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L'Assemblea
generale annuale delle Pontificie Opere Missionarie si
svolge quest'anno, 2003, presso l'hotel Pala Cavicchi di
Ciampino (Roma).
La
prima parte dell'Assemblea, dal 5 al 7 maggio, è riservata
ai circa 40 Direttori nazionali di nuova nomina e comprende
una serie di relazioni e di lavori di gruppo sulla storia,
la teologia e la spiritualità delle quattro Pontificie
Opere Missionarie; sull'organizzazione delle singole Opere,
sulla funzione dei Segretariati internazionali e sulle
attività delle Direzioni nazionali.
Il
prof. Colzani don Gianni, della Pontificia Università
Urbaniana, è intervenuto nel primo giorno con una lezione
dal titolo " lo spirito delle pontificie opere
missionarie per una interpretazione teologica".
Riportiamo
di seguito il testo integrale della conferenza.
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lo
spirito delle pontificie opere missionarie
Per
una interpretazione teologica
Gianni Colzani
Le
Pontificie Opere Missionarie
sono un insieme di iniziative volte alla animazione ed alla
cooperazione missionaria di tutta la chiesa; sorte quasi
tutte nell’ottocento in terra di Francia, spesso ad opera
di semplici fedeli, soltanto poi saranno trasformate in
pontificie. A motivarne l’origine è la rinascita che
l’ideale missionario sperimenta in quel periodo: pur
conoscendo una sorta di protettorato francese sulle missioni
cattoliche, la missione si appoggia fondamentalmente sul
popolo di Dio e molti, uomini e donne, ne sono pienamente
consapevoli.
La
nascita e l’affermazione di queste Opere ha tutto da
guadagnare là dove viene inserita nella ecclesiologia e
nella missiologia del tempo che è, sostanzialmente, quello
che prepara e comprende il Vaticano I. Si tratta di un
periodo studiato da Y. Congar che, per quanto riguarda
l’ecclesiologia,
vi riconosceva due fondamentali tendenze. La prima
accentuava gli elementi istituzionali e gerarchici fino a
presentare la chiesa come società perfetta; ne veniva
quella identificazione della chiesa con la sua struttura
gerarchica che si riconoscerà nel movimento che, verso la
fine dell’ottocento, prenderà il nome di «restaurazione».
La seconda raccoglie un coagulo di forze diverse, da Newman
a Möhler a Passaglia e Franzelin, che rappresentano gli
esponenti principali del rinnovamento teologico.
Precisandone
la visione, Congar dirà che questa corrente «vedeva la
chiesa nella linea dei misteri della salvezza e le
restituiva la sua natura sacramentale, che le deriva dal suo
stretto rapporto con l’incarnazione».
Meno rilevante della prima, questa seconda corrente godeva
però di grande ascolto nel mondo missionario dato che,
presentando la chiesa sul prolungamento della attività
salvifica di Cristo, poneva infatti le basi per una
valorizzazione della responsabilità della chiesa e dei
cristiani. Di fatto, i teologi del Collegio romano
dedicheranno tempo ed energie a sviluppare i rapporti tra la
chiesa e Cristo, presentato come capo, sposo e cibo;
l’immagine del Corpo mistico e l’insegnamento della
divino-umanità della chiesa, descritta per analogia al
Verbo incarnato, saranno le sue tesi fondamentali.
Lo
stesso Vaticano I vi si ispirerà dato che, di fatto, si
avvarrà di questi teologi per la preparazione dei suoi
schemi.
Dei due schemi ecclesiologici presentati e discussi in aula,
il primo insisteva sulla chiesa come Corpo mistico, quasi
espansione del mistero di Cristo, mentre il secondo – dopo
le critiche subite dal primo – riprendeva la concezione
della chiesa come societas inequalis che, fondata da
Cristo e diretta dallo Spirito, rende possibile con i
sacramenti la partecipazione ai beni della communio
sanctorum. A questi due schemi se ne dovrebbe aggiungere
un terzo, specificatamente missionario, Super
missionibus apostolicis;
distribuito il 26 luglio 1870 ai padri ancora presenti a
Roma, subirà la sorte del concilio che, il 20 ottobre, sarà
sospeso da Pio IX. Approvato dalla Commissione preparatoria
ma mai discusso in aula, lo schema non ha valore
magisteriale ma va inteso come testimonianza di una
mentalità e di un pensiero diffuso. In effetti era
espressione del pensiero di Propaganda Fide.
Può
essere utile richiamarlo per avere una qualche idea del
contesto ideale, non del tutto sprovveduto, nel cui ambito
sorgono le iniziative di appoggio alle missioni. In tre
capitoli, quello schema affrontava l’insieme del problema
missionario. Dedicato ai vescovi ed ai vicari apostolici, il
primo indicava nella introduzione della perfecta
ecclesiasticae hierarchiae forma lo scopo della
missione: istituire delle diocesi, delle chiese pienamente
formate, era lo scopo attribuito alle missioni. Dedicato ai
missionari, il secondo capitolo insisteva sulla loro
formazione morale, spirituale e scientifica ed indicava
nella accoglienza degli usi e dei costumi locali il criterio
di ogni evangelizzazione. Il testo si spingeva ad affermare
che i missionari devono sottoporsi alle istituzioni del
luogo ed osservarne le leggi, il che – in un contesto di
colonialismo – non era poco. Il terzo capitolo, infine,
richiamava il dovere di sostenere le missioni e, tra i mezzi
necessari, ricordava le preghiere e le offerte così come la
necessità di accrescere le vocazioni missionarie.
Per quanto l’episcopato non fosse del tutto
concorde con la linea di Roma, il documento presenta una
chiara mentalità missionaria il cui senso è il bisogno di
ridefinire la posizione della chiesa di fronte a quei
popoli, di antica civiltà, che il colonialismo andava
variamente collegando agli interessi europei. Mentre la
tradizione si accontentava della espansione e
dell’ampliamento della chiesa occidentale, andava
facendosi strada una posizione innovativa che faceva del
riconoscimento della dignità e della cultura di quei popoli
e, quindi, del clero indigeno la base per il loro pieno
inserimento – anche giuridico – nella chiesa di Cristo.
La
sospensione del concilio non permise il confronto fra
mentalità diverse; continuò così la loro compresenza che,
nei fatti, vedeva una notevole diversità tra una chiesa
europea pienamente stabilita ed un mondo non-cristiano
affidato alle strutture missionarie. Il mancato chiarimento
di questi presupposti comporterà un obiettivo ritardo della
missione rispetto alle aspettative di quei popoli. In questo
complesso contesto ecclesiologico e missionario va collocata
la nascita delle future Opere pontificie; la loro storia
lascia intuire la presenza di fermenti che vanno nel senso
tracciato sopra. Di fatto, il terzo capitolo del Super
missionibus apostolicis
menziona quelle allora esistenti; centodieci vescovi
avevano sottoscritto un’istanza per la valorizzazione
dell’Opera della Propagazione della fede e trentacinque
vicari apostolici avevano chiesto il riconoscimento
dell’Opera della S. Infanzia.
Dopo
di allora, il magistero pontificio ritornerà più volte
sulle missioni
che Pio XI presenterà come un «debito di carità che ci
stringe a Dio».
In questi interventi non manca il richiamo delle PP.OO.MM.
che, in genere, sono presentate come una partecipazione del
popolo di Dio al suo rinnovamento interiore ed alla sua
responsabilità circa il vangelo. Tra i documenti principali
mi limito a richiamare il capitolo sesto di Ad Gentes,
nn. 35-41;
il concilio insiste sul fatto che «tutti i figli della
Chiesa devono avere la viva coscienza della loro
responsabilità di fronte al mondo, devono coltivare in se
stessi uno spirito veramente cattolico e devono spendere le
loro forze nell’opera di evangelizzazione».
Tralasciando altri passaggi, possiamo richiamare il capitolo
settimo di Redemptoris Missio
che, ai nn. 77-86, presenta la partecipazione alla
missione universale come «il segno della maturità di fede
e di una vita cristiana che porta frutti».
Queste
brevi note introduttive sono sufficienti per mostrare che la
cooperazione missionaria è stato un tema particolarmente
vivo negli ultimi due secoli; segnata dalla sensibilità del
tempo, esprime però qualcosa di perenne: esprime il
desiderio del popolo cristiano di partecipare attivamente
alla vita della chiesa ed al suo servizio storico
all’umanità. Si può perciò ritenere che la forma
storica della cooperazione e delle PP.OO.MM. racchiuda una
esigenza teologica che domanda di venire chiarificata. Per
quanto non facile, questo sforzo va fatto.
1.
La «comunione» ecclesiale
Ci
può essere di guida un pensiero di G. Philips che, pur
costretto a riconoscere la presenza di forti tendenze
individualistiche, amava ricordare che «la concezione della
Chiesa come “comunità di carità” era stata l’idea
maestra della teologia dei primi dieci secoli»,
anche se questa idea non si era mai condensata in un
trattato. Abbiamo qui una preziosa indicazione circa la
chiesa; la nozione teologica che la esprime meglio e che le
è più vicino è, a mio parere, quella di «comunione». Il
Sinodo straordinario del 1985, a vent’anni dal concilio,
la indicherà come il cuore della ecclesiologia conciliare
mentre W. Kasper, da parte sua, la presenterà come la
radice di una actuosa participatio del popolo di Dio
alla intera vita della chiesa.
Ovviamente, nel frattempo, non sono mancate altre
presentazioni della chiesa: alcuni l’hanno presentata come
sacramento universale di salvezza o come serva del regno,
altri – soprattutto larga parte dei “media” –
l’hanno identificata come una associazione fortemente
impegnata nella promozione dei diritti umani.
Come
ogni categoria teologica, anche quella di comunione nasce da
una esperienza e da una interpretazione della vita. Sullo
sfondo della comunicazione interpersonale, la «comunione»
esprime il rapporto di due persone che si accettano e si
integrano in quanto «altre»; risultato di una volontà di
amore, la comunione é una realtà vitale, esistenziale e
dinamica più che razionale: per questo é difficilmente
verbalizzabile. Il suo dinamismo tende spontaneamente a
tradursi in gesti che la manifestano e la accrescono: la
comunicazione delle convinzioni e la cooperazione nella vita
ne sono le forme principali.
Il
nostro tempo conosce un ampio bisogno di comunione, come
spazio di ricerca e di crescita della propria identità, ma
la sua realizzazione attorno ai consumi e la collocazione
dell’associazionismo nella marginalità del tempo libero
ha prodotto una aggressione alla dimensione comunitaria del
vivere che ha avuto come esito l’aggressività e la
solitudine quando non, addirittura, la fuga verso la droga e
la violenza. Come ogni altra concezione, anche questa
categoria ha quindi i suoi limiti che chiedono attenzione e
vigilanza. La comunione non deve mai tradursi in una
strumentalizzazione di una delle due parti, piegata e
sacrificata ad esigenze superiori; é per la vita e non per
il suo annullamento.
In
ambito teologico, la comunione risale agli eventi di
salvezza, all’amore del Padre per l’umanità,
all’invio del Figlio e dello Spirito. La radice trinitaria
della comunione fa della chiesa, come insegna il concilio,
«il popolo radunato nell’unità del Padre, del Figlio e
dello Spirito Santo».
Viva dell’agape divina, la chiesa è da esso sospinta
sulle strade della storia; in questo modo, la chiesa
incontra le persone nelle loro ricchezze e nei loro bisogni
ed è, con loro e per loro, «segno e strumento
dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il
genere umano».
In una parola, la comunione genera la missione, genera una
chiesa che – lungi dal chiudersi su se stessa – si apre
a tutto il mondo.
Ad
interessarci fino in fondo, nel contesto in cui siamo, non
è però la teologia della comunione in quanto tale ma il
far conoscere ed il far vivere a tutti «la “nuova”
comunione che nel Figlio di Dio fatto uomo é entrata nella
storia del mondo».
Ad interessarci, insomma, è la comunione come vita secondo
lo Spirito, come radice di spiritualità e di vita
evangelica; a tracciarne il contenuto è un bel testo di Novo
millennio ineunte 43 che lo fa in quattro densi
paragrafi. Vale la pena di richiamarli:
«Spiritualità
della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore
portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la
cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno
accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre
capacità di sentire il fratello di fede nell’unità
profonda del Corpo Mistico, dunque come «uno che mi
appartiene», per saper condividere le sue gioie e le sue
sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei
suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia.
Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere
innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per
accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un «dono per
me», oltre che per il fratello che lo ha direttamente
ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper «fare
spazio» al fratello, portando «i pesi gli uni degli altri»
(Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che
continuamente ci insidiano e generano competizione,
carrierismo, diffidenza, gelosie».
In
una parola, la comunione parte dalla contemplazione, si
traduce in fraternità e genera impegno, servizio; va da sé
che qui, in questo contesto, il servizio non è solo
esecuzione puntigliosa di una prestazione ma è dinamica
spirituale, è conformazione a Cristo servo.
Queste indicazioni permettono di intuire il carattere
particolare, originale, della “comunione ecclesiale”;
non solo non è traducibile in verticismo o democraticismo
ma non è nemmeno traducibile in semplice partecipazione.
Così come é intesa dalle scienze sociali, la
partecipazione mira ad influenzare i centri decisionali
giungendo così, attraverso la creazione di una incisiva
opinione pubblica, ad un controllo o ad un condizionamento
del loro esercizio. Non a caso la partecipazione oscilla tra
la mobilitazione delle masse, promossa dai regimi, e la
crescita di strutture di partecipazione, voluta invece dalle
associazioni di volontariato e di impegno politico.
La
sensibilità della fede e la logica della comunione non ha
nulla da spartire con questa attenzione ad orientare o
condizionare le scelte altrui; il mondo di comunione evocato
dalle scritture è diverso da quello di un controllo
incrociato. Coloro che sono in comunione con le persone
divine e tra loro fanno l’esperienza di una reciproca
partecipazione delle gioie e dei dolori vicendevoli:
sono gli uni a servizio degli altri.
La comunione ecclesiale ha così la sua sorprendente legge
nello scambio di doni tra comunità e singoli: il mettere in
comune quanto si ha, il dare ognuno della propria ricchezza
o della propria povertà
è la vera legge dei rapporti tra
chiese sorelle. È quanto vorrei approfondire.
2.
Per una comunione fraterna: lo scambio dei doni
Resa
spiritualità e vita, la comunione ecclesiale
si traduce in un cammino di maturità che, per essere
maturità di carità, esige che ciascuno vi partecipi con i
suoi doni e con i suoi carismi. La comunione ecclesiale vive
di una pluralità di doni, vissuti secondo quella logica di
cattolicità che è accoglimento nella vita umana di quella
universalità e di quella totalità che è propria di Dio.
In questa logica, la qualità del tutto è una cosa sola con
il singolo gesto che la esprime
che, per questo, assume una forte valenza simbolica. Lo
scambio dei doni diventa allora, probabilmente,
l’espressione più vera e più alta della comunione.
Mi
sembra, tra l’altro, che lo esigano alcune pagine bibliche
che, non a torto, possono venir indicate tra quelle in grado
di offrire ispirazione alla cooperazione tra chiese e alle
Pontificie Opere; tra queste ricorderei soprattutto la
narrazione della conversione di Cornelio
e la presentazione delle collette promosse nelle chiese
paoline.
Queste pagine portano a galla una concezione che guarda la
chiesa come un organismo vivente, come un corpo,
in grado di esprimersi secondo la multiforme ricchezza
carismatica dei suoi membri. Là dove la comunione ha in
Cristo la sua origine ed il suo criterio, si dovrà tener
ben presente che questa «non nasce al termine di uno sforzo
comune, come suo prodotto, ma si trova all’origine».
Senza sviluppare la fondazione eucaristica e carismatica di
questo vivere di Cristo, è sullo scambio dei doni che
vorrei soffermarmi.
Almeno
nel mondo occidentale, il dono e la stessa gratuità sono di
molto marginalizzati; distinguendo tra felicità e utilità,
la gratuità è stata contrapposta all’utile fino a venir,
per questo stesso, ridotta al superfluo e confinata
nell’inutile. Non serve alla felicità, alla vita di chi
dona o di chi riceve; più semplicemente, il dono non costa
e non si paga. Questa concezione riduttiva nasconde un
difficile rapporto tra persona e gratuità: riducendo il
dono all’oggetto della donazione, mette fra parentesi la
complessa realtà del donare e trascura completamente
l’analisi del donatore e del destinatario. Una volta
negato il carattere personale del dono, la donazione non
crea prossimità ma si esaurisce nella pura donazione, nel
puro passaggio di proprietà e, al limite, nella sua
sperabile efficacia.
Non
si può fare a meno di chiedersi se la cooperazione tra le
chiese, configurabile come scambio di doni tra loro, crei
comunione e prossimità, stima e fiducia o se – più
semplicemente – si riduca alla capacità di orientare
flussi di denaro. Una simile concezione, se reale, non
sarebbe di certo ecclesialmente corretta. Nel suo studio Essai
sur le don, Mauss pone la
realtà personale e libera del dono alla base dei legami
sociali; a prescindere dalle sue teorie sulla nascita dei
legami familiari, io ne ricavo la convinzione che, al fianco
di un mondo di interessi e di scambio, ne esiste un altro
fondato sul dono di sé, sulla gioia del donare, sul piacere
della solidarietà gratuita, sul coinvolgimento esistenziale
nella riscoperta dell’altro. Ampliare le ragioni
dell’agire ecclesiale dall’efficienza al dono reciproco
– a buon conto l’inefficienza non è una virtù ma
l’efficienza non è sempre il bene più alto – significa
dare maggiore forza e ampiezza alla coesione tra le chiese,
significa praticare il vangelo e non rassegnarsi
all’inevitabile disuguaglianza del rapporto di forze tra i
soggetti di uno scambio.
In
un altro studio sul dono,
Marion si concentra di più sul donare inteso come
manifestazione profonda della persona, come quel gesto che,
proprio facendo, dà vita ad una personalità che dal donare
è originata. Il donatore è persona-per-la donazione; il
donare non appartiene alla periferia della sua vita ma ne è
il cuore. Provando a delineare questa figura, Marion ricorda
alcuni significativi aspetti: chi dona è quasi dominato da
un bisogno interiore, potente e obbligante a donare e scopre
con sorpresa che la sua vita ha bisogno di qualcosa che
altrimenti gli manca e senza del quale la sua stessa
personalità è impoverita. Il donare proviene da una
esigenza interiore al donatore, da una chiamata, prima che
dalle disuguaglianze e dalle necessità;
solo il consapevole cogliere questa esigenza plasma il
donatore, lo rende persona di oblatività, persona-per-l’amore.
Può
scaturire da qui qualche osservazione importante anche per
chi riceve il dono. Chi lo riceve, infatti, riceve con il
dono l’appello ad una risposta e riconoscersi come
destinatario di un appello significa riconoscersi come
obbligato ad aprirsi ad un incontro, come obbligato a
ridefinire la propria individualità sulla base di questo
stesso incontro. Il dono, appello a cui non è possibile
restare sordi, esige a tal punto una risposta da dover
concludere che la stessa mancanza di risposta è comunque
una risposta. Di più. Si deve dire che il valore del dono
è comprensibile pienamente e fino in fondo solo a partire
dalla risposta di chi lo accoglie prima e più che dalla
intenzione del donatore.
L’attenzione vicendevole di appello e risposta,
l’ascolto e l’impegno esigiti dal dono rendono il
destinatario partecipe di un progetto comune che costruisce
una reale condivisione, una reale prossimità dove vi era
distanza; al contrario il ritardo o l’inautenticità di
una risposta, preoccupata d’altro, fa sì che anche il
dono perda il suo valore.
Queste
indicazioni possono permettere di interrogare e di ripensare
il senso delle PP.OO.MM., possono dare un contenuto più
preciso a quella cooperazione tra chiese che esse esprimono.
Mi sembra, anzi, che l’intenderle nel quadro di uno
scambio di doni possa dare alle Pontificie Opere un nuovo
rilievo, togliendole da una certa marginalità ecclesiale e
collocandole nel cuore delle relazioni tra Chiese. Lo
scambio dei doni é frutto della vita di comunità che,
invece dei sentieri dell’autonomia, battono la strada
dell’amore e, lasciando agire in questo modo la
grazia/dono di Cristo, giungono a conformarsi a lui
scoprendo così il loro volto più vero. Lungi dal
rappresentare una riserva a cui attingere nei momenti
critici, lo scambio dei doni rappresenta la modalità
normale della vita delle chiese, al loro interno ed al loro
esterno.
Compreso
teologicamente, lo scambio di doni riporta ogni chiesa alla
sua radice agapica; offerti e accolti, i doni costruiscono
un rapporto di fiducia e di gratitudine e rafforzano i
legami delle chiese. Abolendo la superiorità di chi dona e
l’inferiorità di chi riceve, introducono un regime di
comunione dove il saper accogliere il dono è importante
quanto il saperlo fare; lo scambio dei doni diventa così
l’inizio di una circolarità di dinamiche positive che
aprono le relazioni ecclesiali a qualcosa di nuovo. Si può
intuire qui l’importanza di un vero e di un falso donare:
il primo apre la vita e va alla ricerca di una crescita di
entrambi mentre il secondo tranquillizza la propria
coscienza e rischia di favorire la dipendenza dell’altro.
Quando è autentico, il donare porta sempre a fare
l’esperienza di qualcosa di unico e sorprendente – eco
del dono d’amore dell’abbá – qualcosa che
ognuna delle parti interiorizza con le capacità che
possiede.
Per quanto siano ancora parziali, queste indicazioni
hanno già una loro operatività: richiamano ogni chiesa a
riconoscere il proprio dono, a conoscersi per quello che si
è veramente senza sopravvalutarsi inutilmente ma, anche,
senza sottovalutarsi.
«Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta – insegna 1Pt
4,10 – mettendola a servizio degli altri, come buoni
amministratori di una multiforme grazia di Dio». Lo scambio
di doni é la radice di una cooperazione tra chiese attente
a discernere ed orientare un cammino per i loro membri che
sia significativo per l’intera umanità. Leggendo le
relazioni tra i popoli e le chiese sulla base della
fondativa relazione con Dio, lo scambio dei doni risveglia
la coscienza di ciascuno ed inquieta un rapporto scorretto;
l’amore di Dio, infatti, domanda una attenzione non
ideologica all’altro ed aiuta, nel dono, a diventare segni
tangibili della sua presenza e della sua forza di
riconciliazione.
3.
Le PP.OO.MM. e la ricerca di un modello organizzativo
Plasmate
da questa spiritualità, le chiese sono l’una a servizio
dell’altra ed, insieme, al servizio dell’umanità;
questo, però, richiama un valore etico ma non indica ancora
un modello organizzativo. Possiamo trovare uno spunto al
riguardo là dove le scritture utilizzano il termine allélon,
gli uni gli altri.
Nonostante il termine ritorni molte volte,
il testo fondamentale rimane quello di Gv 13,34-35 (anche Gv
15,12.17): «vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli
uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi
gli uni gli altri: Da questo tutti sapranno se site miei
discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri». Il
contesto di queste raccomandazioni non é solo esortativo,
in senso pietista, ma propriamente ecclesiale; le chiese
crescono verso la loro maturità solo mettendosi le une a
disposizione delle altre e, insieme, a disposizione della
missione.
Di fatto, questa tensione ha originato modelli
organizzativi diversi che hanno variamente dato forma alla
tensione comunitaria e caritativa della vita cristiana. Già
i primi cristiani – sul modello del giudaismo
– avevano dato vita a precise forme di impegno sia per i
poveri sia per la missione; per quanto molto resti discusso,
è indubbio che la comunità di Gerusalemme si era dotata
sia di una struttura caritativa, che faceva perno sui dodici
prima e sui diaconi poi, sia di un fondo di solidarietà,
frutto di libere offerte e di liberi apporti dalla vendita
di proprietà. Ben presto, questo modello organizzativo si
rivelò insufficiente per coprire le necessità della
comunità; più ancora, si rivelò inadeguato
qualitativamente, come mostra il malcontento che cominciò a
serpeggiare tra gruppi diversi non per fede ma per radici
culturali e storia.
Senza
seguire la storia di queste strutture,
si può però affermare che le scritture conoscono un aiuto
solidale tra chiese: secondo At 11,29-30, al servizio svolto
dalla comunità di Gerusalemme risponde il gesto della
comunità di Antiochia, espressione di riconoscenza per i
doni ricevuti dalla chiesa-madre e di solidarietà con le
sue difficoltà.
In questo contesto biblico non dobbiamo passare sotto
silenzio l’uso del termine isótes/uguaglianza:
Paolo se ne serve per indicare che «non si tratta di
mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di
fare uguaglianza». Nonostante lo sfondo
greco, l’uguaglianza non era
per i cristiani un principio legale rivendicabile di fronte
ad altri ma piuttosto un dono, il dono sovrano di Dio. La
parabola degli operai mandati nella vigna ma pagati allo
stesso modo
e la metafora paolina del corpo
dicono bene l’uguaglianza che caratterizza l’economia
della grazia; le differenze che, ciononostante, permangono
nella chiesa, sono differenze funzionali alle molteplici
attività ed alla missione della chiesa stessa.
Ispirandosi
a queste convinzioni, si può ritenere che le PP.OO.MM.
rappresentino ancora oggi la modalità concreta, affermatasi
nella storia e ancora dominante pur se affiancata da altre
forme, volta a sostenere la tensione caritativa delle chiese
e la loro responsabilità missionaria. Affermare questo non
significa nascondere i limiti che queste opere, sorte
decenni fa, vanno oggi mostrando; i cambiamenti intervenuti
nel modo di pensare la vita cristiana, la sua dimensione
ecclesiale e missionaria non mancano di incidere sulla
cooperazione; la stessa centralizzazione delle Opere
pontificie, tradizionalmente un motivo di forza, non lo
rappresenta sempre oggi. Con tutto questo, mi sembra
innegabile riconoscere che le Pontificie Opere esprimono una
viva sensibilità battesimale ed una certa coscienza delle
ripercussioni sociali della fede; ancora oggi, rappresentano
una enorme riserva di atteggiamenti cristiani, specialmente
in ordine alla carità.
A
volte la partecipazione alle PP.OO.MM. può limitarsi ad una
offerta e questa può mescolarsi ad una sensibilità
utilitaristica, al bisogno di prepararsi una qualche
garanzia presso Dio come pure al senso di gratitudine per
quanto da lui si è avuto. In questo sono evidenti i limiti
di una certa partecipazione e di una certa esperienza di
fede di cui le PP.OO.MM. non sono le uniche responsabili.
Esse devono però prendere atto del fatto che, in questa
cultura occidentale, il tradizionale substrato cristiano dei
loro membri convive con forme oggettivamente antievangeliche
che i credenti non hanno avuto la forza di rimuovere ed, a
volte, nemmeno di vedere. Se guardiamo tutto questo sulla
base della sensibilità religiosa di chi vi partecipa, più
che sulla base della teologia, allora è possibile cogliere
anche qui non solo un problema ma anche un appello che viene
da Dio.
La
differenza di livello tra la fede colta e la fede del
popolo, che una seria analisi non può mancare di cogliere,
non deve servire per giustificare ciò che non va
giustificato ma per formulare una azione pastorale di
evangelizzazione e di rinnovata sensibilizzazione
missionaria. In effetti non è difficile vedere le PP.OO.MM.
come una forma di corresponsabilità missionaria popolare e
come una forma ancora attiva; come per le altre forme di
religiosità popolare, anche qui si tratterà di mantenere e
purificare queste espressioni, orientandole gradualmente –
in modo intelligente ed efficace – verso forme sempre più
vere di integrazione e di partecipazione alla attività
missionaria della chiesa. L’offerta monetaria non potrà
essere l’unica forma. Si dovrà riprendere e riproporre in
modo aggiornato il contesto di fede in cui le PP.OO.MM. sono
nate: la preghiera ecclesiale e personale, la testimonianza
di una condivisa sobrietà e l’impegno a coinvolgere una
ampia sensibilità sociale.
4.
Per un rilancio delle Pontificie Opere Missionarie
Per
tutto quanto ho detto, le PP.OO.MM. sono un attivo soggetto
della vita comunitaria. Collocate nell’ambito della
educazione della cattolicità attraverso un impegno di
fattivo sostegno di preghiera e di carità, sono in grado di
orientare e sostenere il cammino ecclesiale del popolo di
Dio. La carità sostenuta dalla preghiera e da una autentica
vita spirituale può aiutare il popolo di Dio ad essere il
primo evangelizzatore di se stesso e ad esserlo attraverso
il servizio di quei valori a cui è particolarmente
sensibile: la fiducia in Dio, la sensibilità per la dignità
di tutti, la vicinanza a chi soffre, la consapevolezza del
male ed il bisogno di conversione.
Per
questa via, la carità e lo scambio dei doni possono
diventare la base di una originale rete di relazioni. Non si
dovrà mai dimenticare, in ogni caso, che una comunità
unita a Cristo possiede il valore della cattolicità; la
cooperazione missionaria non inventa ma dà forma ad una
vita che i sacramenti identificano con l’amore crocifisso
ed alla quale donano la forza dello Spirito di resurrezione.
Formata così, la comunità è già vita-data-per-tutti, é
già volto-di-misericordia; la cooperazione missionaria ne
diventa pedagogia ed espressione. Le PP.OO.MM. possono farlo
perché, nate dalla intensa vita spirituale di alcuni laici,
sono da sempre espressione adatta ai ritmi ed alle modalità
di questa vita.
Legate
ad una epoca storica, le forme di incarnazione di questo
impegno possono evolvere ma dovrà restare acquisito che la
cooperazione missionaria non riguarda solo alcune persone ma
interessa tutti, compresi i presbiteri e coloro che – per
vocazione – ne sembrerebbero esenti; non riguarda solo
alcune età della vita ma tutti i suoi momenti,
dall’infanzia alla vecchiaia; non riguarda solo alcuni
aspetti ma tutta la personalità animando quindi la
preghiera e l’intelligenza, l’economia e l’affettività,
il tempo e le relazioni. Un epoca di secolarizzazione e di
globalizzazione come la nostra, a questo riguardo, domanda
uno sforzo di fantasia e di amore.
Per
farlo non si dovrebbero passare sotto silenzio i profondi
mutamenti che investono oggi la chiesa e la missione:
l’affermazione delle chiese locali, il crescere di
gemellaggi tra chiese, il moltiplicarsi di movimenti
associativi laicali con una loro politica ecclesiale, il
raccogliersi della missione ecclesiale attorno al regno,
l’insistenza dei “media” sull’aspetto umanistico,
l’importanza sempre maggiore della comunicazione sono
fattori che obbligano a ripensare le forme storiche che la
corresponsabilità missionaria ha assunto. Ma sono fattori
che obbligano a pensare in grande, gioendo della nascita di
un diffuso interesse apostolico e lasciandosi
definitivamente alle spalle una fede individualistica e
consolatoria, una missione assistenziale e pedagogicamente
disattenta.
Lungi
dall’essere un alibi per le comunità, le PP.OO.MM. le
devono piuttosto incalzare per originare una crescita di
consapevolezza apostolica; solo una continua dialettica tra
il gruppo e la comunità cristiana può giustificarne
l’esistenza come fruttuosa. Scuola di fede e di missione,
le Pontificie Opere devono aprirsi a tutte le situazioni
umane nella convinzione che la causa di Cristo è la causa
dell’uomo; la sua forte affermazione che ogni cosa, fatta
a una persona qualunque, è in realtà fatta allo stesso
Cristo esige una viva attenzione per tutte le situazioni
umane, specie per quelle che producono sofferenza e
ingiustizia. «Le gioie e le speranze, le tristezze e le
angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di
tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze,
le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e nulla vi
è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore».
Attente
alle circostanze concrete, le PP.OO.MM. praticano la
consapevolezza che il mondo ha bisogno di Cristo e del suo
vangelo; a questo scopo presentano un itinerario di fede
che, sviluppando il battesimo fino agli orizzonti ultimi
della cattolicità, deve prendere il posto di un
cristianesimo consolatorio e devozionistico.
L’integrazione tra fede e carità così indicata è solo
un momento della più ampia integrazione tra fede e vita:
integrare la passione per l’evangelizzazone con la
testimonianza dei valori del regno è il punto che conferirà
a queste Opere rinnovata credibilità e rinnovato vigore.
Congar Y., L’ecclésiologie
de la révolution française au concile du Vatican, sous
le signe de l’affirmation de l’autorité,
in Nédoncelle M., Aubert R. (edd.), L’ecclésiologie
du XIX siècle,
Paris, Cerf, 1960, 77-114.
Beckmann J., Il concilio Vaticano I e le missioni, in Jedin H.
(ed.), Storia della Chiesa. VIII/2: Liberalismo
e Integralismo. Tra stati nazionali e diffusione
missionaria. 1830-1870, Milano, Jaca Book, 1977,
337-346; Metzler J., La Santa Sede e le missioni nel
diciannovesimo secolo, in Fliche A. – Martin V. (edd.),
Storia della Chiesa. XXIV: Dalle missioni alle
Chiese locali (1846-1965), Cinisello Balsamo (MI),
Paoline, 1990, 37-74; Id., La Santa Sede e le
missioni nel ventesimo secolo, ivi, pp. 75-119.
Rerum Ecclesiae, in Enchiridion della Chiesa
missionaria. I, Bologna, Dehoniane, 1997, 183.
Enchiridion Vaticanum. I, Bologna, Dehoniane,
1993, 1140-1157; Enchiridion della Chiesa missionaria.
I. a cura di PP.OO.MM. – Direzione nazionale italiana,
Bologna, Dehoniane, 1997, 506-521. Il capitolo sarà
completato dalla Istruzione Quo Aptius del 24
febbraio 1969 (Enchiridion della Chiesa missionaria.
I, cit., 618-629).
Kasper W., Chiesa come comunione. Riflessioni
sull’idea ecclesiologica di fondo del concilio
Vaticano II, in Teologia e Chiesa. I,
Brescia, Queriniana, 1989, 284-301.
Si veda al riguardo Seesemann H., Der Begriff «Koinonia»
im Neuen Testament, Giessen, Töpelmann, 1933; Muñoz
Iglesias S., Concepto biblico de «Koinonia», in
Aa.Vv., XIII Semana biblica española. El movimiento
ecumenista, Madrid, Consejo Superior de
Investigaciones Científicas, 1953, 195-224; Hauck F., Koinonós,
in Grande Lessico del Nuovo Testamento. V,
Brescia, Paideia, 1969, 693-726; Bori P.C., L’idea
di comunione nell’ecclesiologia recente e nel Nuovo
Testamento, Brescia, Paideia, 1973; Panikulam G., Koinonia
in the New Testament. A dynamic expression of christian
Life, Roma, Biblical Institute Press, 1979.
At 10,1-11,18. Il racconto è l’incontro di due
comunità, i giudeo-cristiani che sono con Pietro, e gli
ellenisti della casa di Cornelio; l’incontro si
conclude con la condivisione, nello Spirito, della fede
e della mensa. Come osserva J. Dupont, più che la
narrazione della conversione di Cornelio, l’episodio
è il racconto della conversione di Pietro e, con lui,
della chiesa di Gerusalemme alla missione.
Sull’episodio si veda Bovon F., De vocatione
gentium. Histoire de l’interprétation d’Act
10,1-11.18 dans les six premiers siècles, Tübingen,
J.C.B. Mohr, 1967; Aa.Vv., Exégèse et Herméneutique,
Paris, Seuil, 1971 (comprende Barthes R., L’analyse
structurale du recit. A propos d’Actes X-XI, pp.
181-204; Courtès J., Actes 10,1-11,18 comme système
de répresentations mityques, pp. 205-211; Marin L.,
Essai d’analyse structurale d’Actes 10,1-11,18,
pp. 213-238; Haulotte E., Fondation d’une communauté
de type universel: Actes 10,1-11,18, pp. 321-362);
Barbi A., La
fatica di una Chiesa che si apre ad accogliere i pagani,
L’episodio di Cornelio (At 10,1.11-18), «Ad
Gentes» 6(2002), 1,36-48.
L’interpretazione di questo tema è controversa. Nel
secolo scorso, la scuola di Tübingen la leggeva come un
gesto diplomatico di Paolo – nel contesto di un
contrasto con i giudeo-cristiani – per placarli e
confermare così il suo apostolato. Per altri – come
K. Holl (1921) – andrebbe letta in termini giuridici,
come una forma di tassa ecclesiastica; sulla base della
tassa di mezzo shekel,
pagata per il tempio e menzionata in Mt 17,24-27,
esprimerebbe la coscienza di una realtà giuridica di
cui Gerusalemme sarebbe l’autorità centrale. La
nostra attuale lettura si muove in un quadro teologico
che connette la colletta ad una generale concezione
della chiesa come comunione e come servizio. A
cominciare dai sommari degli Atti. L’inquadratura
teologica è quella presente in 2Cor 8,1-15 ma il tema
della colletta ritorna anche in 1Cor 16,1; Gal 2,10; Rm
15,25-27.31 e, nel senso più vasto, è richiamato in At
11,28-30; 24,17.
Franco E., Comunione
e partecipazione. La koinonia nell’epistolario paolino,
Brescia, Morcelliana, 1986; Georgi D., Die
Geschichte der Kollekte des Paulus für Jerusalem,
Hamburg, H. Reich, 1965; Nickel K.F., The
Collection. A Study in Paul’s Strategy, London,
SCM, London 1966; Iori R., La solidarietà nelle prime comunità cristiane. La dottrina degli Atti
e di san Paolo, Roma, Città nuova, 1989; Del Verme
M., Comunione e condivisione dei beni. Chiesa primitiva e giudaismo
esseno-qumranico a confronto, Brescia, Morcelliana,
1977.
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