a connotare sempre più con un’apertu­ra missionaria l’intera attività della Sede Apostolica e a favorire un costante approfondimento dottrinale del compito apostolico che è di ogni battezzato. Ecco il contesto in cui è nata l’Enciclica “Redemptoris Missio”, di cui celebriamo il decimo anniversario.

            2. Quando, dieci anni orsono, pubblicai questa Enciclica, ricorreva venticinquesimo dell’approvazione del Decreto missionario Ad gentes del Concilio Vaticano II. In qualche modo, pertanto, l’Enciclica, poteva ;sere come la commemorazione dell’intero Concilio, il cui scopo fu di rendere  più comprensibile il messaggio della Chiesa e più efficace la sua azione pastorale per la diffusione della salvezza di Cristo nel nostro tempo. Non si trattava, però di un testo semplicemente commemorativo ed evocatore delle intuizioni conciliari. Riprendendo i gradi temi trinita­ri delle mie prime tre Encicliche, intendevo piuttosto sottolineare con rigore la perenne urgenza che la Chiesa avverte del proprio mandato nissionario, e indicare le vie nuove della sua realizzazione fra gli uomi­ni dell’epoca attuale. Queste motivazioni vorrei qui ribadire, poiché l’a­zione missionaria verso i popoli e i gruppi umani non ancora evangeliz­zati rimane necessaria, particolarmente in alcune aree del mondo e in determinati contesti culturali. A ben vedere, poi, la missione Ad gentes si rende in questi anni ovunque necessaria, a causa dei rapidi e massicci flussi migratori che portano gruppi non cristiani in regioni di consolidata tradizione cristiana.

Al centro dell’attività missionaria sta l’annuncio di Cristo, la cono­Scenza e l’esperienza del suo amore. A questo mandato esplicito di Gesù la Chiesa non può sottrarsi, perché priverebbe gli uomini della “Buona Novella” della salvezza. Quest’annuncio non toglie l’autonomia propria di alcune attività come il dialogo e la promozione umana, ma, al contra­rio, le fonda nella carità diffusiva e le finalizza ad una testimonianza sempre rispettosa degli altri nell’attento discernimento di ciò che lo Spi­rito suscita in essi.

3. Si è appena concluso l’Anno giubilare, che ha segnato per la Chiesa un provvidenziale sussulto di entusiasmo religioso. Ai credenti d’ogni età e d’ogni cultura ho indicato, con la Lettera apostolica “Novo Millennio ineunte”, l’esigenza di riprendere il largo, ripartendo da Cri­sto. È chiaro che questo comporta per la missione “Ad gentes” un nuovo vigore, un rinnovamento di metodi pastorali. Se ogni popolo e nazione ha diritto a conoscere il lieto messaggio della salvezza, è nostro preci­puo dovere aprire loro le porte verso Cristo, mediante l’annuncio e la testimonianza. E se talora la proclamazione del Vangelo e la pubblica adesione a Cristo sono per varie ragioni impedite, resta sempre al cri­stiano la possibilità di collaborare all’opera della salvezza attraverso la preghiera, l’esempio, il dialogo, il servizio umanitario.

La Chiesa, radicata nell’amore trinitario, è missionaria per natura, ma occorre che lo diventi di fatto in tutte le sue attività. E lo sarà se vivrà pienamente la carità che lo Spirito diffonde nel cuore dei credenti e che, come insegnano i Padri, è “l’unico criterio secondo cui tutto deve essere fatto o non fatto, cambiato o non cambiato. È il principio che deve dirigere ogni azione e il fine a cui essa deve tendere” (ivi, 60).

4. Carissimi Fratelli e Sorelle, sono passati dieci anni da quando, con l’Enciclica Redemptoris Missio, intesi mobilitare la Chiesa ad una globale missione Ad gentes. Ripeto quest’invito ora, all’inizio di un nuovo secolo e millennio. Ogni chiesa particolare, ogni comunità, ogni associazione e gruppo cristiano si senta corresponsabile di questa vasta azione là dove vive ed opera. In effetti, ci sono oggi per tutti gli stati di vita nella Chiesa per sacerdoti, religiosi, religiose, laici possibilità inedite di cooperazione. Si moltiplicano le situazioni che mettono i fede­li di Cristo a contatto con i non cristiani. Ci sono istanze che permetto­no di operare pure a livello internazionale per tutelare i diritti umani, per promuovere il bene comune e migliori condizioni per la diffusione del messaggio della salvezza (cfr. ivi, 82). Mai, però, si deve dimenticare che la fedeltà dell’evangelizzatore al suo Signore sta alla base dell’atti­vità missionaria. Più la vita è santa, più efficace risulta questa sua missione. L’appello alla missione è appello incessante alla santità. Come quanto, in proposito, scrivevo nell’Enciclica?              “L’universale vocazione alla santità notavo allora e ripeto quest’oggi è stretta­nte collegata all’universale vocazione alla missione: ogni fedele è chiamato alla santità e alla missione” (ivi, 90). Solo in questo modo la e di Cristo, riflesso sul volto della Chiesa, potrà illuminare anche gli uomini della nostra epoca. E questo il compito principale del Successre di Pietro, chiamato a garantire e promuovere la comunione e la mis­sione universale della Chiesa. E dovere della Curia Romana e dei Vesco­vi che condividono con lui un così alto ministero. E responsabilità, altresì cui non si possono sottrarre i credenti d’ogni età e condizione. Consci di tale responsabilità, rispondiamo pure noi generosamente, Fratelli e Sorelle carissimi, a quest’appello senza soste dello Spirito Santo. Inter­ceda per noi Maria, Stella della nuova evangelizzazione, e ci aiutino con il loro esempio e la loro protezione i santi Patroni Teresa di Gesù Bam­bino e Francesco Saverio. Con tali sentimenti, benedico volentieri tutti voi e il servizio ecclesiale che quotidianamente svolgete.

 

       

 
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