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VESCOVO PARLA DI PACIFICAZIONE NELLA COLOMBIA

Intervista presso la PUU a mons. German Garçia Isaza

 

Città del Vaticano, 25/10/03

La pacificazione della Colombia si può finalmente intravvedere, un po' come "una luce in fondo al tunnel e le votazioni che avranno luogo nei prossimi giorni possono contribuire all'affermazione di uno Stato di diritto". A parlare è monsignor German Garçia Isaza, vescovo di Apartadò (Antioquia, Colombia), intervistato durante una sua visita alla Pontificia Università Urbaniana. Monsignor Garçia, uno dei 4 vescovi delegati fra l'altro delegato dalla Chiesa cattolica di facilitare il disarmo dei gruppi irregolari insieme a 4 altri vescovi, guida una delle diocesi più travagliate dai confronti armati che da 40 anni oppongono la guerriglia - conosciuta all'estero soprattutto per le azioni delle Farc (Forze armate rivoluzionarie) - all'esercito e ai gruppi paramilitari. Proprio dall'Apartadò provengono però anche significativi segni di speranza come i 60 piccoli agglomerati urbani proclamatisi "comunità di pace", dichiaratisi cioè, con l'appoggio della Chiesa, distanti da tutti i gruppi armati attivi nel Paese.

"La legittimazione dello Stato è infatti un elemento fondamentale per negoziare la pace" prosegue il presule, nato nel 1936 in Colombia ed entrato nella Congregazione della Missione. Monsignor Garçia, nominato vescovo di Caldas nel 1988 e dallo scorso anno alla guida di Apartadò, continua sottolineando come "un governo delegittimato, ad esempio accusato di corruzione dalla sovversione, non possa portare avanti con successo i negoziati necessari alla pacificazione del Paese".

Ancora in merito alle elezioni per i sindaci e i governatori in programma il 25 ottobre prossimo il presule ricorda che "i vescovi hanno pubblicato una nota proprio per sollecitare la partecipazione della popolazione alle tornate elettorali. Con ciò non hanno assolutamente inteso dare orientamenti per il voto ma sostenere la pacificazione del Paese".

Quali sono gli ostacoli che tuttora impediscono di far tacere le armi nel Paese? Tra i principali vi sono sicuramente la produzione e l'esportazione di sostanze stupefacenti, a partire dalla cocaina. È infatti "dal traffico di droga che" – ricorda il presule - sia la guerriglia", ormai praticamente priva di connotazioni idealistiche o ideologiche, sia i "paramilitari" traggono la propria ragion d'essere e le risorse economiche necessarie a portare avanti la lotta armata. 

I redditi legati al commercio internazionale degli stupefacenti, tuttora fiorente nonostanti interventi del calibro del "Plan Colombia" varato dagli Usa, consentono inoltre di arrivare a corrompere anche i leader amministrativi e politici ai più diversi livelli. Tutto ciò grazie anche a delle evidenti forme di ipocrisia di altri Paesi che, pur condannando e combattendo l'abuso e il traffico di tali sostanze, non adottano misure idonee a verificare l'esportazione di tutto ciò che ne consente la "commercializzazione", a partire dalle sostanze chimiche necessarie ai processi di raffinazione.

I danni provocati alla nazione colombiana dal traffico di droga, spiega monsignor Garçia, sono fra l'altro in aumento. Nel "Paramos", (una sorta di "corridoio" climatico situato tra i 3mila e 5mila metri d'altitudine e caratteristico delle Ande settentrionali) si va "diffondendo la coltivazione del papavero da oppio". Ciò sta causando "gravi danni ambientali e minaccia le risorse idriche della regione" che dipendono proprio dalle nevi e dai bacini lacustri del Paramos. 

(Beatrice Luccardi)

 

 

 
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