Home


  

 

CONVEGNO NAZIONALE MISSIONARIO DELLE RELIGIOSE

PONTIFICIA UNIVERSITA’ URNANIANA 20-23 MARZO 2003


Presso la sede dell’Università Urbaniana dal 20 al 23 marzo si è svolto il Convegno Nazionale Missionario delle religiose sul tema: la Creazione attende… Non è stato un convegno a livello puramente ecologico, come il titolo del Convegno potrebbe far supporre, ma specificamente mirato all’evangelizzazione, in quanto perché vi sia la salvaguardia del creato, è necessario che si stabiliscano relazioni di giustizia tra i popoli e si adottino nuovi stili di vita, che richiamano alla sobrietà e alla solidarietà internazionale. E’ sul terreno della teologia del creato che l’Arcivescovo, Mons. Franco Cacucci spera nella ripresa anche del dialogo ecumenico che sembra stagnante. E’ il rispetto per tutte le creature viventi il punto di incontro di un dialogo tra Cristianesimo e Buddismo – ha detto il P. Guglielmo Muller, missionario in Cina esperto di religioni orientali. La prof. Eleonara Barbieri Masini, docente alla Pontificia Università Gregoriana, ha invocato regole precise nello sfruttamento delle risorse, nel suo intervento “Consumismo e concentrazione del potere dei Paesi ricchi, causa del degrado ecologico ed ingiusta distribuzione dei beni”. Significative le testimonianze di alcune religiose impegnate in maniera profetica tra gli emarginati. Infine Mons. Giampaolo Crepaldi,  Segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, ha chiuso il Convegno con una esortazione alle religiose ad essere voce profetica nel mondo di oggi.

Hanno partecipato al Convegno circa 180 suore di 50 Congregazioni.

 

CONCLUSIONI CONVEGNO NAZIONALE DELLE RELIGIOSE

“La creazione attende…”

Marzo 20-23. 2003 presso Auditorium della Pontificia Università Urbaniana

 

Mentre stiamo riflettendo sulla nostra missione “apostolica” su come “rendere la terra dimora di Dio tra gli uomini”, la drammatica guerra in Iraq ci fa prendere ancora una volta coscienza che il nostro è uno dei momenti più drammatici che la storia ci riserva.

Difatti la guerra che divampa, distruggendo vite umane e risorse della terra, è il penultimo anello di una catena ininterrotta di violenza, che si perpetua nell’umanità e nello stesso universo. L’armonia impressa da Dio con l’atto iniziale della creazione si è tramutata in disordine cosmico esistenziale. Alla luce della Parola di Dio, siamo convinte che è nel cuore dove dell’uomo nascono la violenza e l’ingiustizia. Il desiderio, la sete insaziabile di attaccamento al proprio essere e di possedere, spinge i singoli e i popoli non solo a fare scempio delle proprie vite e dei propri beni, ma anche a violentare gli altri e a rapinare quelli che sono a disposizione del genere umano.  La terra è proprietà di tutti, prima di essere assegnata come proprietà ai singoli, e la sua destinazione è universale.

Questa china, nonostante gli effetti letali che ogni generazione ha sperimentato, sembra non volersi arrestare, anzi va assumendo proporzioni inimmaginabili, al punto da far gridare alla stessa morte del pianeta per consunzione.

La tecnologia, buona per rendere più umana la vita, è quasi assurta a messia contemporaneo, quando si pone come obiettivo di sfruttare in maniera ingorda e indiscriminata la terra e tutte le sue risorse, e con esse tutti gli uomini e le donne. L’uomo non si sta comportando secondo la sua chiamata all’esistenza, che è di essere in solidarietà con tutti gli altri esseri umani e in compagnia e armonia con tutto il creato. Ma si è fatto padrone e signore, affetto da febbre di onnipotenza, che lo spinge sempre di più a possedere ed avere il controllo su tutto. Il desiderio, dice Budda, genera desiderio, e questo genera una sete inestinguibile, causa dell’angoscia dei singoli e della morte dell’universo.

La logica umana ha seguito questa tendenza degradante: i più forti, i più avidi opprimono, diseredano e sottomettono i più deboli; si creano all’interno dell’umanità i blocchi dei pochi ricchi e delle masse dei poveri; la terra nello stesso tempo diviene sempre più stressata;  le risorse limitate incominciano a venire meno (acqua, terra), o si ammalano (aria, infertilità del suolo), al punto che si crea il deserto. E noi sappiamo che là dove c’è il deserto, non c’è vita: dove non c’è vita, non c’è Dio. La terra stessa, dicevano le culture rurali, è stanca di ingoiare cadaveri. Non è più il cosmo, che Dio ha abbellito con la luce, le stelle, e con il far fiorire la vita, non mostra più la sua spontanea bellezza, per cui Dio disse”Tutto è buono”, e non si presenta più ai nostri occhi come il sacramento di Dio, primo atto di amore e di donazione di Dio.

Ecco perché la creazione, come e con l’umanità, geme sotto le doglie del parto: aspetta anch’essa il giorno della liberazione, il riposo sabbatico.

 

Siamo convinte che non è questione di quella ecologia,  che pure come movimento civile ha fatto prendere coscienza delle sorti della natura, che sanerà le ferite. Qui si tratta prima di tutto di disordine dell’umanità e di tutto il creato. Si tratta di partire dal cuore dell’uomo, dalla comprensione antropologica che l’uomo ha di se stesso, del suo destino e del destino di tutta la realtà. Bisogna, nello Spirito Santo, convertirci e convertire il cuore dell’uomo. Siamo immagini viventi del Dio vivente, nell’unità e integrità del nostro essere, anima e corpo. Per così dire siamo figli di Dio e figli della terra. La nostra è una vocazione integrale, è un destino integrale, fedeli  al Dio della creazione e al Cristo della redenzione. Questo non può essere un programma umano, ma è grazia, come lo è stato l’inizio stesso della creazione. Il nostro compito è di ricomporre tutta l’opera di Dio nella pace. Siamo ambasciatori di pace, di quella pace pregnante, globale, inclusiva, che la Bibbia indica con il termine di Shalom, che è giustizia, liberazione, riconciliazione. Simbolo e contenuto di questa pace è Cristo. “Egli è la nostra pace”.

 

Come religiose, che mediante la consacrazione abbiamo relativizzato il nostro essere, la nostra attività e le nostre cose di fronte all’Assoluto che è Dio, dobbiamo essere testimoni profetici della creazione, che appartiene a Dio Creatore, e allo stesso tempo fermento critico all’interno di questa società consumistica, che assolutizza e si impadronisce dell’effimero.

La nostra povertà, volontariamente abbracciata, deve diventare dimostrazione pratica che le cose e le persone vanno considerate e lasciate nella propria libertà, come ha fatto Francesco d’Assisi che nel riconoscimento e rispetto dell’opera di Dio è riuscito a riconciliare il lupo della tirannia e dell’inimicizia.

La stessa consacrazione a Dio tramite la castità, deve diventare il segno riconciliatore tramite l’amore e la solidarietà a tutti e a tutto. La nostra vita, se vissuta in questa scelta  evangelica, diviene essa stessa mentalità, cultura e stile di vita alternative alla cultura di violenza, di morte della società.

La nostra vocazione profetica ci impone di operare per sanare il primo disastro ecologico che è umano: le divisioni, le discriminazioni. Riconoscendo che Dio ha affidato l’opera sua a tutta l’umanità, e che la creazione è già quasi una incarnazione del suo Verbo, ci mettiamo con gli altri ad essere persone di pace e di riconciliazione. E’ necessario sanare le ferite dell’umanità per sanare quella della natura. Ecco perché le culture e specialmente le varie religioni su questo convergono tutte, perché il genere umano è uno, e  proprietà ed eredità inscindibile è la natura, come uno è il Dio Padre di tutti, che provvede a tutti. Dal Buddismo dovremmo imparare la non violenza non solo per l’uomo, ma anche per ogni essere, che manifesta la presenza e la vitalità dello Spirito. Là dove le religioni non riescono a dialogare, esse si si sono messe  in atteggiamento di mutua comprensione, quando si sono rifatte all’unico Dio creatore, nel quale si riconoscono tutti, e dal quale tutte le cose sono create per un atto iniziale dell’amore di Dio. Gli ortodossi, la cui liturgia e spiritualità sono segnate dalla dossologia, per cui la chiesa stessa è voce dossologica dell’universo, si sentono a casa loro con tutti i cristiani, nel momento in cui tutto questo discorso è ricondotto al riconoscimento della gloria di Dio e della lode che ogni vivente dà al Tre volte Santo.

 

In quanto consacrate, noi dobbiamo rendere sacro e abitabile  questo mondo che viviamo, e che in un certo qual senso ci abita. Siamo chiamate ad essere sentinelle vigili di quanto avviene. Anche a noi è affidato il compito missionario di impegnare le nostre forze missionarie in quelli che la Redemptoris Missino chiama gli areopaghi moderni. Tra questi sono indicati “l’impegno per la pace, lo sviluppo e la liberazione dei popoli; i diritti dell’uomo e dei popoli; la promozione della donna e del bambino; la salvaguardia del creato: tutti questi sono altrettanti settori da illuminare con la luce del Vangelo” (Rmi n.37). Il perché G. Paolo II lo esplicita meglio nella Novo Millennio Ineunte: “Il nostro mondo comincia il nuovo millennio carico delle contraddizioni di una crescita economica, culturale, tecnologica, che offre a pochi fortunati grandi possibilità, lasciando milioni e milioni di persone non solo ai margini del progresso, ma con condizioni di vita ben al di sotto del minimo dovuto alla dignità umana. Alle vecchie si aggiungono le nuove povertà. A noi è chiesto di decifrare l’appello che Cristo manda da questo mondo della povertà” (NMI, n. 50).

L’accaparramento delle risorse della terra, la globalizzazione prevalentemente economica, il debito estero dei paesi più impoveriti, il divario insanabile tecnologico tra gli stati, tutto questo richiede una fantasia nuova della carità, specialmente ai religiosi, come chiedeva l’ultimo documento “Ripartire da Cristo”.

Il nostro impegno missionario si amplia, con connotazioni e modalità nuove, che richiedono un nuovo tipo di presenza e di coinvolgimento nell’umanità.

In quanto religiose, ma molto di più in quanto donne, noi abbiamo per natura la vocazione di essere più attente all’armonia, alla riconciliazione di estremi, all’accoglienza, al culto della stessa natura. Dovremmo essere curatrici della casa di Dio, educatrici dell’umanità e preservatrici della natura, opera di Dio. Ci vogliamo veramente impegnare a preparare, come Marta e Maria, la casa per ospitare il Cristo, quando verrà. Siamo fiduciose che il cammino dell’umanità e della creazione vanno certamente verso il fine per cui Dio li ha creati: la liberazione totale e la comunione di tutto in Dio.

 

A cura di Sr. Giusy Sozza      

Incaricata nazionale per le religiose USMI-PUM      


 

 

 
© Copyright 2003 Pontificia Università Urbaniana 
Site best viewed at 800x600 

Please report
  misfunctioning to the