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INAUGURAZIONE
DELL'ANNO ACCADEMICO 2003 2004
Mercoledì
22 ottobre 2003
25°
Anniversario del Pontificato di S.S. Giovanni
Paolo II Atto Accademico
La
missione nel Magistero di Giovanni Paolo II
Gli
aspetti antropologici delLa missione
in
Giovanni Paolo II
Cristo,
Redemptor Hominis,
è il cuore del pensiero di papa Giovanni Paolo II ed è
il centro della sua visione missionaria. Una simile
prospettiva si radica nella tradizione ma dipende, più
direttamente, da Gaudium et Spes 22 letto sullo
sfondo dei testi cristologici di Lumen
Gentium 3 e di Ad
Gentes 3; non a caso Redemptor Hominis 13 farà
esplicito e continuo riferimento a quel passo
conciliare. Utilizzando un tema caro alla patristica
greca, il concilio aveva insegnato che, «con
l’Incarnazione il Figlio di Dio si é unito in certo
modo ad ogni uomo»; in forza di questo, l’intera
umanità era stata innalzata ad una altissima dignità
così da poter affermare che «solamente nel mistero del
verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo».
Questo legame tra cristologia e antropologia è il cuore
della missione: segnata dalla apertura universale della
redenzione di Cristo, la chiesa deve ritenere che «lo
Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a
contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale».
Questo legame soteriologico tra cristologia e
antropologia non ha solo una valenza immediata e
pratica, in ordine alla missione, ma trova il suo pieno
valore sullo sfondo della separazione tra cristologia e
soteriologia, costituiti in due trattati autonomi, e su
quello della svolta antropologica dell’età moderna.
Nell’epoca moderna, la persona umana non si sente più
parte del creato ma, con la sua intelligenza e la sua
libertà, assurge a criterio di comprensione di tutta la
realtà. Seguire lo sviluppo di questo filone di
pensiero fino alla rilettura della incarnazione in
termini antropologici, con un chiaro abuso del pro nobis, non è il compito di oggi; basti richiamare la necessità
di attenersi a quella storia di salvezza nella quale si
dà l’intreccio tra la trascendenza divina e la libertà
umana. Senza entrare nelle teologie dei diversi autori,
è sufficiente richiamare che l’effato gratia supponit naturam et perficit eam esige una presupposizione
reciproca dei due temi e che Rm 5,12-21 invita a leggere
Adamo alla luce di Cristo e non viceversa.
Si può osservare che la cristologia presuppone
una persona umana relativamente autonoma, capace cioè
di crescere verso la sua pienezza in forza della sua
natura spirituale ma portata ad un compimento eccedente
e indeducibile che è frutto dell’amore pasquale di
Gesù Cristo; mentre apre la persona a questa
insuperabile novità, la grazia di Cristo mette pure in
luce la crisi di quella autodeterminazione che, come
peccatrice, la persona si è storicamente data. In
questo senso il vangelo non può essere separato dal
giudizio, la resurrezione dalla crocifissione, la grazia
dalla redenzione. Papa Giovanni Paolo II non si impegna
su simili percorsi ma mostra di fatto come il ministero
di Gesù, con la parola e la vita, apra all’uomo
questo cammino di salvezza ed infonda con ciò nella
storia una insopprimibile speranza.
1.
Redemptor Hominis
Giovanni
Paolo II insegnerà con forza che la missione consiste
nel «rivelare Cristo al mondo, aiutare ciascun uomo
perché ritrovi se stesso in Lui, aiutare le generazioni
contemporanee dei nostri fratelli e sorelle, popoli,
nazioni, stati, umanità, paesi non ancora sviluppati e
paesi dell’opulenza, tutti insomma, a conoscere le
“imperscrutabili ricchezze di Cristo”».
Se qualche pensatore moderno si è trovato costretto ad
ammettere che ormai «solo un Dio ci può salvare»,
ecco il papa additare Cristo come il Salvatore
dell’umanità, ponendo così le basi della missione
ecclesiale.
Poiché il Redentore «è penetrato in modo unico
e irripetibile nel mistero dell’uomo ed è entrato nel
suo “cuore”»,
questo legame rappresenta l’insuperabile punto di
riferimento di ogni missione ecclesiale: la chiesa deve
rimanere «nella sfera del mistero della Redenzione, che
è appunto diventato il principio fondamentale della sua
vita e della sua missione».
Con un linguaggio coraggioso, il papa riporterà la
missione alla concretezza della persona e non esiterà
ad applicare a quest’ultima quanto i vangeli
attribuiscono a Cristo. Utilizzando una sorta di
pericoresi, Giovanni Paolo II dirà che l’uomo «è la
prima strada che la Chiesa deve percorrere nel
compimento della sua missione: egli è la prima e
fondamentale via della chiesa, via tracciata da Cristo
stesso, via che immancabilmente passa attraverso il
mistero della Incarnazione e della Redenzione».
La fedeltà a Cristo comporta una attenzione ed una
fedeltà all’uomo.
Per questo la missione è animata da stima per ciò che la persona – in
termini di cultura e di religione – ha prodotto nella
sua lunga storia. «L’atteggiamento missionario inizia
sempre con un sentimento di profonda stima di fronte a
ciò che c’é in ogni uomo, per ciò che egli stesso,
nell’intimo del suo spirito, ha elaborato riguardo ai
problemi più profondi e importanti. […]La missione
non é mai una distruzione ma é una riassunzione di
valori e una nuova costruzione, anche se nella pratica
non sempre vi é piena corrispondenza a un ideale così
elevato».
In termini antropologici mi sembra di poter concludere
da una parte che «la stessa dignità della persona
umana diventa contenuto dell’annuncio»
e dall’altra che l’annuncio investe «tutto il
dinamismo della vita e della civiltà». L’amplissimo magistero
di Giovanni Paolo II sul lavoro e sulla pace, sulla
giustizia e sulla liberazione,
si radica qui e vive di questo; la stessa opzione
preferenziale per i poveri è ormai una costante del suo
insegnamento. Trasformata nella sua attività da questo
legame con Cristo, la chiesa diventa per papa Wojtyla «la
Chiesa della missione divina, la Chiesa in
statu missionis».
Una integrazione ed una conferma a queste prospettive, viene anche dalle
altre due encicliche che, con la Redemptor
Hominis, completano la visione trinitaria del papa,
cioè la Dives in
misericordia e la Dominum
et vivificantem. Pur leggendo la missione di Cristo
in ordine al Padre, la Dives
in misericordia legge la carità di Dio Padre come
la forza che «rivaluta, promuove e trae il bene da
tutte le forme di male esistenti nel mondo e nell’uomo»;
per questo «costituisce il contenuto fondamentale del
messaggio messianico di Cristo e la forza costitutiva
della sua missione».
Presente e operante nella Pasqua in modo eccedente ogni
aspettativa umana, la carità divina opera quel «cambiamento
fondamentale» della storia di cui la
resurrezione è «il segno finale».
Questa cambiamento e questo segno hanno la loro figura
nel Gesù storico, nella sua opera; occorre per questo
bussare al cuore dell’uomo per trarre dalla sua libertà
la capacità di amare e di piegarsi con attenzione
solidale verso coloro che soffrono.
Una visione della storia ancora più drammatica si incontra in Dominum
et vivificantem. Dopo aver legato l’opera dello
Spirito alla missione di Cristo – «la missione dello
Spirito santo “attinge” alla redenzione»
– il papa descrive l’azione dello Spirito «in
costante riferimento alla “giustizia”, cioè alla
definitiva salvezza
di Dio, al compimento dell’economia che ha come centro
il Cristo crocifisso e glorificato».
Seguendo Gv 16,8-11, la missione dello Spirito viene
concentrata sul peccato, la giustizia e il giudizio; se
la “giustizia” appartiene alla missione dello
Spirito, appartiene ad essa il mostrare il dramma del
peccato e come esso, ormai già definitivamente
giudicato e condannato, deve lasciare il posto alla
giustizia di Dio. In questa prospettiva la storia del
mondo è incalzata dallo Spirito fino a mostrare
l’universalità e la grandezza dell’opera salvifica;
la Pentecoste è l’inizio della testimonianza
e del servizio che la chiesa deve all’opera di
Dio.
In qualche modo, si può indicare la radice della missione, cioè il suo
fondamento ed il suo criterio, nel ministero profetico e
messianico di Gesù: attraverso il dono del vangelo
schiude all’uomo quella verità sulla sua persona che
l’opera dello Spirito aiuta a realizzare. Ne
scaturisce una interpretazione storico-kenotica della
signoria di Dio che la lega alla testimonianza e al
servizio, all’annuncio inerme e indifeso e alla
carità attenta e universale; questa impostazione
antropologica chiede di essere sviluppata in una
coerente teologia politica che delinei un modo nuovo,
evangelico di stare dentro la storia.
2.
Redemptoris Missio
Presenti
fin dall’inizio del magistero di Giovanni Paolo II,
molti di questi temi troveranno una ritrattazione nella Redemptoris
Missio. Pubblicata nel 1990, a undici anni di
distanza dalla Redemptor
Hominis, la Redemptoris
Missio si muove in un quadro culturale ed ecclesiale
profondamente mutato; avverte con particolare sofferenza
la «graduale secolarizzazione della salvezza»
che, dimentica della filiazione divina, lascia
all’uomo il compito di una autosotería,
di una salvezza figlia della sua progettualità. La
caduta dell’impero comunista e la sfida della
globalizzazione hanno reso ancora più drammatica questa
sfida attorno al significato salvifico della fede
cristiana.
Questa problematizzazione del carattere salvifico della fede investe pure
la sua struttura veritativa e Redemptoris
Missio non ha mancato di mettere in guardia da
quanto Dominus Iesus indicherà più tardi come una forma di relativismo.
In termini antropologici, Redemptoris
Missio sostiene la libera e personale
identificazione del Verbo con l’uomo Gesù che,
abolendo ogni distanza tra Dio e l’umanità, diventa
il principio della presenza dell’Abbá
e della sua signoria tra noi; più ancora, si
costituisce come il fondamento – per la potenza dello
Spirito – della partecipazione dell’intera umanità
a questa unica relazione filiale. In questo modo la
struttura personale umano-divina di Gesù diventa la
proclamazione e la garanzia che lo sconfinato amore di
Dio è ormai presente nella storia: ormai «le cose
vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove».
Questo nuovo orizzonte di vita è quanto lo Spirito
diffonde in tutta l’umanità ed in tutti i cuori ed è
quanto la chiesa trasmette a tutte le generazioni.
Una simile prospettiva mette la chiesa e la sua missione a servizio di
quel regno che, nella sua forma incipiente, «può
trovarsi anche al di là dei confini della chiesa
nell’umanità intera».
L’argomentazione dell’enciclica ha anche dei
risvolti antropologici come quando osserva che «molti
uomini non hanno la possibilità di conoscere o di
accettare la rivelazione del vangelo, di entrare nella
chiesa. Essi vivono in condizioni socio-culturali che
non lo permettono e spesso sono stati educati in altre
tradizioni religiose. Per essi la salvezza di Cristo è
accessibile in virtù di una grazia che, pur avendo una
misteriosa relazione con la chiesa, non li introduce
formalmente in essa ma li illumina in modo adeguato alla
loro situazione interiore e ambientale».
Le stesse convinzioni ritornano in Redemptoris
Missio 20. 28 articolandole attorno alla categoria
del regno ed alla azione dello Spirito.
Ne viene una concezione della missione attenta alle situazioni umane, alle
circostanze concrete in cui la missione si svolge. Più
che alla distinzione tra cura pastorale, nuova
evangelizzazione e missione ad
gentes, indicata in Redemptoris
Missio 33, credo che l’attenzione debba fermarsi
soprattutto sul n. 37 che, intrecciando tematiche
geografiche sociali e culturali, offre un primo spunto
per parlare in modo più attento delle città e dei
giovani, della povertà e delle migrazioni, del mondo
delle comunicazioni e di quello della scienza,
dell’impegno per la pace e i diritti umani e delle
relazioni internazionali. L’annuncio del vangelo ed il
dialogo con l’uomo assume in questi contesto forme che
sono ancora tutte da inventare.
Non si può non vedere in tutto questo la libertà di cuore di un
pontefice che conosce i pericoli di un’epoca ma che
invita alla fiducia in un’epoca che sente a tal punto
nelle mani di Dio da parlare dell’alba di una nuova
epoca missionaria. Vengono in mente i
criteri indicati dallo stesso Giovanni Paolo II, a
Madras nel 1986 in un incontro con i leaders delle altre
religioni e riportate in Redemptoris
Missio 29: occorre «rispetto per l’uomo nella sua
ricerca di risposte alle domande più profonde della
vita e rispetto per l’azione dello Spirito nell’uomo».
3.
Il dialogo inter-religioso e inter-culturale
Se
Redemptor Hominis
e Redemptoris Missio sono i riferimenti obbligati del mio tema, non
posso dimenticare i molti viaggi apostolici che hanno
ormai superato il centinaio. Allo stesso modo si
dovrebbero analizzare almeno i documenti conclusivi
degli ultimi sinodi continentali,
che rappresentano lo sforzo di tradurre l’impegno di
una missione mondiale e la coscienza che la chiesa ne
ha. Di tutti i problemi che vi sono collegato vorrei
toccarne uno solo quello del dialogo inter-religioso,
sia per il naturale nesso con l’antropologia sia perché
segnato da una punta problematica ancora presente.
Redemptoris Missio dirà in modo
stringato che «il dialogo inter-religioso fa parte
della missione evangelizzatrice della chiesa».
Mentre chiude un periodo che aveva opposto missione e
dialogo, questa affermazione invita a ricomprendere il
secondo nell’ambito della missione. Il dialogo cioè
non si spiega con motivi di opportunità ma «è
richiesto dal profondo rispetto per tutto ciò che
nell’uomo ha operato lo Spirito che soffia dove vuole.
Con esso la chiesa intende scoprire i “germi del
Verbo”, i “raggi della verità che illumina tutti
gli uomini”, germi e raggi che si trovano nelle
tradizioni religiose dell’umanità».
Collocare il dialogo nell’ambito della missione
significa finalizzarlo a quella comunione intelligente e
libera con il mistero di Cristo che sappiamo essere dono
dello Spirito.
Normalmente questo avviene nel rispetto delle dinamiche ecclesiali – il
ministero apostolico e l’annuncio del vangelo,
l’azione dei sacramenti e il rispetto della tradizione
– ma non si può escludere che questa azione di Dio
conosca altre modalità, sia note solo a Dio come forma
del suo agire trascendente e misterioso
sia legate alla presenza di elementa
o bona Ecclesiae
anche al di fuori della chiesa stessa. Ne viene una
sensibilità dialogica che é fondamentale
nell’incontro con culture e religioni spesso
antichissime e ben radicate nei loro popoli; se Tommaso
riconoscerà semplicemente che «ogni verità, da
chiunque sia detta, viene dallo Spirito santo»,
Giovanni Paolo II riconoscerà nel dialogo il «modo
caratteristico della vita della Chiesa in Asia».
Si potrà mai chiedere l’adesione alla fede cristiana
saltando il modo caratteristico di vivere di un popolo?
Per questo Giovanni Paolo II proverà ad indicare con notevole
penetrazione la densità e le caratteristiche della
cultura latino-americana
africana e asiatica,
senza per altro dimenticare l’influenza negativa che
una eccessiva apertura ai mezzi di comunicazione e alla
cultura consumista ed edonista dell’Occidente
finiscono per esercitare. I valori tradizionali ne
risentono profondamente fino a sembrarne colpiti e come
in crisi ma, globalmente, il papa ritiene che «Dio apre
alla Chiesa gli orizzonti di un’umanità più
preparata alla semina evangelica». Per questo Giovanni Paolo
II chiede il rispetto e la valorizzazione di queste
culture: la complessità dei problemi filosofici e
teologici implicati non può essere un motivo
sufficiente per tacere l’annuncio di Cristo.
*
* *
* *
Al
termine di questa veloce carrellata di temi, vorrei
richiamare lo spirito con cui Giovanni Paolo II invitava
ad affrontare il nuovo millennio: «dobbiamo avere occhi
penetranti per vederla [l’opera di Cristo] e
soprattutto un cuore grande per diventarne noi stessi
strumenti».
Chi ha occhi penetranti e cuore grande coglie
l’affermarsi di una coscienza nuova: «che la missione
riguarda tutti i cristiani, tutte le diocesi e
parrocchie, le istituzioni e associazioni ecclesiali» e
che questo è l’inizio di «una nuova primavera del
cristianesimo»
o, in termini meno poetici, di una prima attuazione di
un cristianesimo veramente mondiale.
Prof.
Gianni Colzani
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