|
INAUGURAZIONE
DELL'ANNO ACCADEMICO 2003 2004
Mercoledì
22 ottobre 2003
25°
Anniversario del Pontificato di S.S. Giovanni
Paolo II Atto Accademico
La
missione nel Magistero di Giovanni Paolo II
Inculturazione
e missione nel contesto della mondializzazione
Juvénal
Ilunga Muya
I. Termini della
problematica
Dal
punto di vista della missione e dell’inculturazione,
possiamo dire che il Pontificato di Giovanni Paolo II si
svolge fin dall’inizio in un contesto caratterizzato
dal pluralismo. Che il Pluralismo sia la caratteristica
fondamentale della nostra epoca lo notava già il suo
predecessore Paolo VI quando affermava : “il
pluralismo è nelle cose ; poi nei concetti e nelle
parole”.
Perciò invitava a collocare il pluralismo ecclesiale
nella cornice più vasta del pluralismo che scopriamo
dovunque : nel cosmo, nella società contemporanea, nei
vari settori della sua molteplice attività : scienza,
politica, organizzazione, ecc. Il mondo, diceva il Papa
Paolo VI, “è complesso ; in ogni sua visione contiene
una ricchezza di realtà e presenta una molteplicità di
aspetti che esigono un pluralismo di concetti, di
valutazioni, di comportamenti. Un pluralismo
scientifico, politico, linguistico, organizzativo,
ecc.”.
Al pluralismo che troviamo dovunque non sfugge la
Chiesa.
All’interno
della Chiesa, il pluralismo non è certamente un
fenomeno nuovo. Esso è presente già nella Bibbia
stessa, nella teologia patristica e nella scolastica.
Senza banalizzare tale pluralismo, a noi interessa
capire la portata contemporanea del pluralismo cercando
di coglierne brevemente i tratti qualificanti, specifici
rispetto al processo di inculturazione. Nuovo non è né
il fenomeno, né la consapevolezza di esso, ma la
maniera di pensare il pluralismo quale si afferma per lo
meno a partire dagli anni cinquanta /sessanta del secolo
XX, quando vari fattori di differente natura concorrono
a considerare in maniera nuova la diversità
dell’altro –dalla presa di consapevolezza della
dignità delle varie culture umane, con la fine della
colonizzazione politica, economica e culturale, alla
fine dell’eurocentrismo, agli sviluppi delle filosofie
del linguaggio, all’evoluzione dei costumi, alla crisi
stessa della modernità occidentale con il suo modello
di una ragione critica ultima norma delle diversità.
L’inculturazione,
o meglio l’appropriazione della fede da parte delle
varie comunità ecclesiali locali, porta inevitabilmente
all’esistenza del pluralismo nella Chiesa. Il
pluralismo può allora essere contemplata come
espressione della diversità dei membri che compongono
la Chiesa, ma anche e soprattutto come espressione della
pluralità di approcci al mistero che sta al suo
fondamento : pluralismo teologico, liturgico, pluralismo
di esperienze di fede nelle e a partire della comunità
ecclesiali.
In esso, si articola il riconoscimento dell’altro
nella sua alterità.
La diversità
dell’altro, sia essa religiosa, etica o culturale, non
viene più sacrificata o sottomessa a un comune
denominatore sulla base del quale poteva essere
rifiutata, tollerata o integrata, ma viene riconosciuta
per se stessa. Tutto allora entra in discussione e
–nella mancanza di un linguaggio fondamentale in cui
articolare i criteri dotati di una comune plausibilità-
si pone il problema della convivenza umana. Questa
rapida enumerazione di alcuni tratti della
considerazione attuale del pluralismo viene fatta come
premessa per chiarire il taglio delle considerazioni che
seguono. Esse saranno guidate dalla preoccupazione di
cogliere il nesso tra inculturazione e pluralismo. L’inculturazione
non è infatti un folklore o un semplice adattamento
concesso alle Chiese locali, ma è nella logica stessa
della fede che incontra l’uomo sempre in quanto egli
è storicamente e culturalmente collocato. Questo
processo suscita certamente all’interno della vita
della Chiesa vari problemi.
Il primo
problema di fondo che il pluralismo, in relazione al
processo di inculturazione,
pone al Cristianesimo, è quello dell’unità
della Chiesa e della fede. Come pensare insieme
la pluralità delle esperienze di fede radicate
nella diversità delle culture e la cattolicità - unità
della Chiesa che professiamo nel credo ? Un problema
certamente difficile e delicato, poiché in essa è
implicata la stessa Rivelazione affidata dal Signore
alla sua Chiesa. Quindi la necessità di precisare che
pluralismo non è relativismo, né isolazionismo,
neppure indifferentismo, ma relazione.
Un
secondo problema connesso al pluralismo è proprio la
comprensione stessa della missione in un tempo segnato
dal pluralismo di esperienze religiose. È significativo
che al numero 2 della Redemptoris missio, il Papa
Giovanni Paolo II, parlando della missione, rimandi
all’apertura delle “chiese particolari …
all’incontro, al dialogo e alla collaborazione con i
membri di altre chiese cristiane e religioni”.
A questo livello, la domanda di fondo diventa : come
concepire e praticare la missione tenendo conto delle
esigenze dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso
? (cfr. RM 4). Il Papa fonda questa esigenza del dialogo
e quindi della presa sul serio del pluralismo nel
contesto della missione su un duplice rispetto :
“Rispetto per l’uomo nella sua ricerca di risposte
alle domande più profonde della vita e rispetto per
l’azione dello Spirito nell’uomo” (RM 29). Si può
capire che, nella situazione complessa del mondo
contemporaneo, il pluralismo sia per il Papa la sfida
maggiore ad un annuncio inculturato del Vangelo.
Questa
situazione viene considerata in primo luogo a partire
della prospettiva della mondializzazione : “il primo
areopago del mondo moderno è il mondo della
comunicazione, che sta unificando l’umanità
rendendola –come si suol dire- “un villaggio
globale”” (RM 37c). Al parere del Papa, questo
areopago, determinato dai mezzi di comunicazione
sociale, è stato un po’ trascurato nell’opera di
evangelizzazione. Perciò la necessità, afferma il
Papa, di concepire la missione come un “integrare il
messaggio stesso in questa “nuova cultura” creata
dalla comunicazione moderna” (RM 37c).
è
da questa prospettiva della mondializzazione che
cercheremo di articolare la nostra relazione. In un
primo momento, cercheremo di precisare in che senso va
capita la mondializzazione come chance per la missione e
l’inculturazione (II). È davvero una opportunità per
l’affermazione della pretesa cristiana di universalità
? Nel secondo momento si tratterà allora di manifestare
l’ambiguità di questo fenomeno in rapporto alla
dinamica propria della missione cristiana e dell’inculturazione
che presuppongono ed esigono la pluralità (III).
II.
Mondializzazione come Chance per la missione e l’inculturazione
?
L’attualità
e l’urgenza di pensare a fondo il rapporto tra
pluralità e cattolicità si fa pressante oggi in
seguito al fenomeno della mondializzazione, nei quali
sono dominanti le dinamiche economiche,
tecniche-comunicative e culturali.
Per noi interessa qui soprattutto il fatto che questo
processo di mondializzazione tende ad “integrare le
singole culture in una stessa logica di mercato”, in
modo tale che le stesse culture ne vengono
trasformate”.
Comunque sia il modo in cui questo processo viene
inteso, esso solleva delle questioni di fondo che
toccano da vicino l’identità delle culture, la
comprensione dell’universale e la nostra comprensione
stessa della storia.
Da
una parte sembra che questo processo sia un terreno
fertile per la vocazione universale del Cristianesimo.
D’altra parte, esso ci rende sempre più consapevoli
della difficoltà e complessità a pensare e dare forme
concrete oggi all’unità e alla cattolicità che siano
rispettose del particolare, delle singole identità.
Infatti,
fin dalle sue origini, la comunità di fede cristiana è
guidata da una visione cattolica, cioè essa si capisce
dalle parole del suo fondatore e Signore come comunità
chiamata ad esser “luce” del mondo e “sale”
della terra (Mt 5, 13s.), a comunicare la vita in
pienezza al mondo (Gv 10, 10). Che questa missione debba
dilatarsi nel mondo intero lo ricaviamo dal mandato
stesso del Risorto “Siate i miei testimoni fino ai
confini del mondo” (At 1, 8). L’apertura verso
l’altro, verso il mondo intero è costitutiva della
comunità cristiana, perciò Origene poteva scrivere nel
suo Commento a Giovanni : « La Chiesa è il mondo
quando è illuminato dal Salvatore ».
La Chiesa è sempre stata convinta di avere una
responsabilità particolare nei confronti del futuro
della “terra abitata” (oikumenè). Questa
convinzione non spiega soltanto lo sviluppo delle
missioni fino ai confini della terra ; essa è stata
anche un fattore determinante di invenzioni nella storia
delle tecniche e delle scienze, nell’ordine sociale e
politico, e più globalmente in tutti i campi dove si
trattava di umanizzare la natura e il mondo.
Una
tale convinzione si fonda certamente su dati
fondamentali della tradizione biblica : il comandamento
di subordinare la terra (Gen 1, 28) ; la vocazione di
tutta l’umanità a lasciarsi giungere dall’annuncio
di salvezza (come lo si può dedurre da alcuni testi più
universalistici dell’Antico Testamento), la
rivelazione del Verbo divenuto carne, condividendo
pienamente la condizione degli uomini e dando la sua
vita « per i molti » ; l’evento della
seconda Pentecoste (Pietro in casa di Cornelio) e la missione dei cristiani, incaricati di
cooperare alla trasformazione del mondo per renderlo
accogliente allo Spirito del Risorto.
Perciò
si può dire che il cristianesimo tradirebbe la propria
identità se non si preoccupasse del futuro del mondo
intero –ciò non va inteso soltanto nel senso
geografico, ma nel senso secondo il quale
l’universalità, la cattolicità cristiana deve
operare sulle situazioni umane le più esposte alla
separazione e all’esclusione : “non c’è più
Giudeo né Greco ; non c’è più schiavo né libero ;
non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete
uno in Cristo Gesù” (Gal. 3, 28). Da questa
prospettiva può sembrare evidente e promuovente per la
missione che le chiese siano particolarmente disposte ad
accogliere la mondializzazione. Come possono non vedervi
una opportunità per realizzare oggi più che mai una
vocazione iscritta nelle origini stesse della tradizione
cristiana ? Perciò può sembrare a prima vista
comprensibile la tendenza attuale a vedere nella
mondializzazione una vera “chance”, una opportunità
per un vero rilancio della missione. Ma proprio in essa
si celano pure i problemi odierni connessi con la
missione e l’inculturazione.
Sarebbe
comunque illusorio di rimanere ad una valutazione
unilateralmente positiva della mondializzazione. Un tale
atteggiamento significherebbe chiudere gli occhi sul
fatto che la mondializzazione comporta in realtà delle
conseguenze negative sul piano sociale, culturale ed
etico –ad esempio quando essa si lascia comandare solo
dalle leggi del mercato, da leggi economiche che servono
soltanto interessi dei paesi economicamente e
tecnicamente più potenti.
Ma soprattutto occorre chiedersi se l’opportunità così
offerta al cristianesimo non viene proprio criticata
dall’esperienza storica delle diverse Chiese.
Pensiamo
anzitutto all’eredità delle divisioni tra i cristiani. è vero che oggi non si può sottovalutare il fatto che il
processo di mondializzazione favorisce in qualche modo
anche un “mondo delle convergenze, delle
transcomunicazioni” ed in quanto tale pone di nuovo la
questione dell’incidenza delle relazioni
interecclesiali sull’annuncio del Vangelo: come
l’esistenza cristiana potrebbe essere davvero
credibile se i cristiani non riescono al loro livello a
formare un solo corpo nell’insieme dell’oikumenè ?
Queste divisioni appaiono come un freno all’annuncio
del Vangelo. Esse rimangono reali anche in pieno
contesto di mondializzazione, malgrado alcuni progressi
nel campo dell’ecumenismo. La questione di un sempre
più maggiore impegno per la piena comunione tra
cristiani rimane posta.
Inoltre,
se è vero che la situazione odierna invita a
riconoscere che gli sforzi di acculturazione, ben
compresi, richiedono non soltanto lo sviluppo delle
chiese locali e delle loro autonomie, ma anche una
ricerca delle comunicazioni, mediazioni appropriate tra
le diverse chiese, rimane sempre il pericolo di
concepire in un modo unilaterale, uniformante, questa
comunicazione. Quindi la necessità di pensare a fondo
l’inculturazione e la cattolicità, tenendo conto di
alcune deviazioni gravi che hanno segnato la pratica e
la comprensione della responsabilità cristiana nei
confronti del mondo.
Senza
volere generalizzare queste deviazioni, senza neppure la
pretesa di farsi accusatore del passato, va comunque
riconosciuto che la missione di “sottomettere la
terra”, di “diffondersi fino ai confini della
terra” è stata troppo spesso percepito come una
legittimazione delle forme violenti di dominazione della
natura e di sfruttamento economico, sociale e culturale
dell’altro.
Inoltre, a nome delle intenzioni le più generose,
talvolta la tentazione è stata grande di imporre per
forza le dottrine e le pratiche della “vera
religione” –malgrado le resistenze di un Las Casas
nel XVI secolo- o di negare all’altro la dignità
umana –malgrado la bella testimonianza di un san
Pietro Claver (1580 – 1654) o di tanti altri numerosi
missionari che dall’America all’Africa e in Asia
hanno mirabilmente testimoniato la loro fede.
È vero che i
tempi sono cambiati. Ma non occorre forse ammettere che
il seguire acriticamente la mondializzazione può
comportare anche qualche violenza ? Non è il caso forse
quando, a nome del primato dato all’unità, si vuole
già in anticipo predeterminare come deve esser l’inculturazione
o come le chiese locali hanno da capire l’inculturazione
? Per evitare questo pericolo, occorre rinunciare a
concepire l’inculturazione come un processo
unilaterale e
capire che si tratta di plasmare una identità
ecclesiale indigena, una chiesa locale nel pieno senso
della parola. Se
si vuole rimanere lucidi sui rischi della
mondializzazione (uniformismo e dominazione di una
cultura particolare su tutte le altre), occorre prendere
sul serio il discorso dell’inculturazione e pensarla
in relazione ai “riferimenti trasversali” che
concernano ogni uomo ed obbligano alla presa di
coscienza ed a un impegno per la solidarietà umana
nella diversità delle situazioni storiche.
L’inculturazione
non può certamente essere una pratica superficiale di
acculturazione,
altrimenti rischia di esser percepita come “espanzione
ecclesiastica nelle culture non cristiane” o come una
stratagemma (astuzia) permettendo di imporre all’altro
la propria visione ed esperienza, sotto copertura del
rispetto e di adattamento del cristianesimo a tali
costumi o tali riti di una cultura data.
Perciò la necessità di rinunciare anche ad una visone
dell’inculturazione elaborata sulla base della
separazione tra cultura e religione. Si rischia di
arrivare ad una visione dell’inculturazione come un
inserimento di “una religione cristiana senza la
cultura europea” in un’altra “cultura senza la
religione non cristiana”. È una visione puramente
astratta. La famosa frase di Paul Tillich mantiene
ancora la sua pertinenza : “La religione è la
sostanza della cultura e la cultura è la forma della
religione”. L’inculturazione non può ignorare
questo nesso profondo. Almeno per quanto riguarda
l’Africa e l’Asia, ma credo pure per gli altri
continenti dove il processo di secolarizzazione non è
avvenuto in modo così radicale come in Occidente dalla
modernità in poi, religione e cultura sembrano una
realtà tutt’una.
Detto
questo, va pure ribadito che la presa sul serio del
pluralismo religioso non significa certamente rinunzio a
quello che sta al fondamento stesso della missione. Se
il dialogo serve pienamente ad uno scambio pubblico
delle convinzioni religiose e alla collaborazione
solidale per risolvere i problemi e le necessità
dell’umanità, esso non esclude la testimonianza della
propria fede.
Proprio tale testimonianza sta al fondamento della
missione. Il pluralismo religioso non significa infatti
livellamento di tutte le religioni o assenza di criteri
per discernere la capacità di ogni religione a porre in
relazione con l’Assoluto o ancora a liberare, a
favorire un etica che promuove l’humanum.
Lo si può vedere ad esempio nel documento “Dialogo e
annuncio” del 1991 dove viene affermato che il “vero
dialogo interreligioso presuppone da parte dei cristiani
il desiderio di fare conoscere e riconoscere meglio Gesù
Cristo e di svegliare l’amore per lui. L’annuncio di
Gesù Cristo deve avvenire nello spirito dialogico del
Vangelo. I due processi rimangono distinti l’uno
dall’altro, però, come lo mostra l’esperienza, una
stessa chiesa locale, una stessa persona, può
partecipare in vari modi ai diversi processi”.
La domanda fondamentale è quella di trovare un
fondamento teologico della missione, che non è soltanto
corretto per tutti, ma anche capace di motivare uomini e
donne a dedicare totalmente la loro vita per la causa
delle missioni.
Uno
sguardo alle teorie missiologiche degli ultimi decenni
ci permette di raccogliere con David Bosch, almento 13 motivi, tra i
quali : Missio Dei, Missione come Chiesa con gli altri,
ricerca di giustizia, Missione come annuncio,
liberazione, inculturazione, testimonianza di tutto il
popolo di Dio, missione come frutto del movimento
ecumenico, il quale viene interpretato come la
partecipazione sperata di tutte le chiese all’agire
messianico-escatologico di Gesù, missione come invito
alla conversione al Vangelo in quanto ingresso nella
vera vita umana, missione non come sforzo per convertire
l’altro, ma come la protesta inspirata divinamente
fondata teologicamente nella trinità contro la
distruzione della vita da parte dell’uomo, missione
come “liturgia dopo la liturgia” (prospettiva
proveniente dalla concezione ortodossa delle chiese
orientali), missione come camminare insieme sulla Via di
Dio che conduce verso lo straniero con lo scopo di una
“convivenza”, la quale viene intesa come comunità
di aiuto, di apprendimento e di festa, missione come Via
di penitenza verso il riconoscimento della propria
autogiustificazione, missione come dialogo e
testimonianza.
La
domanda che rimane è quella di sapere come donne e
uomini del nostro tempo vengono motivati da queste tesi
per la missione. Una teoria teologica deve sempre
partire da una situazione storica concreta di fede
vissuta ed esser capace di esser poi tradotta nelle
concrete situazioni esistenziali, altrimenti essa rimane
astratta aldilà di tutte le argomentazioni che possono
sembrare logiche.
Come pensare la missione nel nostro contesto segnato dal
pluralismo ?
III. Missione e
inculturazione nel contesto odierno del pluralismo e
della mondializzazione
III.
1. Missione
Nel
suo discorso ai rappresentanti di altre religioni,
Giovanni Paolo secondo parla della presenza e
dell’azione dello Spirito in mezzo a loro.
Il Papa poneva così le basi di un dialogo
interreligioso rispettoso dell’altro nel contesto
odierno della missione della Chiesa. Chiarendo il senso
della preghiera per la pace di Assisi (27 ottobre 1986),
egli precisava che il significato di questo evento si
trova in continuità con la dottrina del Vaticano II
(Nostra Aetate 1) che parla dell’unità del genere
umano fondato nella creazione e nella salvezza, cioè
nell’origine e nel destino comune. Il Papa parla del
mistero di unità che unisce tutti gli uomini aldilà
delle diversità dei contesti di vita e della presenza
dello Spirito nelle religioni. Certamente che la
mondializzazione potrebbe diventare una chance per
accogliere le esigenze di un “annuncio alle nazioni”
che sia simultaneamente rispettoso del pluralismo
contemporaneo e pienamente fedele al Vangelo di Cristo :
riconoscere che Dio ama il mondo e che egli desidera
comunicarsi ad ogni uomo, testimoniare del cammino
tramite il quale si è storicamente manifestato in
maniera unica a favore della nostra umanità e del
nostro destino ultimo.
Quindi
la necessità dell’atteggiamento dialogico nella
missione. Dialogo significa un atteggiamento di rispetto
e di amicizia che deve segnare tutte le attività che
caratterizzano la missione della Chiesa,
la quale riguarda la chiesa nel suo insieme.
Un tale dialogo urge particolarmente nella ricerca
comune di soluzioni di fronte ai problemi della società
e del mondo come ad esempio l’educazione alla
giustizia e alla pace.
L’annuncio del Vangelo non intende imporsi al mondo o
utilizzare strategie del proselitismo, ma vuole essere nel
mondo testimonianza personale ed ecclesiale dei
battezzati. Qui è richiesta la credibilità, la bontà
e la gioia di darsi del messaggero del lieto annuncio.
La missione
viene allora intesa come diffusione, irradiazione
dell’amore di Cristo nel mondo. Essa è l’impegno
del credente per creare lo spazio per Dio tramite un
annuncio radicato in un amore e in un rispetto profondo
della persona umana e del creato. San Paolo ci ricorda
che non dobbiamo vergognarci del Vangelo (Rom 1, 16).
Appartiene all’essenza stessa della fede e del Vangelo
di esser trasmessa, comunicata. Ogni Chiesa locale ha la
responsabilità di questa trasmissione, comunicazione
del Vangelo. Ora la trasmissione della fede passa
necessariamente tramite la lingua. Ed è qui che si pone
allora il vero problema di inculturazione come
riappropriazione del Vangelo da parte
dell’evangelizzato.
III.
2. Una prospettiva sull’inculturazione
Nell’inculturazione
si tratta sempre dell’incontro tra Vangelo già
inculturato nella cultura del missionario e il
destinatario nutrito dalla tradizione religiosa
culturale dei suoi Padri. In un tale processo è quasi
impossibile evitare almeno in un primo momento fenomeni
di sincretismi. Come lo dice bene Paul Ricoeur, la
purificazione avviene solo in un lungo processo
all’interno stesso della fede vissuta e quindi esige
una pazienza che dura talvolta secoli. Occorre una
reciproca fecondazione, un matrimonio tra i due progetti
di vita che hanno bisogno del tempo per la conoscenza e
il confronto reciproco. Il cristianesimo si incarna e
viene interiorizzato allora nel migliore di una
esperienza culturale. Ma se questo processo può
soddisfare lo spirito, non è però facile metterlo in
pratica.
Lo sviluppo
delle teologie contestuali ha attirato l’attenzione su
due modi fondamentali di impostare il discorso dell’inculturazione
: l’uno si concentra molto di più sulle conseguenze
delle tecnologie moderne e della veloce urbanizzazione
sulle culture dei paesi del Sud. In questo indirizzo
l’accento viene posto sull’identità culturale di
coloro che in questi processi di mondializzazione
vengono negati nelle loro culture e quindi nella loro
dignità di esseri umani. Si insiste allora sulla
sofferenza concreta e i bisogni elementari dell’uomo
al quale si cerca di ridare speranza a partire dalla
tradizione biblica e dai testi della propria tradizione
culturale. Il pericolo qui è spesso quello di un
romanticismo culturale che porta ad una visione fissa e
statica della cultura, quasi una “natura integra”,
con un conseguente atteggiamento archeologico nei
confronti della cultura, cioè volere ricostruire una
cultura tradizionale che non esiste. Perciò la necessità
di un’attenzione sempre più accurata ai mutamenti
culturali, ai dinamismi interni ad ogni cultura per
evitare che la Chiesa non diventi un conservatorio.
Occorre pensare la cultura a partire dall’incontro
delle culture, della relazione.
L’opzione
prioritaria in favore dei poveri è diventata una
categoria ormai presente in tutte le teologie
contestuali. È sintomatico vedere teologi asiatici
definire l’inculturazione con un doppio compito :
-la partecipazione all’esperienza religioso del
proprio continente ; - la partecipazione alla vita
del popolo e alla sua lotta per un nuovo ordine sociale.
L’altro indirizzo parte quindi dalle situazioni di
povertà create dal processo di mondializzazione.
L’accento viene qui posto su quelli uomini e donne che
nel processo di trasformazioni culturali provocate dalla
mondializzazione vengono oppressi ed emarginati.
Oggi,
l’orientamento fondamentale è quello di pensare l’inculturazione
integrando o meglio promovendo la liberazione a partire
dal contesto culturale di un popolo.
Lo scopo dell’inculturazione viene intesa come la
liberazione nel senso integrale e la via della
liberazione è l’inculturazione. Questo significa
allora solidarietà con i poveri nel senso di una
“opzione per i poveri” e “opzione per gli altri
nella loro alterità, differenza”. Questo orientamento
intende prendere sul serio il fatto che alcuni processi
della “razionalità occidentale”, della tecnica,
dell’industria culturale ed informatica occidentale
comportano in se una tendenza a uniformare tutto. Quindi
lo sforzo per sviluppare una coscienza critica
nell’accoglienza della mondializzazione. Perciò in
questo indirizzo si cerca di promuovere lo sviluppo di
una “cultura del riconoscimento dell’altro nella sua
alterità”.
Questo
richiede una nuova forma di comunicazione sia a livello
locale che a livello internazionale. Poiché la
negazione dell’altro non è soltanto prodotto della
razionalità occidentale, ma anche certe forme
culturali, quali l’assolutizzazione della propria
cultura o tribu, così pure la credenza nella superiorità
della propria caste sociale, producono di fatto al
livello stesso del Sud delle emarginazioni incompatibili
con il Vangelo. Perciò questo indirizzo richiede di
prendere sul serio la storicità del Cristianesimo
(anche la storia dei suoi peccati) e la storia
dell’altro nella sua alterità. Certamente che lo
sviluppo delle chiese locali con le loro teologie
contestuali dà al cristianesimo dei volti diversificati
e variegati, ma tale sviluppo ha anche sollevato in una
nuova luce la domanda di sapere se la preoccupazione
stessa di affermazione di ogni tradizione nella sua
specificità non rischia di favorire un pure e semplice
smantellamento delle esperienze ecclesiali.
Dalla
risposta pratica a questa domanda dipende la credibilità
stessa delle Chiese nel loro rapporto col mondo. Anche
se fondamentale, una tale domanda non dovrebbe distrarre
il cristianesimo dal suo interesse fondamentale per le
culture e per il mondo. Essa non le autorizza a
ripiegarsi su se stessa o ad universalizzare una
tradizione, ma è invitata ad accogliere la
mondializzazione come un fenomeno che, malgrado le sue
ambiguità, permette ai cristiani di aprirsi ad una
coscienza rinnovata della loro responsabilità verso il
mondo e verso la pluralità e quindi a pensare la
cattolicità in termini di pluralità – unità.
Infatti,
di fronte a questa responsabilità missionaria, le
chiese locali sentono sempre più il bisogno di esser
vere chiese locali, responsabili dell’unica missione
di Gesù (RM 31, 62).
Il prendere sul serio la responsabilità
missionaria della Chiesa locale porta con se il delicato
problema del rapporto tra universale e particolare, così
pure la questione del rapporto tra missione ed
ecumenismo. L’attualità di questo problema si è
verificata pure nella diversità di approcci tra il
Cardinale Ratzinger e il Cardinale Kasper
: come promuovere e gestire nello stesso tempo il
bisogno di un pluralismo legittimo o meglio della
pluralità e la necessità dell’unità della
testimonianza ?
III. 3. Pensare la cattolicità nella
tensione tra pluralismo e unità
Diciamo
anzitutto che se
l’unità deve nascere spontaneamente dalla libertà di
uomini e donne provenienti da diverse culture e che si
lasciano plasmare dal Vangelo, occorre allora dire che
tale unità è una realtà che scaturisce dalla fede e
che l’identità delle singole chiese locali sta allora
non soltanto nella missione comune di testimoniare il
Vangelo, ma anche nello stesso Spirito, che li conduce
tutte “nella pienezza della verità” (Gv 16, 13).
L’accento va
posto oggi probabilmente sul soggetto di inculturazione,
che è la chiesa locale nel suo insieme, poiché è ad
essa che è affidata la missione di testimoniare nel
proprio contesto del Vangelo di Gesù il Cristo. Se il
Santo è il vero missionario e quindi il vero agente e
promotore per
eccellenza dell’inculturazione, si capisce che vi sia
un pluralismo di modelli di inculturazione. Il Vangelo
incontra altre culture anzitutto attraverso la
testimonianza dei cristiani. In questo incontro
avvengono una reciprocità di scambi, si stabilisce una
relazione trasformante quando davvero c’è un
incontro. È in questa relazione che comincia il
processo di inculturazione, nel quale una determinata
comunità, appropriandosi il Vangelo a partire della
propria cultura, cerca di illuminare questa cultura e di
gettare una nuova luce sulla comprensione del Vangelo a
partire della detta cultura. Questo vuole dire che il
processo di inculturazione suppone la libertà e può
riuscire soltanto quando la nuova comunità assume sul
serio la propria responsabilità nei confronti del
Vangelo e della propria cultura.
Una tale
libertà – responsabilità non va pensata soltanto
nella relazione tra Chiese di antica tradizione e
giovanne chiese, ma credo che sia il problema del
rapporto tra Chiesa universale e chiesa locale, del
giusto modo di comprensione della comunione. Più la
chiesa locale si sente libera, più dovrebbe crescere in
essa il sentire cum Ecclesia, e quindi il senso della
comunione interecclesiale. L’autocomprensione della
Chiesa locale e della fede non verranno più allora
imposta come normativa dall’alto da una chiesa locale,
ma può crescere allora a partire dall’esperienza di
fede di ogni chiesa locale, esperienza vissuta come
formazione alla vita autentica, sforzo quotidiano di
corrispondere al Vangelo di Gesù il Cristo, di stare in
permanente comunione con tutti coloro che credono nel
nome di Gesù il Cristo.
Questo
lavoro di inculturazione rimane un processo ermeneutico
che va sempre riattualizzato. Esso richiede di pensare
l’inculturazione a partire dalla creazione e dalla
pneumatologia. La cultura può esser allora contemplata
anzitutto nella prospettiva di Dio che crea e come luogo
dell’agire dello Spirito (Gv 1, 10s). Questo non
esclude che la cultura abbisogna di salvezza e quindi di
esser contemplata cristologicamente e soteriologicamente.
Pensata a
partire dalla creazione e dalla pneumatologia, pure la
cattolicità acquisisce una nuova densità nel contesto
della mondializzazione e del pluralismo odierno, gli
scambi tra paesi e continenti favoriti dalle nuove
tecnologie e mezzi di comunicazione possono diventare
allora una opportunità per pensare la cattolicità in
termini di una più grande solidarietà tra gli uomini,
di un cammino verso un “mondo di relazioni”. Per
evitare, come abbiamo già detto, che tale la
mondializzazione finisca per promuovere unilateralmente
il trionfo degli individualismi personali o nazionali
diventa sempre più urgente pensare la cattolicità come
relazione. È nella relazione e nella solidarietà che
si può salvare la dignità e le speranze dell’essere
diceva Théillard de Chardin.
Però come concepire questa cattolicità alle dimensioni
mondiali ?
La cattolicità
suppone un’attenzione alla persona umana nella sua
singolarità. La comunione non può essere una ricerca
di una collettività che è un aggregato, una massa, che
annulla le differenze, le individualità, il
particolare, il locale. Il Papa stesso capisce le sue
visite alle Chiese locali come riconoscimento delle loro
singolarità, della loro maturità nella fede. Infatti
queste visite avvengono spesso in occasione dei giubilei.
Un tale dato è pertinente se si pensa ad alcuni aspetti
economici e politici, che rischiano di mettere in crisi
l’identità delle persone e delle nazioni. È vero che
la mondializzazione favorisce anche nuove forme di
individualismo (basta pensare al fatto che le nuove
tecnologie possono permettere di comunicare con il mondo
intero stando a casa propria). È compito del
cristianesimo di rifiutare i due estremi :
l’assorbimento in un mondo indifferenziato e il
ripiegamento degli individui su se stessi.
Occorre
lavorare affinché lo sviluppo della persona umana vada
di pari passo con lo sviluppo della cultura (Giovanni
Paolo II e Paolo VI),
soprattutto che la mondializzazione tende a
promuovere i più ricchi e più potenti –contribuendo
così ad accrescere le situazioni di ingiustizie o di
esclusione. Inserendosi in un tale processo, il
cristianesimo non può dimenticare che storicamente,
talvolta è stato complice di certe forme di
sfruttamento economico, sociale o culturale. Però
questa eredità deve accrescere la sua responsabilità
nei confronti di coloro che, oggi come ieri, si trovano
da parte delle vittime. Una tale responsabilità non
deve limitarsi a delle richieste di acculturazione che,
talvolta in pratica, possono contribuire a mantenere
certi gruppi o paesi fuori del processo della
mondializzazione. Le chiese hanno da testimoniare di
quello, che può significare in contesto di
mondializzazione, la fedeltà alla tradizione biblica
della dignità di ogni uomo e della difesa dei più
poveri.
Lo Spirito del
Risorto non è uno Spirito dell’omnipotenza, ma della
guarigione e della riconciliazione.
Una tale responsabilità è anche sapere discernere,
cogliere e lasciare venire fuori quanto, nelle diverse
culture, contribuisce a promuovere la crescita di una
esperienza cristiana autentica di Dio. Il Padre de Lubac
scriveva a proposito delle missioni : “Per la sua
pienezza e la sua armonia, la Chiesa ha bisogno degli
apporti del mondo intero. Le sue missioni tendono a
preparare, in tutta la misura del possibile, delle
cristianità profondamente indigene, poiché solo tali
cristianità sono capaci, tramite le loro esperienze
personali, di arricchire l’eredità cristiana
partecipando attivamente alla vita cristiana : “chiese
vivente”, e non semplicemente “colonie
spirituali”. L’universalismo cristiano non è quindi
amorfa e indifferenziato ; non lo è soprattutto che
l’unità che esso diffonde è più profonda, essendo
soprannaturale. Sarebbe misconoscere il suo carattere
specifico se la si capisce come una forma di
cosmopolitismo a connotazione religiosa”.
Questo vale anche per le chiese occidentali ed
orientali.
In questo
senso va ad esempio il discorso del Papa Giovanni Paolo
II, agli intellettuali e universitari del Camerun : “è
a voi, laici e sacerdoti africani, che ora compete di
fare in modo che questo seme produca frutti peculiari
autenticamente africani ; permettere al lievito di fare
salire appieno la pasta qui da voi. Tutta la posta in
gioco della seconda evangelizzazione è nelle vostre
mani. Questi frutti rappresenteranno una ricchezza nuova
sia per il vostro Paese che per la Chiesa intera, che li
attende con grande speranza, al fine di essere sempre più
‘cattolica’”.
La Chiesa una, cattolica, può esser meglio capita e
vissuta nella profondità del suo mistero solo a partire
dalla pluralità delle comunità e delle esperienze di
fede.
Conclusione
Il
significato proprio delle chiese locali non dovrebbe
essere diminuito dalla ricerca della cattolicità, ma
deve trovare in essa un sempre più grande
approfondimento. Più che uniformare le esperienze
ecclesiali per promuovere la comunicazioni tra le
chiese, la cattolicità dovrebbe aiutare le chiese a
manifestare il modo in cui gli uomini e le donne del
nostro tempo, in una situazione concreta, sono realmente
soggetti e attori della loro esistenza cristiana. In
questo contesto, la questione dell’inculturazione si
pone come questione del riconoscimento dei cristiani dei
paesi detti di missione come essendo “soggetti e
attori della loro esistenza cristiana sotto la mozione
dello Spirito Santo”. Infatti, essi sono soggetti e
attori, nella misura della loro fedeltà alla Parola di
Dio e allo Spirito di Cristo, il quale è dato ad ogni
battezzato. È questo che intendiamo quando parliamo di
inculturazione come “formazione alla vita autentica”. è
in questa prospettiva che le chiese locali porteranno il
loro contributo originale alla cattolicità.
Le relazioni
inter-ecclesiali esigono un atteggiamento di abbandono
allo Spirito e di umiltà –rimedio all’orgoglio che
Paolo discerneva nelle relazioni tra Israele e le
nazioni, o meglio in seno alla comunità cristiana tra i
giudeo-cristiani e i paganocristiani. Perciò, le Chiese
occidentali devono accettare e promuovere il fatto che
il cristianesimo possa legittimamente rivestire dei
nuovi volti in altri continenti, non più soltanto come
un favore, una concezione, data dall’esterno alle
giovane chiese,
ma come frutto di una esperienza profonda di vita
cristiana radicata nelle condizioni e tradizioni proprie
dei popoli dove il cristianesimo viene annunciato e
vissuto.
Aldilà della
complessità dell’eredità storica, è un fatto che il
cristianesimo, almeno in Africa e in America, e per una
parte dell’Asia, è arrivato tramite l’Europa. È un
dato storico che non si può semplicemente ignorare, ma
che occorre assumere con maturità cristiana. L’inculturazione
perciò non può esser fatta solo nella
contrapposizione, ma in una dialettica costruttiva. La
comunicazione con le altre tradizioni nella formazione
di una vita autenticamente cristiana a partire dalle
proprie tradizioni rimane un dato fondamentale per
l’edificazione della cattolicità della Chiesa. Gli
uni e gli altri sono chiamati a superare la gelosia
poiché –come lo dice san Paolo- il Cristo è
“nostra pace, lui, che dei due ha fatto uno” (Ef 2,
14). Perciò nel campo dell’ecumenismo, come pure
nell’ambito delle relazioni tra chiese tradizionali e
giovane chiese, le comunità cristiane devono camminare
nelle vie di una riconciliazione sempre più profonda.
In questo senso sono veramente significative le
richieste di Perdono da parte di Giovanni Paolo II.
Si può notare
che è stato quasi l’unico a chiedere perdono per la
schiavitù e a porla in relazione con la Shoah a Gorée
(Senegal) nel febbraio 1992 .
Non si tratta qui soltanto di una esigenza
intraecclesiale, ma di una esigenza che impegna la
fedeltà stessa del Cristianesimo alla sua vocazione e
al suo modo di rispondere alle sfide della
mondializzazione. Questa esige dei cristiani una chiara
coscienza della loro identità, quella ricevuta da
Cristo, quella trasmessa dai migliori testimoni del
Vangelo lungo la storia.
In un’epoca
nella quale emerge un mondo di convergenze, occorre che
i cristiani contribuiscono all’umanizzazione della
terra, testimonino umilmente della loro tradizione, e si
espongono al dialogo con coloro che appartengono ad
altre tradizioni religiose. Occorre accettare pure che
l’adesione alla fede continua a suscitare talvolta
delle reazioni di indifferenze o di ostilità. Ma è
compito dei cristiani vedere questa terra, questo mondo
come il luogo stesso dove la vita di Dio può e deve già
prendere corpo tra i discepoli di Cristo. È importante
crederci, che malgrado le contraddizioni della storia,
la stessa luce di Cristo può brillare dal Sud al Nord e
dall’Oriente all’Occidente, dappertutto dove la
terra degli uomini fa trasparire delle forme di santità
che rendono da se testimonianza all’azione dello
Spirito. Concludiamo così rimandando di nuovo ad
Origene : “la Chiesa è il mondo quando è illuminato
dal Salvatore”».
PONTIFICIO
CONSIGLIO PER IL DIALOGO INTERRELIGIOSO –
CONGREGAZIONE PER L’EVANGELIZZAZIONE DEI POPOLI,
Dialogo e annuncio : Riflessioni e orientamenti
sull’annuncio del Vangelo e il dialogo
interreligioso (19 maggio 1991) n. 77, in EV 13, nn.
287 – 386, 374.
|