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48°
CONVEGNO NAZIONALE MISSIONARIO DEI SEMINARI D’ITALIA
Seminario
Maggiore Catania
30
aprile 3 maggio
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Il
48° Convegno Nazionale Missionario dei Seminaristi di
Italia si
è svolto presso la sede del Seminario Maggiore di
Catania, dal pomeriggio del 30 aprile al 3 maggio. Tema
del Convegno: Apostoli per vocazione (per una formazione
alla missione)
Hanno
partecipato 250 seminaristi provenienti da quasi 60
seminari maggiori di Italia.
Obiettivo
prefisso: la formazione iniziale del seminario deve
preparare preti che non si limitino solo all'esercizio
pastorale, ma evangelizzatori del mondo contemporaneo, sia
nelle chiese tradizionali, come nelle giovani chiese delle
missioni.
Sono
intervenuti gli eccellellentissimi vescovi, Mons. Giuseppe
Costanzo, arcivescovo di Siracusa, che ha tenuto una
riflessione biblica: "Mi mandò ad
evangelizzare". Sua ecc. Mons. Chiarinelli, vescovo
di Viterbo, ha svolto il tema: Scelte formative in vista
del ministero di evangelizzazione". Vi sono state poi
tre comunicazione, dei rettori di Milano, Don Mario
Delpini, sulla valenza della formazione pastorale, e di
Don Giovanni Ricchiuti, rettore del Seminario Regionale di
Molfetta sulla formazione umano-spirituale. Il Prof.
Dotolo, docente all'urbaniana, ha presentato la possibile
ristrutturazione dei piani di studio teologici attorno
alla categoria fondamentale di missione. Due testimonianze
di missionari hanno mostrato la bellezza e le difficoltà
della formazione alla misisone in contesto culturale. Una
sintesi dei lavori è stata preparata e letta alla fine
del Convegno da parte del segretario Nazionale della PUM,
P. Vito Del Prete.
Ha
chiuso il convegno S. Em. il cardinale Crescenzio Sepe,
prefetto della Congregazione per l'Evamgelizzazione dei
Popoli.
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48°
CONVEGNO NAZIONALE MISSIONARIO DEI SEMINARI D’ITALIA
prof. Del Prete
p. Vito
Segretario
Nazionale Pontificia Unione Missionaria
Relazione
Finale
SINTESI E ORIENTAMENTI
“Dio
apre alla Chiesa gli orizzonti di un’umanità più
preparata alla semina evangelica. Sento venuto il momento
di impegnare tutte le forze ecclesiali per la nuova
evangelizzazione e per la missione ad Gentes. Nessun
credente in Cristo, nessuna istituzione della Chiesa può
sottrarsi a questo dovere supremo: annunziare Cristo a
tutti i popoli” (Rmi, n. 3).
E’
per cogliere questo Kairòs della grazia
dell’evangelizzazione che
250 seminaristi provenienti dai seminari maggiori
abbiamo partecipato al 48° Convegno Nazionale Missionario
dei seminaristi di Italia, svoltosi presso la sede del
Seminario Maggiore di Catania dal 30 aprile al 3 maggio
2003.
La
Chiesa ha un sogno: i giovani, che si immettono nella scia
della missione e testimonianza di Cristo. Ai noi futuri
preti è chiesto di non vanificare la grazia profetica ed
apostolica del Concilio Vaticano II, di modo che non si
possa più dire: del Concilio, che ne è ?
Tocca
a noi cogliere questo momento favorevole della nuova
Pentecoste, questo passaggio epocale per una nuova
esperienza di Chiesa.
Noi
lo sappiamo che la Chiesa pellegrinante è missionaria per
sua natura. Essa è nata sulle rive del lago di Galilea,
dove soffiano i venti dello Spirito, dove si respira il
fascino dell’avventura, da dove la Buona notizia prende
il volo”.
L’evangelizzazione
è la vocazione propria della chiesa. E’ il suo statuto
: “Noi l’annunciamo a voi” . Questo non lo dobbiamo
dimenticare. Dobbiamo essere fedeli a questa origine
fondante. Ma la fedeltà non è statica né è ripetitiva:
è nuova sempre. Se fosse statica, rischierebbe di
rivolgere un messaggio a destinatari che non esistono più.
La missione evangelizzatrice non può essere come quella
dei primi secoli, non è quella del secolo passato. È
quella del mondo contemporaneo, in un contesto di nuove
sfide, poste dalle nuova comprensione che l’uomo ha di sé,
del suo lavoro e del suo destino, dalle trasformazioni
della società, in tutti i suoi aspetti, dalle culture e
dalle religioni. Non possiamo continuare a rispondere alla
domanda religiosa dei nostri contemporanei, piazzando il
nostro tra gli altri beni di consumo, né concepirlo come
un’isola pedonale, in cui è possibile offrire
spazi di silenzio per evadere momentaneamente dagli
affanni della vita e appagare lo spirito. Siamo chiamati
ad impegnarci a dare la buona notizia ad un mondo
irredento e per la maggior parte non cristiano, a
comunicare la novità salvifica che è Cristo risorto, in
cui l’umanità troverà la piena umanizzazione e
realizzerà il proprio fine.
Il
problema che a noi si pone, ed è per questo che ci siamo
qui riuniti, è : Chi manderò e chi andrà per noi? Noi
abbiamo risposto: “Ecco, manda me”. Questa risposta
implicita e generosa può diventare veramente efficace
solo se a questa disponibilità della
prima chiamata, segua una maturazione per una
definitiva ed ultima chiamata: Mi ami tu? Mi vuoi bene?
Pasci i miei agnelli e le mie pecorelle. La missione
infatti nasce dal cuore di Cristo: Allora a noi tocca
formarci, cioè prendere la forma di Cristo. Abilitarci alla missione vuol
dire abilitarci all’amore di Cristo e dell’umanità.
L’evangelizzazione più che un concetto, deve divenire
per noi un’ermeneutica della vita. E’ prima di tutto
lasciare trasparire il Cristo. Una chiesa potente, corposa
nega Cristo, perché non lo lascia trasparire. La povertà
di cui deve connotarsi la Chiesa
e quindi la sua missione evangelizzatrice non è
facoltativa, ma intrinseca ad esse. Bisogna togliere tutto
ciò che non lascia trasparire il Cristo. E’ lui che lo
chiede, perché la Chiesa possa riflettere la luce di
Cristo tra le genti. Noi siamo continuatori della sua
opera.
Perciò
la sua missione ci è stata data con delle consegne ben
precise: la povertà, una condotta irreprensibile e
il preventivo del rifiuto. La lotta contro il male
che il discepolo deve sostenere nella realizzazione
del mandato non è ad armi pari. Può competere solo con
la fede nella parola che annuncia. Il discepolo è scelto e mandato nel
nome e dietro invito del suo Signore, perciò ha la
certezza che il Signore è con Lui. E’ nella debolezza
del discepolo allora che si manifesta la potenza,
l’energia salvifica del Vangelo. Il discepolo sa che la
persecuzione accompagnerà sempre la missione che è
mandato a svolgere. Essa non può essere condizionata
dalle minacce, e sarà fedeltà al suo Signore predicare
il Vangelo con coraggio, che gli viene da Cristo: Non
temere.
Al
discepolo che vuol annunziare con efficacia la Parola si
chiederà di essere radicato nella Parola, di essere
contemplativo nell’azione, di essere docile alla guida
dello Spirito.
Bisogna
in ogni caso prima di tutto ornarsi di santità, che si
raggiunge con la progressiva assimilazione e conformazione
a Cristo, che apre il cuore verso Dio Padre, fino a che il
cuore del discepolo giunge a battere con lo stesso respiro
di Dio per la salvezza dei fratelli e sorelle di tutto il
mondo.
Questo
richiede che vi sia essenzialmente un salto di qualità
nella formazione dei credenti, di tutto il Popolo di Dio,
e specialmente di coloro che tra essi sono sacramenti
viventi del sacerdozio di Cristo, a cui è stata affidata
in modo speciale la missione profetica, e allo stesso
tempo la cura e l’animazione della comunità cristiana.
Si richiede che, tenendo fisso lo sguardo su Cristo,
consideriamo le attuali situazioni dell’umanità, nella
quale vogliamo seminare e far sbocciare la Parola di Dio,
che è il Cristo vivente, perché
da pastori, intesi nel senso purtroppo restrittivo,
diventiamo apostoli, o pastori evangelizzatori. Andate e
predicate il Vangelo a tutte le genti, fino agli estremi
confini della terra.
Qui
sono implicati tutti gli aspetti di quel processo, che
tende a formare in noi l’uomo di Dio, che deve
riconciliarsi e armonizzarsi nell’integrità umana,
cristiana, sacerdotale ed apostolica. Logos, pathos ed
ethos devono trovare la loro composizione unitaria e
unificante nel soggetto. Questo significa essere apostoli
per vocazione.
FORMAZIONE UMANA
Riteniamo
che è fondamentale per noi una formazione armonica della
personalità umana, in cui è necessario che ci costruiamo
una identità umano-divina, una personalità
socio-culturale, e uno spirito missionario, ricopiando i
tratti salienti dell’umanità di Cristo. Abbiamo bisogno
di educarci a quelle virtù forti, quali il coraggio, la
lealtà, l’amabilità. E’ esigito da noi specialmente
oggi uno sguardo critico sul mondo. Per cui il seminario
deve educarci all’ascolto, al senso di progettualità,
della collaborazione, della complementarietà, al
confronto equilibrato delle opinioni e al coraggio di
andare contro la cultura o culture dominanti, quando
queste sono contro la naturale vocazione e destino
dell’uomo e la sua dignità.
Deve
inoltre contribuire a sviluppare in noi la capacità di
dialogo.
In
breve deve venire incontro a quella che oggi gelosamente
è sentita come istanza antropologica. Deve sviluppare il
gusto di viaggiare intorno all’uomo, per cui
la mente e il cuore restino aperti all’umanità,
specialmente quella emarginata e sofferente in cui sono
stati stracciati i tratti del volto di Cristo.
Ma
resta centrale la istanza cristologica. Cristo deve essere
l’origine fondante e centrale nella nostra storia e nei
percorsi formativi. E’ Lui che
ci invia. Una spiritualità non intimistica, ma la
consapevolezza che siamo chiamati per essere inviati.
Dove, a fare che cosa? Tu seguimi. A questa dobbiamo
coniugare una comprensione di Chiesa, che a dirla con
Tonino Bello, non può tenere finestre e porte chiuse.
“Quanti fuochi si spengono all’ombra del campanile!”
La chiesa è un organismo vivente, è il corpo di
Cristo, a servizio dell’umanità, di cui ne condivide la
storia, il destino, i dolori, le angosce, le aspirazioni.
In quanto apostoli, non
possiamo creare
argini come muri di gomme. Per cui anche i progetti
formativi vanno declinati sulla voce del verbo
“servire”. Se no, invece di mostrare il potere dei
segni della salvezza misericordiosa di Dio, ci ammanteremo
dei segni del potere. E’ necessario per l’apostolo
servire Cristo nell’uomo, e servire l’uomo per
portarlo a Cristo. Per questo abbiamo bisogno del coraggio
di affidarci alla Parola potente di Dio, per la quale noi
osiamo uscire da ciò che è noto per avventurarci nel
sublime lavoro di seminatori e annunciatori della buona
notizia, che è Gesù Cristo.
FORMAZIONE TEOLOGICA – CULTURALE
La
formazione culturale teologica è in vista e in funzione
dell’annuncio. Se come presbiteri siamo chiamati
a porci sulla linea della missione messianica di Cristo,
in un mondo multietnico, multiculturale e multireligioso,
la teologia allora deve divenire teologia della missione,
teologia dell’annuncio. Solo in questa maniera potremo
superare quella che è dolorosamente avvertita come
schizofrenia tra teologia e vita. Bisogna purtroppo
costatare che la dimensione missionaria fa solamente
capolino qua e là, eppure essa appartiene
all’esperienza fondante della chiesa,
è intrinseca all’approfondimento del mistero di
Dio e di Gesù Cristo. Essa è l’autocomprensione stessa
della Chiesa, è la coniugazione tra kerigma e dogma, tra
comunicazione della fede e il vissuto del mistero di fede.
E’ l’esperienza di fede della comunità cristiana, su
cui si imposta la riflessione teologica, operata da quello
che si chiama esercizio teologico- pastorale. Si tratta di
dare ragione della propria fede a chiunque te lo chiede,
ma anche a chi non te lo chiede. Essa ci deve dire la
verità di Dio e dell’uomo, ci deve spiegare Gesù
Cristo, il di più dell’uomo. Che noi dobbiamo immettere
nelle culture, perché sostenga e valorizzi le diversità
culturali, così come la Pentecoste, la epifania dello
Spirito, fu la celebrazione delle diversità culturali dei
popoli, di tutti i popoli. Sentiamo il bisogno di una
teologia in contesto, perché siamo preoccupati
essenzialmente dell’annuncio che deve essere
significativo e operante per tutti.
Solo
così lo studio della teologia farà di noi l’uomo
cristiano, perché investirà l’essere stesso della
nostra vita culturale.
Se
la Chiesa in questo tempo favorevole è chiamata ad uscire
da se stessa per portare l’annuncio al mondo, allora
deve poco alla volta operare una riflessione seria sui
curricula e
sulla stessa impostazione della struttura teologica. Del
resto sappiamo che il Progetto Culturale che la Chiesa
italiana sta elaborando mira a rispondere a questa
esigenza. Segni di questa necessità sono le continue
sollecitazioni del magistero universale e di quello delle
chiese locali a fare un salto di qualità anche nella
cultura teologica. Oggi siamo posti davanti ad una
situazione sociale culturale e religiosa dell’umanità
qualitativamente differente. L’abbiamo esaminato nel
Convegno sulla Globalizzazione e Missione tenuto a Brescia
l’anno scorso. La post-modernità per l’Occidente, la
globalizzazione e il revival delle grandi religioni
esigono da noi una preparazione adeguata che ci metta in
grado di comunicare il Vangelo. Queste sfide, è stato
detto, non sono congiunture del tempo, perciò ci chiedono
solamente di essere attenti alla storia e forse di operare
anche un capovolgimento nella riflessione sistematica del
dato di fede cristiana. La realtà dell’annuncio, o del
comunicare il Vangelo nel Mondo contemporaneo, deve
costituire una spina nel fianco del nostro modo di
teologizzare, deve divenire l’interlocutrice
all’interno della nostra riflessione sistematica di
fede.
Gli
auspici espressi da noi che, forse ancora inconsciamente,
avvertiamo l’urgenza e la necessità di un cambiamento
di rotta, perché
entusiasti delle sfide ma anche preoccupati e ansiosi
della preparazione per affrontarle, possono articolarsi
nel modo seguente:
Riteniamo che è urgente :
-
approfondire e
rendere prioritaria la teologia della missione,
orientando in tal senso tutta la riflessione
teologica, quasi da esserne il principio unificante e
la struttura fondante.
-
Approfondire il
mistero dell’uomo, perché non si operi una
separazione della chiesa dal mondo, che sono compagni
di tenda.
-
Costruire con
maggior insistenza una teologia che sia in dialogo per
un confronto serio e competente con la società
contemporanea, con una maggior apertura verso contesti
culturali e religiosi mondiali.
-
Evitare una
eccessiva europeizzazione della teologia, quasi
ritenendola l’unica seria e valida, mentre
l’Associazione dei Teologi del Terzo Mondo, a Dakar,
nel lontano 1975, denunciava la teologia occidentale
come accademica, irrilevante, poco influente sulla
formazione del cristiano e della comunità cristiana.
-
Per questo, almeno
come inizio stimolante del discorso di rinnovamento,
vedremmo finalmente auspicabile che la teologia
dell’evangelizzazione sia messa come parte
integrante nel curriculum degli studi teologici, che
si introducessero corsi, anche se seminariali sulla
inculturazione, sulla teologia delle religioni, sul
dialogo interreligioso e interculturale. L’interculturalità
dovrebbe divenire un elemento necessario e trasversale
a tutto l’impianto teologico. Al momento,
bisognerebbe offrire degli strumenti per queste nuove
sensibilità ed esigenze, quali viaggi di studio
all’estero, scambio di professori di diversa
provenienza culturale e religiosa, immissione di
studenti esteri nelle nostre facoltà teologiche.
FORMAZIONE SPIRITUALE
Per
una spiritualità fondamentale dell’evangelizzatore, ci
piace riportare l’espressione che fu del P. Manna,
fondatore della Pontificia Unione Missionaria: Il
Crocifisso è la vera cattedra di missiologia. Queste
parole ci rimettono in discussione, ci portano alle
origini della nostra vocazione. L’evangelizzatore si
alimenta a questa sorgente inesauribile, che è Gesù.
Siamo convinti che non si tratta di mettere in atto nuove
strategie pastorali, ma di lasciarci portare dallo stesso
amore di Cristo, che ci ha chiamati, ci fa dono della sua
vita e della santità. E’ necessario essenzializzare la
spiritualità, che è obbligatoriamente determinata per
l’evangelizzatore dalla globalità del mistero di
Cristo, dalla contemplazione dei suoi volti..
Come
in una sequenza, che quasi sintetizza quanto fino ad ora
considerato, ne elenchiamo gli elementi e la progressione.
-
Docilità
allo Spirito, che forma in noi il Cristo, che
ci spinge sulla via della missione.
-
Centralità
della Parola, per
costruire un rapporto intimo e personale con Cristo,
in vista di una conversione totalizzante al Regno di
Dio, e lasciarsi così raggiungere e trasformare dalla
Buona Novella, dalla bellezza del Vangelo.
-
Carità
pastorale e Cuore di Cristo in noi, che
non ha confini, che porta immancabilmente agli ultimi,
agli esclusi e dimenticati.
-
Vivere
i sacramenti come grazia e sorgente
dell’evangelizzazione
-
Passione
per l’uomo, che
deve essere espressa come prossimità al tutto
dell’uomo, come fraternità nella gratuità,
compassione, simpatia ed empatia; come inclusione
degli ultimi nella vita della comunità, che non è la
distributrice di servizi, ma la comunità che vive in
comunione e tende ad essere strumento di comunione di
tutti; come trasparenza della filantropia di Dio; come
trasparenza e radicalità della testimonianza, che
richiedono autenticità, essenzialità, povertà,
fedeltà.
-
Passione
urgente di portare tutta l’umanità a Cristo, perché
solo in Lui troverà il compimento della sua umanità.
FORMAZIONE PASTORALE
Siamo
consapevoli che Il tempo della formazione iniziale non è
quello del nostro impegno totale al servizio della comunità
umana e cristiana. Pure se limitata, l’esperienza
pastorale deve essere integrata in tutto il processo
formativo, costituendone una parte rilevante. Se
l’annuncio è la priorità della missione della Chiesa,
se il seminario deve preparare gli apostoli, anche
l’esperienza pastorale non può limitarsi ad un servizio
intraecclesiale, che si svolge quasi esclusivamente nel
servizio liturgico e catechetico, ma deve educarci
a proiettarci nel mondo, che aspetta la Buona
Notizia, nel mondo irredento, che non ha ancora
sperimentato la paternità amorevole di Dio: tra la fascia
degli emarginati, degli esclusi, dei peccatori, degli
immigrati, cercando con la testimonianza e la modesta
attività di annunciare la Buona Novella, che è Cristo.
Certamente
la formazione pastorale esige un supporto
teologico-culturale, altrimenti si risolve in se stessa.
Ma pensiamo che deve maggiormente sviluppare in noi quelle
attitudini dell’apostolo che sa che la sua attività
apostolica è in obbedienza e sulla linea di Cristo, unto
dallo Spirito perché porti la liberazione ai prigionieri,
dia la vista ai ciechi, faccia camminare gli storpi e
predichi un anno di grazia del Signore.
Abbiamo
voluto che questo Convegno si soffermasse sulla formazione
(Per una formazione Missionaria) per fare un po’ di luce
su quanto la stessa Redemptoris Missio indica: “La
stessa formazione dei candidati al sacerdozio deve mirare
a dar loro “quello spirito veramente cattolico che li
abitui a guardare oltre i confini della propria diocesi
nazione o rito, per andare incontro alle necessità della
missione universale, pronti a predicare dappertutto il
Vangelo”. La stessa Conferenza Episcopale Italiana ha
assunto seriamente questa indicazione, se nel suo
documento programmatico, “Comunicare il Vangelo in un
mondo che cambia” ha chiesto un salto qualitativo nella
formazione a livello umano, cristiano, culturale e
teologico anche dei futuri presbiteri. Se non ci
prepariamo per essere evangelizzatori, specialmente noi
che saremo posti
nella chiesa come modelli, pastori, segni e sacramenti
viventi del sacerdozio di Cristo, la stessa progettualità
della chiesa italiana resterebbe inevasa.
E’ vero
che la missione è diritto e dovere di tutti, ma questo
non ci porta a diluire la nostra responsabilità di futuri
pastori, chiamati
prima con lo stile di vita e poi con la cura pastorale ad
essere animatori del Popolo di Dio. Noi abbiamo voluto
fare questo sforzo per inserirci nel discorso che la
Chiesa italiana va facendo fin dagli anni 60, come ci
hanno ripetuto l’arcivescovo di Siracusa, Mons. Giuseppe
Costanzo, e il vescovo di Viterbo, Mons. Lorenzo
Chiarinelli. Alcuni responsabili della formazione, quali
il rettore del Seminario Maggiore di Milano, Mons. Mario
Delpini, e il rettore del Seminario Regionale di Molfetta,
Mons. Giovanni Ricciuti, ci hanno offerto uno spaccato
sulle dinamiche formative attuali, in funzione
prospettica, in vista di preparare uomini e preti nuovi
per il servizio del Vangelo all’umanità. E’ stata per
noi stimolante la considerazione sull’attuale
insegnamento della teologia da parte del professore
Carmelo Dotolo, docente di Missiologia presso la
Pontificia Università Urbaniana.
Abbiamo
la volontà di essere fedeli a Cristo, e di rendere
attuale, significativa ed efficace la comunicazione del
Vangelo al mondo che non l’ha ancora ricevuto o che per
tanti motivi l’ha rifiutato o lo ignora, o a quel mondo
non ancora riconciliato. E’ in questo mondo che verremo
lanciati come futuri
presbiteri. E’ nostro desiderio e preoccupazione
crescere fino alla statura di Cristo, perché possiamo
moltiplicare i Cristi nel mondo. Siamo consapevoli che la
nostra formazione iniziale è un campo così delicato e un
compito così difficile, che possiamo
realizzarla adeguatamente
solo nella forza e nella luce che viene dallo
Spirito.
Di
fatto abbiamo avuto i momenti più toccanti nella
assemblea orante, quando nello spezzare il pane, abbiamo
sperimentato la forza che viene dall’alto, e abbiamo
riconosciuto il Cristo per quello che è e non per quello
che noi vogliamo che sia.
E
il nostro atteggiamento è quello suggeritoci dalla stessa
Parola di Dio. Agli Apostoli che, preoccupati delle folle
che l’hanno seguito per giorni nel deserto e che non
avevano niente da mangiare, chiedono
a Gesù come devono sfamare tanta gente, Egli
risponde: Date voi stessi da mangiare. Ma c’è uno solo
tra i tanti che ha solo cinque pani e due pesci. Egli li
moltiplica. Il nostro atteggiamento
allora è di dare il nostro poco perché Gesù lo
moltiplichi per i fratelli e sorelle di questa nostra
umanità. Con il nostro poco, sottomesso alla potenza
salvifica della Parola di Dio possiamo andare in tutto il
mondo e predicare il Vangelo ad ogni creatura.
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