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Card. CRESCENZIO SEPE

 Intervento del Gran Cancelliere della PUU

"La cultura al servizio della missionarietà"

 

 

  Porgo un cordiale benvenuto a tutti gli illustri Ospiti qui presenti: agli Em.mi Cardinali, agli Ecc.mi Arcivescovi e Vescovi, Autorità Accademiche, Professori, Alunni e Amici tutti. E' anche con grande piacere che, come Gran Cancelliere di questa gloriosa Pontifìcia Università Urbaniana - già Collegio Urbano - rivolgo un grato saluto e un profondo ringraziamento a quanti, dalla sua fondazione fino ad oggi, hanno reso possibile la crescita di questa Istituzione che, nei suoi 375 anni di vita, s'è dimostrata non solo utile ma anche necessaria per lo sviluppo dell'attività missionaria della Chiesa nel mondo. Essa, infatti, è nata e vive per la missione. Mi sembra, pertanto, quanto mai opportuno, nella celebrazione del suo anniversario, presentarla come luogo di cultura al servizio della missionarietà.

 1. Una delle acquisizioni che appartengono alla Tradizione della Chiesa è la consapevolezza dello stretto legame tra cristianesimo e cultura. È impensabile, infatti, l'annuncio del Vangelo all'infuori degli orizzonti culturali, perché ciò condurrebbe, da una parte, ad un impoverimento della cultura e, dall'altra, ad una scarsa incidenza dell'azione missionaria, in considerazione del fatto che la cultura costituisce l'orizzonte proprio della crescita dell'uomo. Scrive, in proposito, Giovanni Paolo II nella Esortazione Apostolica Catechesi tradendae: "Il messaggio evangelico non è puramente e semplicemente isolabile dalla cultura, nella quale esso si è da principio inserito [...] e neppure è isolabile, senza un grave depauperamento, dalle culture, in cui si è già espresso nel corso dei secoli: esso non sorge per generazione spontanea da alcun humus culturale; esso è inevitabilmente inserito in un certo dialogo con le culture" (n. 53). 

E' in questa prospettiva che il compito dell'evangelizzazione esprime la sua significatività. Se da un lato, l'annuncio del Vangelo non implica l'annullamento della differenza delle culture, ma cerca, attraverso una accoglienza attenta e critica, di far emergere le diversità come condizione per un progetto di dialogo e di riconciliazione; dall'altro, la comunicazione della fede deve essere capace di parlare attraverso le culture, per aiutare l'uomo e la storia a incontrare Cristo, ponendosi nell'ottica di una ricerca del senso e della verità che superi ogni particolarismo. Compito, questo, affascinante e insieme delicato e difficile se, come annotava Papa Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi, il rapporto tra Vangelo e cultura è segnato sovente dalla drammaticità della separazione, se non, addirittura, da indifferenza e distanza (cfr. n. 20). 

Lo stesso scenario culturale contemporaneo, caratterizzato dalla frammentazione dei valori, dal pluralismo ideologico e dal conseguente relativismo della questione della verità, stimola l'azione missionaria della Chiesa a compiere un ulteriore sforzo interpretativo, come ricorda Papa Giovanni Paolo II nella Fides et Ratio:

"Una cosa tuttavia è fuori dubbio: le correnti che si richiamano alla post-modernità meritano un'adeguata attenzione. Secondo alcune di esse, infatti, il tempo delle certezze sarebbe irrimediabilmente passato, l'uomo dovrebbe ormai imparare a vivere in un orizzonte di totale assenza di senso, all'insegna del provvisorio e del fuggevole. Parecchi autori, nella loro critica demolitrice di ogni certezza, ignorando le necessarie distinzioni, contestano anche le certezze della fede" (n. 91). 

Questo tempo della cosiddetta multiculturalità, dell'incontro-scontro con realtà differenti, con universi etici diversi, pone alcune urgenti interrogativi all'Evangelizzazione. Come è possibile una convivenza con coloro che, in nome della globalizzazione, preferiscono gli spazi comodi e ristretti del relativismo culturale? Quale esigenza si cela dietro l'affermazione di identità culturali che si trasformano, qualche volta, in dichiarazioni di fondamentalismo e di intolleranza? Quale cristianesimo può e deve essere annunciato, testimoniato nell'incontro con le altre tradizioni religiose, senza cadere in facili irenismi e sincretismi? Un'autentica azione missionaria si esprime nella evangelizzazione delle culture e nell'inculturazione della fede che "di fronte alle più diverse e talvolta contrapposte culture, presenti nelle varie parti del mondo, vuole essere un'obbedienza al comando di Cristo di predicare il Vangelo a tutte le genti sino agli estremi confini della terra. Una simile obbedienza non significa né sincretismo né semplice adattamento dell'annuncio evangelico" (Pastores dabo vobis, n. 55). 

Tutto questo esige, allora, una modalità nuova di vivere la missionarietà della Chiesa, nell'orizzonte di una autentica interculturalità, intesa come incontro e dialogo con l'altro, nella consapevolezza che il Vangelo non si identifica con nessuna determinata cultura, ma che può e deve incarnarsi in ogni cultura, animandola dal di dentro. Si tratta di quel processo di incarnazione della fede nel quale il dare e il ricevere costituiscono la premessa perché l'annuncio cristiano sia credibile e capace di promuovere prospettive di salvezza e di sviluppo. 

"In questo incontro - ribadisce Giovanni Paolo II - le culture non solo non vengono private di nulla, ma sono anzi stimolate ad aprirsi al nuovo della verità evangelica per trarne incentivo verso ulteriori sviluppi" ( Fides et Ratio, n. 71). 

2. Qual è, allora, il ruolo e il compito che l'Università Urbaniana può offrire nell'oggi della Chiesa, che ha iniziato il suo terzo millennio, per una cultura al servizio della missionarietà? 

In primo luogo, la nostra Università è per se stessa il segno tangibile e visibile della ricchezza delle culture e della loro possibilità di scambio e di confronto. E' questa la scuola nella quale imparare lo stile dell'ascolto e dell'accoglienza e a saper individuare il senso dell'unità della fede nella diversità culturale. Lo studio, la ricerca, la condivisione di itinerari formativi devono produrre quell'atteggiamento di attenzione e di conversione culturale che, concretamente, significa saper assumere le domande delle culture, delle religioni, della storia per ripensarle alla luce della novità evangelica. 

Mi sembra, al riguardo, quanto mai significativo questo beve passo delle "'Istruzioni", date da Propaganda Fide nel 1659 ai Vicari Apostolici dell'Indocina e della Cina: "Non mettete alcun zelo, non avanzate alcun argomento per convincere questi popoli a cambiare i loro riti, i loro costumi e le loro usanze, a meno che non siano evidentemente contrari alla religione e alla morale. Che c'è di più assurdo del trasportare tra i Cinesi la Francia, la Spagna, l'Italia o qualche altro Paese d'Europa? Non introducete da loro i nostri Paesi, ma la fede, questa fede che non respinge ne ferisce i riti né gli usi di alcun popolo, purché non siano odiosi... Non fate mai paralleli tra gli usi di questi popoli e quelli dell'Europa, anzi, affrettatevi ad abituarvici" (Sacrae Congregationis de Propaganda Fide Memoria Rerum, Vol. III/2, pp. 702-703). 

In secondo luogo, la nostra Università deve favorire, attesa la sua specificità missionaria, una capacità sapienziale di integrazione tra fede e vita, tra cultura e Vangelo, nonché la ricerca di una dimensione spirituale della persona, operando criticamente contro i rischi della frammentazione del sapere e del relativismo. Inoltre, deve saper promuovere una spiritualità della comunione quale principio pedagogico ed educativo, senza la quale risulterebbe faticoso vivere la compagnia culturale della fede nel comune compito di edificazione del mondo e della storia (cf. Gaudium et Spes, n. 34). 

Infine, proprio in virtù dell'originalità del Vangelo, l'azione missionaria della Chiesa "esperta in umanità", è chiamata ad offrire ad ogni cultura il progetto di un umanesimo cristiano che la ricerca universitaria testimonia. E' questa una delle forme di servizio missionario più urgente, soprattutto in risposta a quelle derive nichiliste che sembrano non tenere in conto la centralità della persona umana, emarginandola dai processi economici e sociali. L'evangelizzazione, così, attraverso la inculturazione della fede diventa profezia di una cultura nuova, nella quale i valori del Regno di Dio sono al servizio di quelle attese di salvezza, che si nascondono nelle domande e nelle aspirazioni di ogni uomo e di ogni cultura. 

Il mio augurio per il 375° Anniversario della Fondazione del Collegio Urbano è che questa nostra Università Urbaniana, nel compito generale che la Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli deve assolvere all'interno della Chiesa universale, sia palestra di interculturalità per prepararsi al compito di una evangelizzazione autentica, efficace e creativa, di una nuova' missionarietà, capace di discernere i "segni dei tempi" (Gaudium et Spes, n. 4) e di essere gioioso annuncio di un dono che è per tutti e ognuno, in qualunque parte della terra si trovi e a qualunque popolo o cultura appartenga. È quanto auspica lo stesso Santo Padre II nella Novo Millennio Ineunte

"Il cristianesimo, restando pienamente se stesso, nella totale fedeltà all'annuncio evangelico e alla tradizione ecclesiale, porterà anche il volto delle tante culture e dei tanti popoli in cui è accolto e radicato. Della bellezza di questo volto pluriforme della Chiesa abbiamo particolarmente goduto nell'Anno giubilare. È forse solo un inizio, un'icona appena abbozzata del futuro che lo Spirito di Dio ci prepara" (n. 40). 

Dopo 375 anni siamo ancora in cammino. Ci attende forse un faticoso, ma certamente entusiasmante impegno nel rendere sempre più attuale il comando del Signore, che la nostra Università ha fatto proprio: "Andate in tutto il mondo....". 

È questa la storia della nostra Università, sarà questo il cammino che ci attende, fino a quando il Signore vorrà.

       

 
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