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Introduzione
del Rettore Magnifico della Pontificia Università
Urbaniana, Mons. Ambrogio Spreafico, al Simposio in
presenza del Santo Padre, nell’Aula Paolo VI.
Padre
Santo,
dieci
anni fa Lei scriveva all’inizio dell’enciclica Redemptoris
Missio: “La missione di Cristo Redentore, affidata
alla Chiesa, è ancora ben lontana dal suo compimento.
Al termine del secondo millennio della sua venuta uno
sguardo d’insieme all’umanità dimostra che tale
missione è ancora agli inizi e che dobbiamo impegnarci
con tutte le forze al suo servizio”. Sono parole forti
e chiare, prese sul serio da tanti cristiani che si sono
impegnati con uno sforzo rinnovato nella missione del
Vangelo, che risuonano ancora oggi in tutta la loro
forza. L’Università Urbaniana, che è missionaria in
modo del tutto particolare, si è sentita
particolarmente coinvolta dal Suo invito. Lei volle
sottolineare il nostro impegno presiedendo all’Urbaniana
il solenne Atto Accademico sull’enciclica. Per
questo il Senato Accademico ha deciso, in accordo con la
Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, di
cogliere l’occasione del decennale di questo
fondamentale documento per riflettere e approfondire
alcuni temi della Redemptoris Missio in uno
speciale simposio che oggi si svolge alla Sua presenza.
La
Redemptoris Missio, infatti, si colloca come
ideale conclusione della profonda riflessione sulla
missione della Chiesa del magistero pontificio nel
Novecento, come ha messo in risalto nella relazione
introduttiva del simposio il prof. Andrea Riccardi:
dalla lettera Apostolica Maximum Illud di
Benedetto XV del 1919, alla Rerum Ecclesiae di
Pio XI all’Evangelii Praecones e alla Fidei
Donum di Pio XII, alla Princeps Pastorum del
beato Giovanni XXIII, per giungere all’Evangelii
Nuntiandi di Paolo VI. I Padri conciliari, durante
il Vaticano II, sentirono con particolare urgenza la
vocazione della Chiesa di portare l’annuncio del
Vangelo a tutti gli uomini inserendolo nei tempi nuovi e
di fronte alla nuova condizione dell’umanità. Il
Concilio pose le premesse della nuova missione in un
mondo che ha caratteri totalmente nuovi rispetto al
passato. Nel Decreto Ad Gentes venne definita la
vera origine della missione. La missione nasce in Dio:
“La Chiesa che vive nel tempo per sua natura è
missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e
dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il
piano di Dio Padre, deriva la propria origine” (A.G.
2).
La Redemptoris
Missio, oltre a inserirsi in questo lungo camino, ha
rappresentato anche un’importante svolta nella
riflessione teologica e pastorale sulla missione. Ciò
è stato sottolineato più volte nelle relazioni
tenutesi ieri, che si sono sviluppate in due momenti,
uno storico teologico, l’altro che ha preso in esame
la recezione dell’enciclica nei vari continenti con
gli interventi tra gli altri dei Cardinali Schotte e
Arinze. Siamo ormai nel Terzo millennio, e la missione
di Cristo resta un imperativo per tutta la Chiesa.
Anzi essa ha assunto, con il Giubileo, nuovi motivi e
nuova forza. Lei, Padre Santo, lo ha espresso con
chiarezza nella
Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte: “Occorre
riaccendere in noi lo slancio delle origini, lasciandoci
pervadere dall’ardore della predicazione apostolica
seguita alla Pentecoste. Dobbiamo rivivere in noi i1
sentimento infuocato di Paolo, il quale esclamava: Guai
a me se non predicassi il Vangelo (1 Cor 9,16)”.
In un mondo dilaniato da guerre e
contrapposizioni, dove il relativismo rischia di
compromettere i valori che per secoli hanno impregnato
la cultura di molti paesi, è proprio il Vangelo di Gesù
Cristo che dobbiamo comunicare a tutti. Esso è fonte
di umanità, approdo di pace, baluardo contro ogni
barbarie, via certa alla salvezza del mondo. Francesco
di Assisi amava parlare di un “Vangelo sine glossa”.
Sentiamo l’urgenza di comunicare questo Vangelo, senza
cedimenti né sincretismi, con rinnovata audacia, ma
insieme senza rinunciare all’incontro e al dialogo,
Nella Redemptoris Missio infatti viene
composta in una sintesi mirabile l’esigenza e
l’urgenza dell’annuncio evangelico con l’altrettanto
fondamentale dimensione dialogica della vita della
Chiesa nel mondo. Si legge in proposito al numero 44:
“L’annuncio ha la priorità permanente nella
missione: la chiesa non può sottrarsi al mandato
esplicito di Cristo, non può privare gli uomini della
“buona novella” che sono amati e salvati da Dio”.
E poco più avanti: “Il dialogo interreligioso fa
parte della missione evangelizzatrice della chiesa.
inteso come metodo e mezzo per una conoscenza e un
arricchimento reciproco, esso non è in contrapposizione
con la missione Ad Gentes, anzi ha speciali
legami con essa e ne è un’espressione” (n. 55).
Del
resto queste due esigenze sono caratteristiche precipue
della nostra Chiesa, che nella sua maternità, mentre
annuncia con convinzione il Vangelo di Gesù Cristo
unico salvatore universale, non rifiuta di tendere la
mano a coloro che incontra sulle strade del mondo, siano
essi poveri, uomini in ricerca, credenti di altre
religioni. In un mondo contrapposto come il nostro, in
cui si è paventato uno “scontro di civiltà”, la
Chiesa cattolica si presenta davvero come “sacramento
di unità del genere umano”, quell’unità scritta
nel piano di Dio fin dalle origini della vicenda umana
ma rovinata dal peccato.
L’Università
Urbaniana, che ha ospitato questo simposio sviluppatosi
in una serie di relazioni che hanno toccato i temi
teologici e pastorali dell’enciclica, è consapevole
del compito che le è affidato: formare sacerdoti,
religiosi e laici, colti e santi per la chiesa del terzo
millennio. Essi dovranno essere animati da quello stesso
spirito missionario che è alla base dell’enciclica e
a cui Lei ci ha esortati in ogni Sua visita all’Università.
Per un’istituzione accademica si tratta innanzitutto
di una sfida culturale che passa attraverso lo studio e
la ricerca, che tuttavia devono essere animati da un
solido spirito di preghiera. In un mondo globalizzato
riemergono con vigore quelle tre caratteristiche che
Lei, Padre Santo, indicava come qualificanti
l’Università Urbaniana: ecclesialità, romanità,
missionarietà.
L’Urbaniana
è situata accanto alla tomba dell’Apostolo Pietro.
Ogni giorno ammiriamo dalle aule scolastiche la cupola
della Basilica Vaticana. Respiriamo
nell’insegnamento e nella ricerca quello spirito di
romanità, che è universalità e insieme radicamento
forte nella tradizione apostolica della chiesa. Gli
studenti, provenienti da più di 120 paesi, i 91
istituti affiliati sparsi in ogni parte del mondo con 10
mila studenti, dalla Cina al Perù, dal Mozambico alla
Spagna, saranno i testimoni appassionati del Vangelo
all’interno delle loro culture qui così variamente
rappresentate. Chiediamo a Lei, Padre Santo, di
guidarci ancora con quello spirito missionario che ha
animato in maniera così forte il Suo ministero
apostolico e che L’ha condotta a percorrere le vie del
mondo. Ringraziamo il Signore per averLa avuta come
nostro Pastore nel passaggio di questo millennio. La
Porta Santa è stata chiusa, ma non si chiude per
nessuno il cammino verso la santità. Sentiamo con
convinzione che dopo il Giubileo, come Lei ha detto,
“nulla è più come prima”. Il cammino giubilare
ci ha rafforzati e oggi siamo pronti di nuovo, come Gesù
ci chiede, a “prendere il largo” per la pesca. Duc
in altum!
Le
assicuro a nome dei docenti e degli studenti
dell’Università Urbaniana la nostra costante
preghiera e il nostro affetto obbediente di Figli.
«L’esigenza di riprendere il largo, ripartendo da
Cristo, comporta per la missione “ad gentes” nuovo
vigore e un rinnovamento dei metodi pastorali». E la
consegna che il Santo Padre affida ai partecipanti al Simposium nel decimo anniversario dell’Enciclica « Redemptoris
Missio », che riceve in udienza nell’Aula Paolo VI.
Discorso
del Santo Padre
Venerati Fratelli
nell’Episcopato, Carissimi Fratelli e Sorelle!
1.
Con viva gioia vi accolgo in occasione del vostro
interessante Simposio, che si tiene a dieci anni dalla
pubblicazione dell’Enciclica Redemptoris Missio.
Ringrazio quanti hanno organizzato questo Convegno e
tutti saluto con affetto. In particolare, saluto e
ringrazio il Signor Cardinale Jozef Tomko per le gentili
parole con cui ha introdotto questo incontro. Il
presente Simposio, all’alba del nuovo millennio,
intende porre in luce il valore primario che
l’evangelizzazione riveste nella vita della Comunità
ecclesiale. In effetti, la missione Ad gentes è il
primo compito affidato da Cristo ai suoi discepoli.
Risuonano, al riguardo, quanto mai eloquenti le parole
del divino Maestro: “Mi è stato dato ogni potere in
cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le
nazioni... io sono con voi.., fino alla fine del
mondo” (Mt 28, 18-20). E la lesa, sempre memore del
comando del Signore, non cessa di prender~cura dei
suoi membri, di rievangelizzare coloro che si sono
allontanati e di proclamare la Buona Novella a coloro
che ancora non la conoscono. “Senza la missione Ad
gentes — scrivevo
in proposito nell’Enciclica che quest’oggi
ricordiamo — la stessa dimensione missionaria della Chiesa sarebbe priva
del suo significato fondamentale e della sua attuazione
esemplare” (Redemptoris Missio, 34). Tenendo presente,
tutto ciò, fin da1l’inizio del mio pontificato ho
invitato ogni persona e popolo ad aprire le porte a
Cristo. Quest’ansia missionaria mi ha spinto ad
intraprendere molti viaggi apostolici; a connotare
sempre più con un’apertura missionaria l’intera
attività della Sede Apostolica e a favorire un costante
approfondimento dottrinale del compito apostolico che è
di ogni battezzato. Ecco il contesto in cui è nata
l’Enciclica “Redemptoris Missio”, di cui
celebriamo il decimo anniversario.
2. Quando, dieci anni orsono, pubblicai questa
Enciclica, ricorreva venticinquesimo dell’approvazione
del Decreto missionario Ad gentes del Concilio Vaticano
II. In qualche modo, pertanto, l’Enciclica, poteva
;sere come la commemorazione dell’intero Concilio, il
cui scopo fu di rendere più
comprensibile il messaggio della Chiesa e più efficace
la sua azione pastorale per la diffusione della salvezza
di Cristo nel nostro tempo. Non si trattava, però di un
testo semplicemente commemorativo ed evocatore delle
intuizioni conciliari. Riprendendo i gradi temi trinitari
delle mie prime tre Encicliche, intendevo piuttosto
sottolineare con rigore la perenne urgenza che la Chiesa
avverte del proprio mandato nissionario, e indicare le
vie nuove della sua realizzazione fra gli uomini
dell’epoca attuale. Queste motivazioni vorrei qui
ribadire, poiché l’azione missionaria verso i
popoli e i gruppi umani non ancora evangelizzati
rimane necessaria, particolarmente in alcune aree del
mondo e in determinati contesti culturali. A ben vedere,
poi, la missione Ad gentes si rende in questi anni
ovunque necessaria, a causa dei rapidi e massicci flussi
migratori che portano gruppi non cristiani in regioni di
consolidata tradizione cristiana.
Al
centro dell’attività missionaria sta l’annuncio di
Cristo, la conoScenza e l’esperienza del suo amore.
A questo mandato esplicito di Gesù la Chiesa non può
sottrarsi, perché priverebbe gli uomini della “Buona
Novella” della salvezza. Quest’annuncio non toglie
l’autonomia propria di alcune attività come il
dialogo e la promozione umana, ma, al contrario, le
fonda nella carità diffusiva e le finalizza ad una
testimonianza sempre rispettosa degli altri
nell’attento discernimento di ciò che lo Spirito
suscita in essi.
3.
Si è appena concluso l’Anno giubilare, che ha segnato
per la Chiesa un provvidenziale sussulto di entusiasmo
religioso. Ai credenti d’ogni età e d’ogni cultura
ho indicato, con la Lettera apostolica “Novo Millennio
ineunte”, l’esigenza di riprendere il largo,
ripartendo da Cristo. È chiaro che questo comporta per la
missione “Ad gentes” un nuovo vigore, un
rinnovamento di metodi pastorali. Se ogni popolo e
nazione ha diritto a conoscere il lieto messaggio della
salvezza, è nostro precipuo dovere aprire loro le
porte verso Cristo, mediante l’annuncio e la
testimonianza. E se talora la proclamazione del Vangelo
e la pubblica adesione a Cristo sono per varie ragioni
impedite, resta sempre al cristiano la possibilità di
collaborare all’opera della salvezza attraverso la
preghiera, l’esempio, il dialogo, il servizio
umanitario.
La
Chiesa, radicata nell’amore trinitario, è missionaria
per natura, ma occorre che lo diventi di fatto in tutte
le sue attività. E lo sarà se vivrà pienamente la
carità che lo Spirito diffonde nel cuore dei credenti e
che, come insegnano i Padri, è “l’unico criterio
secondo cui tutto deve essere fatto o non fatto,
cambiato o non cambiato. È
il principio che deve dirigere ogni azione e il
fine a cui essa deve tendere” (ivi, 60).
4.
Carissimi Fratelli e Sorelle, sono passati dieci anni da
quando, con l’Enciclica Redemptoris Missio, intesi
mobilitare la Chiesa ad una globale missione Ad gentes.
Ripeto quest’invito ora, all’inizio di un nuovo
secolo e millennio. Ogni chiesa particolare, ogni
comunità, ogni associazione e gruppo cristiano si senta
corresponsabile di questa vasta azione là dove vive ed
opera. In effetti, ci sono oggi per tutti gli stati di
vita nella Chiesa —
per sacerdoti, religiosi, religiose, laici —
possibilità inedite di cooperazione. Si
moltiplicano le situazioni che mettono i fedeli di
Cristo a contatto con i non cristiani. Ci sono istanze
che permettono di operare pure a livello
internazionale per tutelare i diritti umani, per
promuovere il bene comune e migliori condizioni per la
diffusione del messaggio della salvezza (cfr. ivi, 82).
Mai, però, si deve dimenticare che la fedeltà
dell’evangelizzatore al suo Signore sta alla base
dell’attività missionaria. Più la vita è santa,
più efficace risulta questa sua missione. L’appello
alla missione è appello incessante alla santità. Come
quanto, in proposito, scrivevo nell’Enciclica?
“L’universale vocazione alla santità —
notavo allora e ripeto quest’oggi —
è strettante collegata all’universale
vocazione alla missione: ogni fedele è chiamato alla
santità e alla missione” (ivi, 90). Solo in questo
modo la e di Cristo, riflesso sul volto della Chiesa,
potrà illuminare anche gli uomini della nostra epoca. E
questo il compito principale del Successre di Pietro,
chiamato a garantire e promuovere la comunione e la missione
universale della Chiesa. E dovere della Curia Romana e
dei Vescovi che condividono con lui un così alto
ministero. E responsabilità, altresì cui non si
possono sottrarre i credenti d’ogni età e condizione.
Consci di tale responsabilità, rispondiamo pure noi
generosamente, Fratelli e Sorelle carissimi, a
quest’appello senza soste dello Spirito Santo. Interceda
per noi Maria, Stella della nuova
evangelizzazione, e ci aiutino con il loro esempio e la
loro protezione i santi Patroni Teresa di Gesù Bambino
e Francesco Saverio. Con tali sentimenti, benedico
volentieri tutti voi e il servizio ecclesiale che
quotidianamente svolgete.
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