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10/04/03
La
pace nel mondo oggi
Con
o senza la religione?
In
occasione del 40° anniversario della Pacem
in terris
Intervento
di: Mons. Ambrogio Spreafico, Rettore della Pontificia Università
Urbaniana
Era l’11 aprile 1963 quando veniva promulgata
l’enciclica Pacem in terris dal Beato Giovanni XXIII. Erano tempi difficili. La
guerra fredda aveva raggiunto momenti drammatici. La crisi di
Cuba, la costruzione del muro di Berlino furono forse i due fatti
più evidenti della tensione tra blocco comunista e occidente in
quegli anni. Giovanni XXIII è cosciente fin dall’inizio del suo
pontificato che la guerra sarebbe stato un male irrimediabile.
Nella sua prima enciclica Ad Petri Cathedram leggiamo:
“Abbastanza si è combattuto tra gli uomini. Troppi giovani nel
fiore dell’età hanno versato il loro sangue. Già troppi
cimiteri di caduti in guerra esistono e ci ammoniscono…Dovesse
scoppiare una nuova guerra, tale è la potenza delle armi
mostruose dei nostri giorni che non rimarrebbe altro per tutti i
popoli – vincitori e vinti – fuorchè immensa strage e
universale rovina.” Del
resto il Papa aveva vissuto il dramma delle due guerre mondiali e
ne aveva compreso l’orrore. “Le guerre – e la storia lo
dimostra – sono un prodotto dell’odio, delle passioni…Le
suscita proprio il principe del male, che ha tutto l’interesse
al disordine, e a fomentare quanto si oppone alla luce di Cristo,
la quale è mitezza, perdono, fraternità, concordia. Le guerre
costituiscono il dissolvimento di questi
tesori. Noi dobbiamo sempre portare lo stesso spirito: Io
vo parlando di pace, pace, pace.” (Discorsi, Vol. I, 766). Dal
1935 al 1944 è nunzio apostolico in Turchia. È noto il suo
impegno per salvare gli ebrei dalla deportazione nei campi di
sterminio nazisti.
Comprendiamo il senso e il valore dell’enciclica proprio
in questo contesto e nell’idea più complessiva di Giovanni
XXIII sulla possibilità di usare la guerra come strumento di
giustizia internazionale. Infatti uno dei punti più salienti, e
anche più attuali per il dibattito e le scelte di oggi, è
proprio quell’affermazione contenuta verso al fine
dell’enciclica, che è molto ricca e affronta tutti i risvolti
del problema della pace e della convivenza. Egli dice: “Si
diffonde sempre più tra gli esseri umani la persuasione che le
eventuali controversie tra i popoli non debbano essere risolte con
il ricorso alle armi, ma invece attraverso il negoziato”… E
continua: “…riesce quasi impossibile pensare che nell’era
atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di
giustizia.” La traduzione letterale del testo latino mostrerebbe
in maniera ancora più forte il deciso rifiuto della guerra come
strumento di giustizia: “In questa nostra età che si vanta
della forza atomica, è dannoso (alienum) pensare che la guerra
sia ancora atta a restaurare i diritti violati.” Si mette
decisamente in discussione la legittimità morale dell’uso della
guerra e quindi della cosiddetta guerra giusta.
Andrea Riccardi in un recente intervento sulla Pacem in
terris sottolinea due aspetti dell’enciclica, che mi sembra
evidenziano anche la particolarità di questa nostra tavola
rotonda: il primo “è la visione di fondo del testo: quella di
un destino comune a tutti gli uomini, creature di Dio, da cui
sorgono diritti e obbligazioni in particolare verso la pace.
L’altro è l’aspetto delle conseguenze pastorali: che possono
fare i cattolici per la pace.”
Soprattutto dopo la crisi di Cuba, Giovanni XXII è
convinto che i cattolici debbano fare di più per la pace.
Mi sembra che ripensare oggi l’enciclica non sia perciò
un atto formale o semplicemente celebrativo. Noi, dicevo, lo
facciamo in modo singolare. Abbiamo invitato esponenti
dell’ebraismo, dell’islam, e della cultura universitaria
laica, oltre ovviamente al nostro docente di Teologia morale il
prof. Zuccaro. Perché questa dimensione interreligiosa. Oggi uno
dei grandi rischi delle guerre, e della guerra in Iraq, è la
messa in discussione della convivenza non solo tra i popoli, ma
anche tra le religioni, soprattutto tra cristianesimo, ebraismo e
islam. Giovanni Paolo II, ricevendo i vescovi dell’Indonesia, ha
messo in guardia dal rischio del conflitto interreligioso. Del
resto, tutti abbiamo ascoltato quanto sia stata ferma e decisa
l’opposizione a questa guerra da parte di Giovanni Paolo II, che
in ogni occasione invoca la pace. Giovanni XXIII parlava di
convivenza, di unità del genere umano. Mi sembra che siamo come
costretti a riprendere in mano queste indicazioni di fondo per
costruire per il mondo la possibilità di una convivenza tra
diversi, perché le religioni non trasformino i conflitti in
occasioni di scontro, ma, se mai, ne facciano motivo serio di
riflessione. Papa Giovanni verso la fine dell’enciclica parlava
della “desideratissima pace”. Non possiamo che unirci alle sue
parole. Chi di noi oggi non desidera la pace non solo in Iraq, ma
nei più di trenta conflitti ancora aperti nel mondo? Le religioni
hanno in sé una forza di pace, che sono chiamati a far emergere
per contrastare quelle spinte che le vorrebbero a fianco di chi
usa la violenza in nome di Dio. Ma il nostro Dio è un Dio di
pace, il suo nome è pace. Per questo sono convinto che
l’incontro di oggi qui all’Urbaniana
porti un prezioso contributo in questo senso. Ringrazio
perciò tutti voi, soprattutto i relatori, per avervi voluto
prendere parte.
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